Alexandre Dumas. (1802-1870)
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LA SIGNORA DI MONSOREAU.
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Traduzione di: Luigi Antonio Garrone.
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1937. Lucchi Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Indice.
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CAPITOLO 1. Le nozze di Saint-Luc.
CAPITOLO 2. Sogno o realt?	
CAPITOLO 3. La prima notte di nozze di Saint-Luc.
CAPITOLO 4. La voce misteriosa.
CAPITOLO 5. Bussy alla ricerca del suo sogno.
CAPITOLO 6. Diana di Mridor.
CAPITOLO 7. La scoperta di Chicot.	
CAPITOLO 8. Padre e figlia.
CAPITOLO 9. Viaggio di un frate e di un buffone.	
CAPITOLO 10. Quello che accadde a Lione.	
CAPITOLO 11. Bussy chiede giustizia.	
CAPITOLO 12. Parigi in fermento.
CAPITOLO 13. Fughe verso la provincia.
CAPITOLO 14. Gli amanti.
CAPITOLO 15. La strada di Mridor.
CAPITOLO 16. La riconoscenza di Saint-Luc.
CAPITOLO 17. Per amore della scienza.	
CAPITOLO 18. Si torna a Parigi.
CAPITOLO 19. La sfida.
CAPITOLO 20. In agguato.
CAPITOLO 21. Chicot paga i suoi debiti.
CAPITOLO 22. L'assassinio.
CONCLUSIONE.	
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Fine Indice.
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LA SIGNORA DI MONSOREAU.
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CAPITOLO 1.
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LE NOZZE DI SAINT-LUC.
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La sera della domenica di carnevale del 1578, nel magnifico palazzo dei Montmorency, situato quasi in faccia al Louvre, ma sull'altra riva della Senna, si svolgeva una sontuosa festa per celebrare le nozze di Francesco d'Epinay di Saint-Luc, intimo e favorito del re Enrico terzo, con Giovanna di Coss-Brissac, figlia del Maresciallo di Francia.
Il re, che aveva concessa la sua approvazione a tale matrimonio solamente dopo lunghe insistenze, aveva partecipato al banchetto con un aspetto troppo severo data la circostanza, e quella sua ostentata freddezza, quasi spettrale, aveva finito col gettare il gelo nell'anima di tutti, e soprattutto in quella della giovane sposa, la quale si era avveduta di essere da lui osservata, di quando in quando, in cagnesco. Tale contegno, per, non meravigliava nessuno, poich tutti ne conoscevano il segreto.
Saint-Luc aveva invitato tutti gli amici del re e tutti i suoi personali, comprendendo nelle liste i principi ed i loro favoriti, ed in modo particolare quelli gi da noi ben conosciuti, il duca d'Alenon, divenuto duca d'Anjou all'avvento al trono di Enrico terzo, ma il duca, a quanto pareva, non aveva nessuna intenzione di partecipare alla festa.
In quanto al re ed alla regina di Navarra, come abbiamo narrato in un romanzo precedente, essi si erano messi in salvo nel Barn, di dove facevano aperta opposizione al nuovo regnante, guerreggiando alla testa degli Ugonotti.
Pure il duca d'Anjou, faceva dell'opposizione, ma in sordina, tenendosi nell'ombra, e nascondendosi dietro i suoi amici.
Naturalmente, tra questi gentiluomini e quelli che parteggiavano per il re c'era sempre un tale malumore da generare frequenti scontri, ben pochi dei quali non terminavano con la morte dell'uno o dell'altro dei contendenti o, quanto meno, con gravi ferite.
Caterina, dal canto suo, era al colmo dei suoi voti: il figlio suo prediletto era stato finalmente assunto a quel trono che ella tanto desiderava, e pi per se stessa che per lui. Infatti, era lei, quella che regnava in nome di lui, pur fingendo di staccarsi completamente dalle cose del mondo e di non voler avere pi altre cure se non per la sua salute.
Una grave inquietudine era nel cuore di tutti, e specialmente in quello di Saint-Luc, per quanto egli si sforzasse di calmare le apprensioni di suo suocero, molto allarmato dall'umore del re, e ancor pi messo in orgasmo dagli amici pi intimi del giovane sposo, Maugiron, Schomberg e Qulus, che, vestiti nei loro pi splendidi costumi, si divertivano a punzecchiare il loro compagno con osservazioni ironiche.
- Mio Dio, povero amico! - diceva Giacomo di Lvis, conte di Qulus, - io ti credo davvero perduto. Il re  offeso perch non hai voluto accettare i suoi consigli, e Monsieur d'Anjou perch lo hai deriso a causa del suo naso. (Il viso del d'Anjou era stato talmente sfigurato dal vaiuolo che egli sembrava aver due nasi).
- Non lo credo, - rispose Saint-Luc. - Il re  di malumore per qualche altro motivo, e il duca non viene perch  forse innamorato di qualche dama che mi sono scordato d'invitare.
- Ma non hai visto, - chiese Maugiron, - la faccia del re, a tavola? E, se le cose stessero come dici tu, che forse i seguaci del duca dovrebbero anch'essi astenersi dal venire? Non c' nemmeno, come vedi, quello spaccamonti di Bussy.
Mentre Maugiron faceva quest'ultima osservazione, ed il re si mostrava sulla soglia di uno degli usci, dalla porta di fronte entrava nella stessa sala un altro Enrico terzo, esattamente simile a quello vero, e vestito, calzato, impomatato nello stesso modo.
- Ebbene, signori, che cosa accade? - chiese il re, meravigliato.
Uno scoppio generale di risa gli rispose.
- Sire, - gli fece osservare Saint-Luc avvicinandoglisi, -  Chicot, il vostro buffone, che si  truccato in modo da rassomigliare esattamente a Vostra Maest, ed ora porge la mano al bacio delle dame.
Enrico terzo si mise a ridere. Chicot godeva presso di lui la stessa libert gi goduta da Triboulet alla corte di Francesco I. Del resto, Chicot non era un buffone qualsiasi, e una volta si era chiamato De Chicot. Gentiluomo guascone, maltrattato per questioni di rivalit amorosa da un principe, s'era rifugiato presso Enrico terzo, il quale, tuttavia, sapeva talvolta farsi pagare crudelmente la protezione accordatagli.
- Ehi, mastro Chicot! - esclam il re. - Qui due re sono troppi.
- Se cos ti sembra, lascia, ch'io mi diverta a mio agio, e tu assumi la parte del duca d'Anjou. Pu darsi che scambiandoti per lui, ti ripetano, se non quello che pensa, quello che fa.
- Difatti, - constat il re guardandosi attorno, - mio fratello d'Anjou non  venuto.
- Ragione di pi perch tu occupi il suo posto. Allora siamo d'accordo. Va a ballare, e cos ti divertirai un poco, povero re!
Lo sguardo del re si pos un istante su Saint-Luc.
- Hai ragione, Chicot. Voglio ballare, - disse.
Nel frattempo, Saint-Luc era riuscito ad avvicinarsi alla sua sposa.
- Temo che tutto vada per il peggio, - disse a Giovanna di Brissac che, senza essere una bellezza, aveva dei begli occhi neri, dei denti candidissimi ed una carnagione molto delicata. - Il re ride a labbra strette, e preferirei che mi mostrasse i denti. Giovanna, povera amica mia, temo che ci prepari qualche brutto scherzo... Non mi guardare con tanta tenerezza, te ne prego. Volgimi piuttosto la schiena. Ma ecco Maugiron che si avvicina. Trattienilo con te, e cerca d'essere molto amabile con lui.
E, piantando sua moglie tutta interdetta, si avvicin al re che, pur continuando a ballare, non lo perdeva di vista.
Ed ecco che, tutto ad un tratto, un certo trambusto attrasse l'attenzione di Enrico terzo.
- Eh, eh! - fece con tono di persona irritata. - Mi sembra di udir troppo la voce di Chicot. Capisci, Saint-Luc, il re si offende.
- Sta leticando con qualcuno, - rispose Saint-Luc, come se non avesse compreso bene le ultime parole del re.
- Andate a vedere di che si tratta e tornate a riferirmene.
Infatti, si sentiva Chicot gridare in tono nasale, come faceva il re in certe occasioni.
- Pure, ho emesso delle ordinanze suntuarie, e se non bastano ne emetter ancora. Se non sono buone, sono almeno numerose. Per le corna di Belzeb, sei paggi sono troppi, signor di Bussy!
E Chicot, gonfiando le gote e inarcando la schiena, si mise un pugno sull'anca. La sua imitazione del re era perfetta.
- Che cosa dice di di Bussy? - chiese il re, aggrottando le ciglia.
Saint-Luc, di ritorno, stava per rispondere al re quando comparvero sei paggi, vestiti d'oro e con ricche collane da cui pendevano sui loro petti le armi del padrone, tutte scintillanti di pietre preziose. Dietro ad essi veniva un giovane, bello e dall'aspetto fiero, che portava la fronte alta, camminava guardandosi attorno con occhio insolente, e il cui semplicissimo abito di velluto nero faceva netto contrasto coi ricchi abiti dei suoi paggi.
- Bussy, - mormoravano tutti, - Bussy d'Amboise.
Maugiron, Schomberg e Qulus si erano disposti ai lati del re come per difenderlo.
- Guarda, Saint-Luc - osserv Schomberg, il pi giovane dei favoriti di Enrico, - per quanto uno dei pi bravi, - non ti sembra che il signor di Bussy ti faccia ben poco onore? Guarda dunque quell'abito nero. Perbacco! Ti pare un abito da nozze, quello?
- No, - rispose Qulus, - ma un abito da funerale.
- Ah, - mormor il re, - perch non lo indossa per il suo?
Frattanto, Bussy, avanzatosi gravemente dietro ai suoi paggi, stava per salutare il re, quando Chicot grid in tono offeso:
- Ehi! laggi... Bussy, Bussy d'Amboise, Luigi di Clermont, conte d'Amboise, dal momento che bisogna chiamarti con tutti i tuoi nomi per farsi riconoscere da te, non distingui dunque quale sia il vero Enrico, e quale il falso? Quello che stavi per ossequiare,  Chicot, il mio buffone, le cui sciocchezze a volte mi fanno morire dal ridere.
Senza dargli retta, Bussy stava per inchinarsi al re, quando Enrico gli disse:
- Non lo avete udito, signor di Bussy? Vi ha chiamato.
E, fra gli scoppi di risa dei suoi favoriti, volse le spalle al giovane condottiero.
Bussy arross per la collera, ma si domin e fingendo di prendere sul serio l'osservazione del re e di non aver udito le risate dei suoi favoriti, si rivolse a Chicot.
- Perdonatemi, sire, - disse. - Vi sono dei re che rassomigliano talmente ai buffoni che c' da confondersi.
- Eh? - mormor Enrico voltandosi. - Che cosa dice?
- Oh, nulla, sire, - rispose Saint-Luc, che voleva evitare che al suo ospite accadesse qualche guaio. - Assolutamente nulla.
- Non importa, - diceva nel frattempo Chicot. - Non importa, signor Bussy. Ma, perbacco, mi sembra che vi roviniate per i vostri paggi, a vestirli cos, tutti con stoffe d'oro!
- Sire, - rispose Bussy, volgendosi verso i favoriti del re, - in tempi in cui la canaglia veste come i principi, credo che questi diano prova di buon gusto vestendosi, per distinguersi, come la canaglia.
E diede uno sguardo impertinente agli elegantissimi costumi dei favoriti.
Enrico guard i giovani, impalliditi dal furore, e che non sembravano attendere altro che un suo cenno per gettarsi su Bussy. Qulus aveva gi la mano alla spada.
Ci vedendo, tre amici di Bussy, temendo che la cosa terminasse male per il loro compagno, accorsero presso di lui. Erano Carlo Balzac d'Entragues, detto Antraguet, Francesco d'Audie, visconte di Ribeirac e Livarot. Ma Saint-Luc, che aveva compreso come Bussy fosse stato appositamente inviato alla festa dal duca d'Anjou, e temendo che la sua casa stesse per divenire un campo di battaglia, corse presso Qulus e, trattenendo la sua mano gli mormor rapidamente:
- Qulus, Qulus, pensa al duca d'Anjou, tanto pi potente in quanto si nasconde dietro ai suoi servitori.
- Eh, corpo di bacco! - esclam Qulus, - Che cosa si pu temere quando si appartiene al re di Francia? Se noi ci mettiamo nei pericoli per lui, egli penser a difenderci!
- A difender te, s! - sussurr Saint-Luc tutto mortificato. - Ma a difender me, poi...
- Colpa tua! Perch dunque hai voluto ostinarti a prender moglie, pur sapendo quanto il re sia geloso dei suoi amici?
- E va bene! - disse Saint-Luc in cuor suo. - Che ciascuno pensi pure a se stesso. Io, dal canto mio, cercher l'amicizia del duca d'Anjou.
E, lasciando Qulus, si fece incontro a Bussy che, a testa alta, facendo scorrere su tutti i convenuti uno sguardo di sfida, aspettava di sentire qualche risposta alle sue insolenti parole. Nessuno, tuttavia, os fiatare, e Bussy, scorgendo Saint-Luc che si avvicinava, credette d'aver trovato quello che cercava.
- Signor di Saint-Luc - gli disse, - forse voi desiderate chiedermi spiegazione di quanto ho detto?
- E che avete mai detto? - chiese Saint-Luc con la miglior grazia del mondo. - Io non ho udito nulla. Soltanto volevo salutarvi, e ringraziarvi dell'onore che fate alla mia casa con la vostra presenza.
Bussy, oltre uomo di gran coraggio, era anche uomo di spirito, e comprese come in Saint-Luc, del quale apprezzava, del resto, il valore, in quel momento il padrone di casa avesse il sopravvento, cos rispose cortesemente al giovane con qualche complimento.
- Che cosa gli hai detto, a quel Bussy? - chiese il re a Saint-Luc, quando questi gli fu tornato vicino.
- Gli ho augurata la buona sera, - disse Saint-Luc, - ma aggiungendo che, domani mattina, avrei voluto aver l'onore di augurargli il buon giorno... Ma prego la vostra graziosa maest di serbare il segreto.
- Eh, perbacco! - esclam Enrico terzo. - Io non desidererei di meglio che di vederti disfartene, ma soltanto in caso che ci ti riuscisse senza arrecarti gran danno...
I favoriti scambiarono tra di loro una rapida occhiata.
- Perch - continu il re, - questo scavezzacollo  di una insolenza...
- Gi, - disse Saint-Luc, - ma un giorno o l'altro trover bene chi sapr metterlo a posto.
Qulus, con un cenno del capo, chiam a s d'O e d'pernon e, detto a Saint-Luc di continuare a far compagnia al re, condusse i suoi quattro amici nel vano di una finestra, dove si mise a confabulare con essi concitatamente, bench a bassissima voce.
- Chiss che mai combinano, laggi! - osserv Bussy, fissandoli con insolenza e avvicinandosi, assieme ad Antraguet e a Ribeirac, al gruppetto.
- Parliamo di caccia, - signori, - rispose sorridendo Qulus.
- Per, adesso fa troppo freddo per cacciare. Vi screpolerete tutta la pelle del viso.
- Oh, signor Bussy, - ribatt ironicamente Maugiron, - avremo dei guanti caldissimi e degli abiti foderati di pelliccia.
- Meno male! Ora sono rassicurato, - disse Bussy. - E quando avverr questa partita di caccia?
- Forse, questa notte stessa, - si affrett a rispondere Schomberg.
- Senza forse, - aggiunse Maugiron. - Sar senz'altro per questa notte.
- E di che selvaggina andrete a caccia? - chiese ancora Bussy, col tono della massima insolenza. - Di allodole?
- No, signore - rispose Qulus. - Cacceremo il cinghiale.  gi stanco, ma non sappiamo ancora dove passer.
- Cercheremo di informarci, - disse d'O. - Volete essere della partita, signor Bussy?
- No, - disse questi. - Domani dovr trovarmi dal signor d'Anjou per il ricevimento del signor di Monsoreau, al quale Monsignore, come ben sapete, ha fatto ottenere la carica di Gran Maestro delle Cacce Reali.
- Ma, questa notte? - chiese ancora Qulus.
- Nemmeno questa. Ho un appuntamento in una misteriosa casa del sobborgo di Sant'Antonio. Anzi, vorrei chiedervi un consiglio, signor di Qulus.
- Dite pure. Per quanto io non sia avvocato, credo di saperne dare dei buoni, ai miei amici.
- Ecco: dicono che le vie di Parigi siano poco sicure, di notte. Lo stesso sobborgo  molto isolato. Che strada mi consigliereste di fare?
- Vediamo. Gi, - fece con aria pensierosa, - se fossi in voi, prenderei il traghetto al Pr-aux-Clercs e mi farei condurre alla torre dell'angolo, seguirei il fiume fino al Grand-Chtelet e raggiungerei il sobborgo per via della Tixeranderie. Cos, se riuscirete a oltrepassare il palazzo des Tournelles senza che vi capiti nulla, potrete giungere sano e salvo alla casa misteriosa di cui parlavate poco fa.
- Grazie, signor di Qulus. State pur tranquillo che non devier di una linea dall'itinerario che avete voluto indicarmi.
E, salutati i cinque amici, si ritir coi suoi compagni, dicendo a voce alta a Balzac d'Entragues:
- Caro Antraguet, non c' proprio nulla da fare, con questi signori...
Ma, come Bussy stava entrando nell'ultimo salone, Saint-Luc si avvicin al gruppo dei favoriti, in tempo per sentire Qulus che diceva:
- Non sar difficile acchiappare il nostro animale. Cos, ci ritroveremo all'angolo del palazzo des Tournelles, vicino alla porta di Sant'Antonio, davanti al palazzo Saint-Pol. Dovremo esservi noi soli.
- Usciremo tutti e sei assieme? - chiese Maugiron.
- Tutti e cinque, e non tutti e sei, - osserv Saint-Luc.
-  vero. Tu ne sarai esentato, per questa notte, - disse Schomberg. - Avevamo gi scordato che oggi  il giorno delle tue nozze.
- Non  per questo, - disse Saint-Luc. - Non  per mia moglie, che non vi potr far compagnia. Ma perch il re vuole ch'io lo riaccompagni al Louvre.
E, proprio in quell'istante, si ud la voce di Enrico terzo, che lo chiamava.
- Vedete, signori? - disse Saint-Luc. - Eccolo che mi chiama. Buona caccia, dunque, e arrivederci.
Li lasci, ma invece di correre subito dove era il re, rincorse Bussy che, sulla soglia, si accommiatava dalla sposa.
- Ah, buonasera, signor di Saint-Luc, - disse il giovanotto. - Ma che aria spaventata avete! Forse che dovrete anche voi prendere parte alla grande partita di caccia che si prepara? Sarebbe davvero, da parte vostra, una bella prova di coraggio, ma non di galanteria.
- Signore, - rispose con voce concitata Saint-Luc, - avevo l'aria spaventata perch vi cercavo.
- Davvero?
- E temevo che foste gi partito. Cara Giovanna, vuoi permettermi di dire due parole a quattr'occhi al signor di Bussy?
Giovanna si scost, comprendendo che doveva trattarsi di qualcosa di grave.
- Ebbene, che volevate dirmi, signor di Saint-Luc? - chiese Bussy.
- Che se avete qualche appuntamento per questa notte, signor conte, fareste meglio a rinviarlo a domani. Le strade di Parigi sono cattive, e se per recarvi all'appuntamento doveste passare dalle parti della Bastiglia, vi consiglierei di evitare il palazzo des Tournelles, dove c' un angolo in cui si possono nascondere parecchi uomini. Ecco tutto. Signor di Bussy: non credo che un uomo come voi possa aver paura. Tuttavia ve ne avverto: pensateci su due volte.
Terminava appena di dire queste parole, che si ud la voce di Chicot:
- Saint-Luc! Mio piccolo Saint-Luc! - gridava. - Su, non ti nascondere. Lo sai che ti aspetto perch mi accompagni al Louvre.
Il re, del resto, lo attendeva vicino al buffone. Accanto, un paggio si teneva gi pronto per mettere sulle spalle di Enrico il pesante mantello foderato d'ermellino.
- Sire, - disse Saint-Luc, rivolgendosi contemporaneamente ai due, - avr l'onore di scortarvi con la fiaccola fino al vostro palanchino.
- Niente affatto - rispose Enrico. - Chicot se ne andr per conto suo, ed io per il mio. Tu, che ora sei un uomo serio e posato, poich hai preso moglie, mi dovrai riaccompagnare dalla regina. Il mio palanchino  abbastanza ampio, e potremo prendervi posto in due.
Giovanna di Brissac avrebbe voluto parlare: dire, forse, qualcosa a suo marito, ma questi le fece cenno di tacere.
- Zitta, - le mormor. - Ora che sono entrato nelle grazie di Francesco d'Anjou, non voglio inimicarmi Enrico di Valois. Eccomi, Sire, - soggiunse poi a voce alta. - La mia devozione verso la Vostra Maest  tanto grande che la seguirei fino in capo gal mondo.
Giovanna, rimasta sola con le sue dame di compagnia, and ad inginocchiarsi davanti all'immagine di una santa che teneva nella sua stanza.
Il signor di Brissac, per, fece di pi: mand sei delle sue guardie ad attendere suo genero alle porte del Louvre, per scortarlo quando ne fosse uscito. Ma, dopo due ore, queste inviarono uno dei loro compagni a dire che ormai tutte le porte del Louvre erano chiuse, e che quindi non ne poteva pi uscire anima viva.
Giovanna, quando suo padre le comunic quella notizia, disse che, essendo troppo inquieta per poter dormire in pace, avrebbe vegliato fino al ritorno di suo marito.

 CAPITOLO 2.
SOGNO O REALT?
La porta Sant'Antonio era una specie di galleria di pietra, a vlta che si appoggiava, al lato sinistro, alla massiccia mole della Bastiglia.
Tra la porta e il palazzo di Bretagna si apriva un grande spazio oscuro e fangoso che, gi poco frequentato di giorno, di notte era perfettamente deserto, poich i pochi nottambuli che vi transitavano, preferivano tenersi sotto le mura del bastione, perch, in caso d'aggressione, il corpo di guardia potesse, almeno, sentire le loro invocazioni di soccorso.
La notte in cui incomincia il racconto, notte freddissima e che, verso l'alba, doveva veder cadere una grande nevicata, non c'erano passanti. Ma un occhio abbastanza acuto avrebbe potuto scorgere, all'ombra di uno sperone del muro di cinta del palazzo des Tournelles, un gruppo di ombre nere che si agitavano per mantenere un poco di calore. Tuttavia, il freddo non toglieva a queste ombre in agguato la voglia di chiacchierare.
- Quel maledetto Bussy aveva ragione, - diceva una di esse. - Con questo freddo da lupi, la nostra pelle si screpoler tutta.
- Andiamo, Maugiron, - rispose un'altra delle ombre, - non lagnarti come una donnicciuola. Intabarrati fino agli occhi, e mettiti le mani in tasca.
- Davvero, Schomberg, - disse una terza voce, - si vede che sei tedesco. Ma le mie labbra fanno gi sangue, e i miei baffi sono tutti gelati.
- Io, dove soffro  alle mani, - conferm un quarto individuo. - Non le sento nemmeno pi.
- Un po' di pazienza, signori! - esclam un quinto. - Fra poco, invece di lagnarvi di aver troppo freddo, vi lagnerete d'aver troppo caldo.
- Che Dio ti ascolti, d'pernon, - disse Maugiron, battendo forte i piedi.
- Zitti. Eccolo che viene! Non vedete quell'ombra che arriva dalla via San Paolo?
- Non pu essere lui: ha promesso di seguire un altro itinerario. E voi conoscete Bussy. Una volta che ha detto di passare in un luogo, ci passer, quand'anche sapesse di trovarci il diavolo in imboscata.
- Frattanto, - fece notare Qulus, - ecco due uomini.
- Allora, attacchiamoli! - propose Schomberg.
- Un momento! - disse d'pernon. - Non facciamo sciocchezze. Vediamo, prima, con chi abbiamo a che fare.
All'estremit della via San Paolo che d sulla via Sant'Antonio, intanto, le due persone che avevano attratta l'attenzione degli uomini in agguato si erano fermate come indecise.
- Che ci abbiano visti? - mormor Qulus.
- Evvia! Se non possiamo, a momenti, nemmeno vederci fra di noi.
- Hai ragione, - torn a dire Qulus. - Ma ecco che svoltano a sinistra, e si fermano davanti ad una casa. Sembra che cerchino qualcosa.
- Si direbbe che vogliano entrare, - osserv Schomberg. - Non lasciamo che ci sfugga!
- Ma non  lui! Egli deve recarsi al sobborgo di Sant'Antonio, e questi scendono, invece, verso di noi, - disse Maugiron.
- Chiss, - insinu ancora Schomberg, - che quel furbacchione non ci abbia data una falsa indicazione...
- Potrebbe anche darsi! - esclam Qulus.
A questa supposizione, i gentiluomini balzarono in avanti e si slanciarono, con le spade sguainate, contro i due uomini fermi davanti a quell'uscio, giungendo presso di loro proprio quando, avendo uno di essi gi messa la chiave nella serratura, la porta incominciava a socchiudersi. Al rumore degli assalitori, i due misteriosi viandanti si volsero.
- Che cosa accade? - chiese il pi piccolo dei due al suo compagno. - Che ce l'abbiano su con noi, d'Aurilly?
- Ma, monsignore, lo temo anch'io. Dovremo dire il vostro nome, o conservare l'incognito? Ve lo avevo detto che la dama era troppo bella, per non avere gi qualche corteggiatore.
- Entriamo svelti, d'Aurilly. Un assedio, lo si pu sostenere meglio stando dietro, piuttosto che non davanti ad una porta.
- S, Monsignore, quando non vi sono nemici nella piazza...
Non ebbe il tempo di terminare la frase che i giovani gentiluomini gi piombavano su di loro rapidi come il lampo. Qulus e Maugiron, che si erano tenuti contro la parete, si gettarono fra la porta e coloro che volevano entrarvi, tagliando loro la ritirata, mentre Schomberg, d'O e d'pernon si preparavano ad attaccarli di fronte.
- A morte! A morte! - gridava Qulus, il pi ardente dei cinque.
Ad un tratto, quello dei due che l'altro aveva chiamato monsignore, si volse verso Qulus muovendogli un passo incontro e, incrociando le braccia al petto mentre negli occhi gli balenava uno sguardo sinistro, disse con voce cupa:
- Credo che abbiate detto a "morte", rivolgendovi ad un principe reale, signor di Qulus...
Qulus, con gli occhi sbarrati, lasci ricadere le braccia e, arretrando d'un passo, esclam con voce strozzata:
- Ma  Monsignore il duca d'Anjou!
- Monsignore il duca d'Anjou! - esclamarono in coro gli altri.
- Dunque, riprese Francesco con voce terribile, - grideremo ancora "A morte! A morte!" miei signori?
- Monsignore, - balbett d'pernon, - perdonateci. Era uno scherzo.
- Uno scherzo? Avete un ben strano modo di scherzare, signor d'pernon. Ma vediamo, dal momento che la vostra vittima non dovevo essere io, chi era?
- Monsignore, - rispose Schomberg in tono di grande rispetto, - avevamo visto Saint-Luc uscire dal palazzo Montmorency e venire da questa parte. E la cosa ci era parsa strana, tanto che avevamo voluto sapere perch un marito abbandonasse cos sua moglie proprio la notte delle nozze.
La scusa poteva passare, tanto, pi che, probabilmente, il duca avrebbe saputo, il giorno dopo, che Saint-Luc non aveva dormito a casa, e ci avrebbe confermato quanto Schomberg aveva detto.
- Mi avete dunque preso per il signor di Saint-Luc?
- S, Monsignore, - risposero in coro i cinque compagni.
- Saint-Luc, - continu poi Qulus, -  della statura del signor d'Aurilly e, come la notte  molto oscura, ci  stato facile cadere in errore.
Il duca d'Anjou, pure ascoltando queste parole, con un'abile manovra strategica si era gi allontanato dalla porta che stava aprendo, seguito passo passo da d'Aurilly, abituale compagno delle sue scappate notturne, di quanto bastava perch gli altri, caso mai, non la riconoscessero, uguale come era a tutte le altre di quella strada.
- Ah, Monsignore - terminava intanto di dire Qulus, - perdonateci, e permetteteci di ritirarci subito.
- Andate pure. Addio, signori. Ma ricordatevi, - disse il duca a voce lenta, come se avesse voluto imprimere bene quelle parole nella mente dei cinque gentiluomini che lo ascoltavano nel pi profondo silenzio, - che io andavo a consultare l'ebreo Manasse che sa leggere il futuro e abita, come voi sapete, in via des Tournelles. Ed ora che sapete quello che dovreste dire se mai foste interrogati, addio davvero, signori. Vi prevengo che desidero di non essere seguito.
Tutti si inchinarono, e si congedarono dal principe, il quale, pure allontanandosi, non li perdeva di vista.
- Scommetto, Monsignore, - osserv d'Aurilly quando furono abbastanza discosti, - che costoro sono animati da cattive intenzioni.  meglio, quindi, che rientriamo a palazzo. Guardate, Monsignore, si sono di nuovo messi in agguato in quell'angolo buio...
Francesco volse lo sguardo da quella parte: d'Aurilly aveva detta la verit.
- Sei sicuro che l'uscio si fosse gi aperto?
- Certissimo, Monsignore.
- E l'hai chiuso di nuovo?
- Senza dubbio.
Per quanto, per, d'Aurilly cercasse di dare alle sue parole un assoluto accento di verit, si sentiva assai meno sicuro di aver chiuso nuovamente quell'uscio di quanto fosse certo d'averlo aperto. E si affrett ad aggiungere:
- Vorrei che Vostra Altezza condividesse i miei timori: io non vedo che imboscate e certamente questo  logico, poich accompagno e proteggo una persona come Vostra Altezza... l'erede, cio, della corona, che tanta gente ha troppo interesse a non veder salire sul trono.
Queste parole fecero una grande impressione su Francesto d'Anjou.
- Va bene, - disse. - Torniamo a palazzo; e spero di trovarvi Bussy, gi di ritorno da quel maledetto matrimonio. Spero che abbia ucciso, o che possa uccidere, domani e in duello, qualcuno di quei dannati favoriti del Re. Ci mi consoler.
- Speriamo in Bussy, allora, Monsignore.
E si allontanarono.
Non avevano ancor svoltato l'angolo della via, che i cinque amici videro comparire, all'altezza di via Tison, un. cavaliere avvolto in un ampio mantello. Un raggio di luna, apertosi a stento la via fra le nubi cariche di neve, illuminava la piuma bianca del suo tocco.
- Questa volta  lui, - disse Qulus.
- Alle spade, allora! Alle spade! - esclam Schomberg.
Bussy, con aria indifferente, se ne giungeva, infatti, dalla via Sant'Antonio, seguendo l'itinerario prefisso, a malgrado dell'avvertimento di Saint-Luc. Ed era anche solo, poich si era congedato dai suoi amici alla porta del palazzo dei Montmorency. Sapeva benissimo che una imboscata lo attendeva sulla via, ma da uomo che, al dire di tutti, non sapeva ci che fosse la paura, temeva pi il ridicolo che non la morte stessa, e preferiva, quindi, affrontare bravamente il pericolo che lo minacciava.
Cos fu che non prov nessuna sorpresa, quando il suo occhio acuto, di uomo di guerra, scorse le cinque ombre nere contro lo sfondo grigiastro del muro di cinta del palazzo des Tournelles.
- Sono cinque, - si disse. - Ma chiss che, dietro ad essi, non vi siano anche i loro lacch. A quanto pare, hanno molto rispetto per la mia modesta persona. Bene! Bene! Quel bravo ragazzo di Saint-Luc non ha mentito, e se anche dovesse essere lui, il primo a colpirmi, non esiterei a ringraziarlo dell'avvertimento datomi.
Ci dicendo, continuava ad avanzare, mentre la sua mano destra, sotto il mantello, cercava l'impugnatura della spada.
Al grido di Schomberg, ripetuto dai suoi quattro compagni, tutto il gruppo si port, d'un balzo, davanti a Bussy.
- Ol, signori! - esclam questi con la sua voce acuta ma perfettamente calma - a quanto sembra, qui si vorrebbe uccidere quel poveraccio di Bussy! Questo  dunque quel famoso cinghiale che volevate cacciare! Ebbene, signori, il cinghiale, ve lo giuro, e voi sapete che io non manco mai alla mia parola, scucir la pelle di qualcuno dei cacciatori, prima di lasciarsi uccidere!
-  quello che vedremo, - ribatt Schomberg, facendo balenare nella notte il suo pugnale.
E Bussy sent la sua cavalcatura piegargli sotto. Schomberg, con un'abilit tutta sua speciale di cui aveva gi dato prova in numerose altre occasioni, aveva tagliato uno dei garretti del cavallo con un coltellaccio dalla lama larga e robustissima.
Ma Bussy, sempre pronto a tutto, si trov a terra, saldamente piantato sui due piedi, stringendo la spada nella mano.
- Disgraziato! - esclam. - Era il mio cavallo favorito, e me la pagherete!
E, come Schomberg, trascinato dal suo coraggio, e mal calcolando la portata della sua spada, si precipitava contro di lui, con una puntata ben misurata gli attravers una coscia.
Schomberg si lasci sfuggire un grido.
- Non sono forse di parola? - chiese Bussy con tono ironico, tornando subito a mettersi sulla difensiva. - Era il polso di Bussy, che bisognava tagliare, e non il garretto del suo cavallo!
In un batter d'occhio, mentre Schomberg si comprimeva la coscia ferita, Bussy aveva gi minacciato, con la punta della sua spada, il petto degli altri suoi quattro aggressori, senza degnarsi di gridare al soccorso, perch riteneva questo indegno. E, avvolgendosi rapidamente il mantello al braccio sinistro, seppe destreggiarsi in modo da portarsi con la schiena contro uno dei muri della strada, per non essere preso alle spalle, sempre battendosi e sentendo, di quando in quando, che la sua arma incontrava la molle resistenza della carne di qualcuno di coloro che lo avevano assalito. Ma, disgraziatamente, come il piede gli manc ad un tratto, scivolando sul terreno gelato, abbass per un attimo gli occhi per guardare a terra e Qulus, approfittando di quel momento di distrazione, gli port un colpo che gli trafisse un fianco.
- Toccato! - esclam.
- S. Mi avete forato l'abito, - rispose Bussy, che non voleva accusare la ferita.
E, balzando su Qulus, fece saltare la sua spada a dieci passi di distanza. Tuttavia, non pot godere a lungo di quel sopravvento, ch d'O, d'pernon e Maugiron lo attaccarono tutti e tre contemporaneamente, mentre Qulus raccoglieva il suo ferro e Schomberg, terminato di fasciarsi alla meglio, tornava a precipitarsi su di lui.
Allora si addoss al muro, tentando, con un sorriso di sfida sulla labbra, di far fronte a quella valanga di colpi che gli piombava addosso ma, tutto ad un tratto, si sent la fronte inondata di sudore freddo, e la vista gli si annebbi.
- Ah, ecco che cedi! - esclam Qulus, tirando un'altra botta.
- Giudicane tu stesso! - rispose Bussy, dandogli un forte colpo alla tempia con l'impugnatura della spada. Qulus cadde a terra privo di sensi. Poi, Bussy, con un grido terribile, si lanci su d'O e d'pernon, mentre Maugiron rialzava Qulus. Col piede, Bussy spezz la spada di quest'ultimo, e cal un fendente sul braccio di d'pernon. Tuttavia, i quattro che erano ancora armati si lanciarono alla riscossa e Bussy, sentendosi perduto per la seconda volta, torn ad appoggiarsi al muro. Le orecchie gli ronzavano, e sentiva di star perdendo rapidamente le forze. Gi la spada non obbediva pi alla sua volont. Si appoggi, per sostenersi, con la sinistra al muro, e con sua grande meraviglia questo cedette. Una porta si era aperta dietro di lui.
Allora, ripresa la speranza di salvarsi, fece un ultimo appello a tutte le sue forze; respinto con foga l'ultimo attacco, si lasci scivolare dentro quella porta, che richiuse con una vigorosa spallata. Il catenaccio scatt, e Bussy sent d'aver vinto, poich gli era riuscito di mettersi in salvo.
Guard dallo spioncino: i suoi nemici, pallidi dalla rabbia, cercavano di scardinar l'uscio battendovi furiosamente su con le spade. Poi, tutto ad un tratto, sent che la terra gli mancava sotto i piedi, e che la parete vacillava. Fece tre passi, e si trov in un cortile. Ma qui, dopo d'aver fatto un giro su se stesso, cadde sul primo scalino di una scala, mentre gli sembrava di piombare nel nulla.
Mentre continuava a battersi, aveva avuta ancora la presenza di spirito di far passare il suo fazzoletto sotto la giubba, e di legare il cinturone della sua spada su quella specie di fasciatura improvvisata della piaga viva e ardente dalla quale il sangue sfuggiva ancora in gran copia. Ora, se questo gli aveva permesso di resistere ancora per qualche tempo, non aveva potuto, per, salvarlo dalla debolezza che doveva fatalmente succedere alla perdita di tanto sangue.
Allo svenimento, successe una febbre violentissima, durante la quale Bussy vide, o credette vedere, una visione straordinaria.
Gli sembrava di trovarsi in una stanza arredata con mobili di legno scolpito, le cui pareti erano tappezzate con arazzi raffiguranti strani personaggi, mentre il soffitto era tutto dipinto. Fra le due finestre, era appeso un ritratto di giovane donna, risplendente di luminosit: soltanto, Bussy rimaneva in dubbio se si trattasse di un quadro, o di una reale figura di donna, incorniciata nel vano di una porta.
Ad un tratto, la figura della signora parve animarsi, ed uscire dal quadro: un'adorabile creatura, vestita d'un lungo abito di lana bianca come quelli indossati dagli angeli, e coi biondi capelli ricadenti sulle spalle, gli occhi oscuri velati da lunghe ciglia, ed una pelle capace di fare impallidire di gelosia un bocciolo di rosa, si avanz verso di lui. Era cos prodigiosamente bella che Bussy fece un violento sforzo per gettarsi ai suoi piedi, ma era cos debole che dovette ricadere sul letto, un superbo mobile chiuso da tendaggi di damasco bianco rabescato in oro.
La donna del ritratto attraeva tutta la sua attenzione: Bussy avrebbe voluto guardare quale vuoto ella avesse lasciato nella sua cornice, ma una nebbia impenetrabile gli faceva velo agli occhi. Allora, si mise a rivolgere alla sconosciuta dei complimenti in versi, come egli ne sapeva spesso egregiamente improvvisare.
Ma, tutto ad un tratto, la donna scomparve, poich tra lei e gli occhi di Bussy si era interposto il corpo opaco di un uomo che ora muoveva verso il letto.
- Eccomi finalmente arrivato, - diceva l'uomo.
- S, maestro, - rispose la donna con una voce cos dolce che tutte le fibre del ferito ne vibrarono.
L'uomo, un giovane, si curv sul letto.
- Ah, ah, un ferito, - disse. - Bene, caro signore, ora cercheremo il modo di accomodare quello che c' in voi di rotto.
Bussy avrebbe voluto rispondere, ma si accorse che ci gli sarebbe stato impossibile.
-  una ferita mortale? - chiese la dama con voce dolcissima piena di dolorosa piet.
- Mah! Non lo so ancora, - rispose il giovane medico. - Ora lo visiter. Ma, intanto,  svenuto.
Queste furono le ultime parole che Bussy intese, prima di svenire per la seconda volta. E, mai, in seguito, pot comprendere quanto tempo fosse rimasto fuor dei sensi.
Quando usc da quello stato di incoscienza, un vento freddo gli accarezzava il volto e alcune voci rauche gli straziavano i timpani. Aperse gli occhi, e li volse attorno per cercare gli splendidi arazzi e la dama vestita di bianco, ma tutte queste cose erano completamente scomparse: alla sua sinistra non scorse che un uomo con un grembiule bianco macchiato di sangue, alla destra un frate che gli sosteneva il capo, e davanti una vecchia che biascicava alcune preghiere.
Ma, da una grande muraglia di granito che sorgeva alta da terra, e oltre la quale il cielo si indorava gi per i primi raggi del sole, comprese di trovarsi coricato nel fossato che cingeva il Temple.
- Grazie, buona gente, - disse, - della pena che vi siete data per portarmi fin qui. Non ho in tasca che una ventina di scudi d'oro, ma vi prego di prenderli per ricompensa della vostra fatica.
- Ma, mio gentiluomo, - osserv il macellaio, - non siamo stati noi a portarvi qui. Vi ci abbiamo trovato, passando, all'alba.
- Diavolo! - esclam Bussy. - E, ditemi, c'era anche, con me, un giovane medico?
I tre si guardarono in faccia.
- Non c'era nessuno, povero caro giovanotto, - rispose la vecchia. - Eravate l, solo e abbandonato, freddo come un morto.
Bussy, ad un tratto, ricord la ferita. Pass una mano sotto i suoi panni, e sotto al cinturone, ritrov ancora il suo fazzoletto.
- Strano... - mormor. Poi, quando i tre si furono diviso il denaro che gli ebbero trovato in tasca, soggiunse: - Ed ora, buona gente, conducetemi al mio palazzo. Come vi chiamate, voi, fratello?
- Gorenflot. Fratel Gorenflot, - rispose il monaco. - E il vostro palazzo, come si chiama?
- Palazzo di Bussy.
- Come? - esclamarono quelli che gli stavano attorno, ai quali si andava man mano aggiungendo una piccola folla. - Palazzo di Bussy? Fate dunque parte della casa?
- Ma io sono il signor di Bussy in persona!
- Bussy! - grid allora quella piccola folla ad una voce. - Il signor di Bussy! Il valoroso di Bussy, flagello dei favoriti del re! Viva Bussy!
Cos il giovane gentiluomo, issato sulle spalle dei suoi ammiratori, venne riportato al suo palazzo, dove tosto mand a chiamare il suo cerusico.
- Credete che questa ferita possa avermi fatto cadere in delirio? - chiese all'uomo di scienza.
- Certamente, - rispose questi.
- Peccato! - esclam il gentiluomo. Poi aggiunse fra s e s: "Allora, tutto  stato un sogno! Nient'altro che un sogno!". A, proposito, e il mio cavallo?
- Mi  stato detto che la povera bestia si  trascinata fino alla porta del palazzo, dove all'alba l'hanno sentita nitrire, cosa che ha messo tutti in grande allarme.
- Bah, vedremo se  stato un sogno, - disse Bussy, il cui pensiero tornava sempre alla dama. - Ditemi una cosa, dottore: per quanto tempo dovrei stare in casa, per questa ferita? Quindici giorni, no, come per l'ultima graffiatura?
- Secondo. Vediamo. Potete camminare?
- Altroch: mi pare d'avere dell'argento vivo nelle gambe!
- Provatevi a fare qualche passo, allora.
Bussy salt dal letto, e mosse verso il medico.
- Se non monterete a cavallo, e non farete, come al solito, una lunga marcia il primo giorno, guarirete presto. E, ricordatevi, anche, che non dovete agitarvi troppo.
Bussy promise al medico di fare quanto pi gli sarebbe stato possibile per tenersi tranquillo e, fattosi vestire, chiam la sua carrozza, e si fece trasportare a palazzo Montmorency.

 CAPITOLO 3.
LA PRIMA NOTTE DI NOZZE DI SAINT-LUC
Luigi di Clermont, pi noto sotto il nome di Bussy d'Amboise, era un magnifico cavaliere ed un perfetto gentiluomo. Brantme ne parla come di uno dei grandi capitani del XVI secolo. Re e principi ambivano alla sua amicizia, e regine e principesse gli scoccavano i loro pi dolci sorrisi. La stessa regina Margherita di Navarra aveva fatto per lui pazzie senza fine.
Ma, pur tra tutti questi successi, Bussy aveva saputo conservare un'anima inaccessibile alle umane debolezze. Enrico terzo gli aveva fatta offrire un'amicizia, che egli aveva respinta, dicendo che gli amici dei re sono i loro servi e talvolta peggio e, mentre Enrico digeriva in silenzio quell'affronto, si era avvicinato di pi al duca Francesco d'Anjou, il quale, del resto, era divenuto il padrone del gentiluomo come il domatore lo  dei suoi leoni. Come i Rohan dicevano: "Non posso essere re; principe disdegno d'esserlo, sono un Rohan", egli si era scelto, segretamente, questo motto: "Non posso essere re di Francia, ma il signor duca d'Anjou pu e vuole esserlo, ed io sar il re del signor duca d'Anjou".
Infatti, lo era.
Quando i servi di Saint-Luc videro entrare in palazzo quel Bussy tanto terribile, corsero a prevenire il signor di Brissac.
-  a casa il signor di Saint-Luc? - chiese Bussy al portiere.
- No, signore. Anzi, siamo tutti molto inquieti perch, da ieri, non  ancora tornato, a casa.
- Come mai?
- Mah!
- E la signora,  in casa?
- S.
- Avvertitela, allora, che sarei felice di presentarle i miei rispetti.
Bussy sal la scalinata; Giovanna avanz verso di lui fino al centro della sala d'onore. Era cos pallida, ed i suoi occhi erano tanto arrossati per la lunga e dolorosa insonnia, che Bussy tacque il complimento che stava per fare.
- Siate il benvenuto, signor di Bussy - disse la giovane donna, - per quanto la vostra presenza possa augurarmi nulla di buono.
- Che intendete dire, signora?
- Non vi siete forse incontrato col signor di Saint-Luc, la notte scorsa? Non mi nascondete nulla, signor di Bussy. Ve ne supplico!  vero che egli  uscito di casa col re, ma potete esservi incontrati pi tardi. Che cosa gli  accaduto?
- Signora - rispose Bussy, - questo  davvero strano. Io credevo che voi mi chiedeste notizie della mia ferita, e invece...
- Dunque, Saint-Luc si  battuto con voi, se vi ha ferito!
- Ma niente affatto, signora! Il caro Saint-Luc non si  battuto con me, e grazie a Dio non  dalla sua mano che ho ricevuto questa ferita.  dunque vero che non  rientrato?
- Purtroppo no.
E Giovanna raccont come Enrico terzo avesse ordinato a Saint-Luc di accompagnarlo al Louvre e gli disse, anche, come pur essendosi presentata lei stessa con suo padre alle porte del palazzo, le guardie avessero loro risposto di non sapere ci che essi volessero dire e, che Saint-Luc doveva gi essere tornato a casa.
- Ora sono perfettamente convinto che il re lo abbia trattenuto laggi, - disse Bussy, quando ella ebbe terminato il suo racconto. - Volete vedere Saint-Luc al Louvre?
- E se non ci fosse?
- Perbacco! Dal momento che vi dico che  l!
- Dunque, voi potete entrare liberamente al Louvre?
- Ma certo! Io non sono la moglie di Saint-Luc. Volete venire con me?
- E come mai? Mi assicurate che la moglie di Saint-Luc non pu entrare al Louvre, e mi ci volete condurre voi!
- S, perch non  la signora di Saint-Luc che voglio condurvi. Una donna! Ma andiamo!
-  ben crudele, da parte vostra, prendervi giuoco di me, pur vedendomi tanto addolorata!
- Non mi prendo affatto giuoco di voi, cara signora. Ascoltatemi: voi, cos giovane e snella, rassomigliate molto al pi giovane dei miei paggi, quello che faceva una tanto splendida figura nel suo costume di stoffa d'oro.
- Sarebbe una follia! - mormor Giovanna, arrossendo.
- Pure, non ce' altro mezzo, se volete davvero vedere vostro marito.
- Quand' cos, signor di Bussy, far come volete voi.
- Bene, allora. Ho appunto degli abiti nuovi che avevo fatto fare per i miei paggi, in attesa della prima festa da ballo della regina madre. Sceglier quello che mi parr pi adatto per voi, e ve lo mander. Poi, questa sera, vi attender in via Saint-Honor, vicino a via des Prouvaires...
Giovanna si mise a ridere, e tese la mano a Bussy.
- Perdonate i miei sospetti, - disse.
- Con tutto il cuore, e tanto pi che voi mi offrite il destro di un'avventura che far ridere tutta l'Europa.
Alla sera, quando si incontrarono nel luogo prestabilito, se Giovanna non avesse portato il costume del paggio, Bussy non l'avrebbe riconosciuta. Scambiarono poche parole, e si avviarono senz'altro verso il Louvre. Ed ecco che, fatti alcuni passi, incontrarono una numerosa comitiva che teneva tutta la larghezza della strada. Giovanna, per timore, arretr di un passo, ma Bussy riconobbe, alla luce delle fiaccole, il duca d'Anjou.
- Ecco, - disse alla moglie di Saint-Luc, - chi vi permetter di fare una trionfale entrata al Louvre. - Poi, rivolgendosi al duca, attrasse la sua attenzione con una voce di richiamo: - Ehi, monsignore!
Il principe si volse tosto.
- Tu, Bussy? - esclam lietamente. - Ti credevo ferito mortalmente, e venivo a trovarti, a casa tua.
- Invece non sono morto, monsignore, - ribatt Bussy. - Davvero, per, che mi costringete a cadere in belle imboscate, e mi abbandonate, poi, in situazioni ben poco divertenti. Per poco, non mi cavavano tutto il sangue che avevo in corpo.
- Per la morte! Bussy, il tuo sangue sar pagato a caro prezzo!
- Gi, - ribett Bussy, con la sua abituale franchezza di linguaggio. - Voi dite sempre cos, poi, il primo di loro che incontrate, lo salutate con un bel sorriso.
- Ebbene, se non ci credi - insistette il principe, - accompagnami al Louvre, e sentirai quello che dir a mio fratello.
- Ecco proprio quello che ci voleva per voi - sussurr Bussy all'orecchio della contessa. - Fra i due fratelli scoppier una lite terribile, e voi, nel frattempo, avrete modo di ritrovare il vostro Saint-Luc.
Detto ci, and ad occupare il posto che gli spettava accanto al duca, e continu il suo cammino con tutta la comitiva, cui s'era aggiunta anche Giovanna di Brissac.
Una volta giunti al Louvre, che Bussy conosceva come casa propria, e nel quale il gruppo al seguito del duca entr malgrado della consegna di non lasciare pi entrar nessuno, - cosa, per, che non poteva applicarsi al fratello del re, che, dopo di questi, era il personaggio pi importante della nazione, - Bussy si rec difilato alla sala delle armi, di cui Enrico terzo aveva fatto un appartamento privato, con due letti di velluto e di seta, e arredato con grande licenza e non minore sfarzo.
Ora, Bussy sapeva benissimo che il re non si sarebbe trovato in quelle stanze, poich suo fratello gli aveva fatto chiedere udienza nella galleria, ma sapeva anche che, attiguo a quelle, c'era il cosidetto appartamento della nutrice di Carlo nono, che Enrico terzo aveva destinato all'uso del suo favorito di turno, ed era stato occupato quindi, a volta a volta, da Saint-Mgrin, Maugiron, d'O, d'pernon, Qulus e Schomberg, e che, in quel momento, secondo Bussy, doveva ospitare Saint-Luc, che era stato rapito a sua moglie in un momento di tenerezza reale.
Ad Enrico terzo, essere stranissimo, principe frivolo e principe profondo, principe timido e principe valoroso a volta a volta, ma sempre annoiato, inquieto e sognatore, occorrevano continue distrazioni; di giorno, il rumore, il moto, le buffonate, gli intrighi; di notte, la luce, le chiacchierate, la preghiera o l'orgia, da quell'ermafrodita antico che avrebbe potuto essere, se avesse vista la luce in qualche citt dell'Oriente favoloso, o a Roma, sotto Nerone o Eliogabalo.
Bussy, dunque, si rec difilato all'appartamento della nutrice, e buss all'uscio dell'anticamera, comune ai due alloggi. Fu il capitano delle guardie, quello che venne ad aprire.
- Il signor di Bussy! - esclam meravigliato.
- Io stesso, caro signor di Nancey. Il re vuol vedere il signor di Saint-Luc.
- Benissimo. Lo far avvertire subito.
Attraverso all'uscio socchiuso, Bussy lanci un'occhiata d'intesa al paggio, poi, volgendosi di nuovo a Nancey, gli chiese:
- Che sta dunque facendo, quel povero Saint-Luc?
- Giuoca con Chicot, aspettando il ritorno del re che si  recato ad incontrare il duca d'Aujou.
- Vorreste permettere al mio paggio di attendere qui?
- Con tutto il piacere!
- Entrate, Giovanni - disse Bussy alla moglie di Saint-Luc, indicandole il vano di una finestra nel quale ella corse subito a rifugiarsi.
Vi si era appena rannicchiata, che Saint-Luc sopraggiunse, ed il signor di Nancey, per discrezione, si allontan dai due gentiluomini, in modo da non udire ci che essi avrebbero detto.
- Che cosa vuol dunque ancora il re? - fece Saint-Luc col viso di persona seccata e con voce aspra. - Ah, siete voi, signor di Bussy?
- In carne ed ossa, caro Saint-Luc - rispose il gentiluomo che, abbassando poi il tono della voce, prosegu: - Prima di tutto, grazie del servigio che mi avete reso.
- Oh,  cosa da nulla! - protest Saint-Luc. - Mi ripugnava di vedere assassinare un valoroso gentiluomo quale voi siete... Vi credevo morto, per.
- Infatti, c' mancato ben poco.
- Raccontatemi dunque la vostra avventura, ho tanto bisogno di distrarmi! - esclam Saint-Luc, sbadigliando in modo da slogarsi la mascella.
- Adesso non ne ho il tempo, caro Saint-Luc. Il fatto si  che son venuto per ben altro motivo. A quanto sembra, qui vi annoiate.
- Regalmente.
- Ne ero certo. Povero conte, siete dunque prigioniero?
- Quello che c' di pi prigioniero, in verit. Il re sostiene che io solo ho la virt di distrarlo. Ah, se voleste rendermi un favore!
- Vi sono dispostissimo. Di che si tratta?
- Ebbene, andate dal maresciallo di Brissac, e rassicurate la mia povera mogliettina che deve trovare la mia condotta piuttosto strana.
- E che dovr dirle?
- Eh, caspita! Quello che vedete, aggiungendo che, da ieri, il re non fa altro che parlarmi dell'amicizia come Cicerone che ne ha scritto un trattato, e della virt come Socrate, che l'ha praticata.
- E voi, che cosa gli rispondete? - chiese Bussy ridendo.
- Capperi! Gli rispondo che, in fatto d'amicizia, io non sono che un'ingrato e, in fatto di virt, un perverso. Allora lui esclama: "Ah, Saint-Luc, dunque  vero che la virt non  che un nome?". Il guaio , poi, che dopo d'aver dette queste cose in francese, le ripete in latino, e quindi in greco! Caro Bussy, la pi bella cosa che potreste fare, sarebbe quella di andare a chiedere l'Ippogrifo in prestito al gentil cavaliere Astolfo e condurlo a questa finestra, dalla quale gli salirei in groppa per farmi portare presso mia moglie...
- Amico mio - rispose Bussy, - sarebbe pi semplice ancora condurre addirittura l'Ippogrifo qui, con la vostra dolce sposa...
- Qui?
- Ma certamente! Forse che la cosa non sarebbe pi divertente? Non mi avete detto d'annoiarvi?
- Da morire: chiedetelo a Chicot. L'ho preso talmente in orrore, che questa mattina gli ho offerto tre colpi di spada, e lui se n' offeso talmente che, per poco, io non scoppiavo dalle risa.
- Ebbene, vediamo: che ne direste se, per distrarvi, io vi proponessi di regalarvi il mio paggio?  un ragazzo meraviglioso.
- Grazie, - rispose Saint-Luc, - detesto i paggi. Il re mi aveva persino proposto di far venire da casa mia quello dei miei che io preferivo, ma ho rifiutato. Il vostro, offritelo al re...
- Fate male, Saint-Luc. Prendetelo almeno in prova!
- Siete voi che fate male, - ribatt Sant-Luc indispettito, - a cercare di prendermi in giro cos!
- No. So quello che vi conviene. Ol, paggio, avvicinatevi!
Il paggio lasci il vano della finestra e si avvicin arrossendo.
- Oh! oh! - mormor Saint-Luc, stupefatto, nel riconoscere Giovanna.
- Ebbene - chiese Bussy, - dobbiamo rimandarlo a casa?
- Oh, no, perbacco! No! Ah, Bussy, Bussy, vi dovr eterna riconoscenza.
- State in guardia, Saint-Luc, poich, sebbene non intendano le nostre parole, ci stanno tenendo d'occhio.
-  vero! - e Saint-Luc, che aveva gi fatti due passi incontro a sua moglie, ne mosse tre indietro.
Infatti, il signor di Nancey, meravigliato dei gesti troppo espressivi di Saint-Luc, stava gi prestando orecchio, quando un gran frastuono, proveniente dalla galleria, attrasse la sua attenzione. Poi, assicurandosi la spada al fianco, mosse verso il punto da cui giungevano le voci di un alterco.
- Vedete un po', se non ho fatto bene le cose! - esclam Bussy, soddisfatto.
- Ma che accade, dunque?
- Che io ho provocata una lite furiosa tra il re ed il duca d'Anjou, e voglio assistervi. Voi, intanto, approfittate della confusione per mettere in luogo sicuro il bel paggio che vi ha donato. E arrivederci, Saint-Luc. Signora, vi prego di non scordarvi di me nelle vostre preghiere.
E Bussy, ben contento del tiro fatto ad Enrico terzo, si avvi, tutto risplendente nel suo costume di seta color verde tenero, ornato di nodi rosa, verso i due fratelli, che stavano altercando.
- Sire - disse inchinandosi umilmente davanti al re, - degnatevi di accettare i miei pi umili omaggi.
- Eccolo qui, corpo di bacco! - esclam il re.
- A quanto sembra, Vostra Maest mi fa l'onore di occuparsi di me - disse di Bussy.
- Davvero, e son ben lieto di vedervi - rispose il re. - Per quante cose mi siano state dette, vedo che il vostro viso  l'immagine stessa della salute.
- Sire, un buon salasso rinfresca sempre il viso. Ed io devo averlo freschissimo, questa sera.
- Quand' cos, ditemi pure i torti che vi son stati fatti, ed io vi far rendere giustizia, signor di Bussy.
- Perdonatemi, Sire, ma io non ho nulla di che lagnarmi.
Enrico terzo, stupefatto, fiss il duca d'Anjou. Poi torn a rivolgersi a Bussy.
- Mio fratello assicura che voi avete ricevuto un colpo di spada al fianco...
- Se lo dice il signor duca d'Anjou, deve essere vero. Un principe come lui non sa mentire.
- E allora, chi  stato il colpevole principale, in tutta questa faccenda?
- Sire, - rispose il duca, -  stato Qulus.
- In fede mia, s! - esclam Qulus. - E non lo nascondo.
- In questo caso, - ordin il re, - voglio che il signor di Bussy e il signor di Qulus facciano la pace.
- Oh, oh! - esclam Qulus. - Che vuol dir ci, Sire?
- Vuol dire che vi ordino di abbracciarvi subito alla mia presenza!
Qulus aggrott la fronte.
- Andiamo, dunque, signore, - fece di Bussy e rivolto a Qulus, imitando il gesto italiano di Pantalone, - mi rifiutereste questo favore?
La battuta era stata cos improvvisa ed il gesto cos comico, che lo stesso re scoppi a ridere. Allora Bussy si avvicin a Qulus.
- Suvvia - disse, - perch il re lo vuole.
E gli gett le braccia al collo.
- Spero, per, che questo non ci impegni a nulla, - mormor Qulus a Bussy.
- Affatto! Un giorno o l'altro ci ritroveremo!
Qulus arretr d'un passo, furibondo; Enrico aggrott le ciglia, e Bussy, sempre imitando i comici italiani, fece una piroetta e usc dalla galleria.

 CAPITOLO 4.
LA VOCE MISTERIOSA.
Dopo questa scena il re, ancora corrucciato, si avvi verso il suo appartamento, seguito da Chicot che chiedeva da mangiare.
- Non ho appetito -- disse il re, varcando la soglia.
- Pu darsi, ma io ho una fame rabbiosa - ribatt Chicot, - e non vedo l'ora di azzannare qualcosa, fosse anche un cosciotto di montone!
Come se non avesse nemmeno inteso, il re gett il mantello sul letto e, avviandosi verso la stanza di Saint-Luc, separata dalla sua da una parete sottilissima, disse:
- Aspettami qui, buffone. Torner.
- Oh, non c' bisogno che ti affretti, figlio mio - mormor Chicot.
Poi, quando il rumore dei passi del re fu spento nel corridoio, chiam un valletto.
- Il re ha cambiato idea - gli disse, - e vuole che si prepari una finissima cena, per lui e per Saint-Luc, avendo specialmente cura dei vini. Andate!
Frattanto, Enrico era entrato nella stanza di Saint-Luc che, fingendo di essere ammalato, si era messo a letto, facendosi leggere delle preghiere da un suo vecchio servo che, avendolo seguito, era stato fatto prigioniero con lui. Su di una poltrona dorata, in un angolo, il paggio condotto da Bussy dormiva profondamente, con la testa fra le palme.
Il re vide tutte queste cose in un solo colpo d'occhio.
- Chi  quel giovanetto? - chiese a Saint-Luc, non senza inquietudine.
-  che Vostra Maest, trattenendomi qui, non mi vuol permettere di tenere un paggio?
- Ma certamente - rispose il re.
- Quand' cos - fece Saint-Luc, - ho, approfittato del permesso, che spero Vostra Maest non mi vorr ritirare.
- Nemmeno per sogno! Io son ben lieto se tu puoi distrarti per qualche poco. E dimmi: come stai?
- Sire, temo d'avere addosso una gran febbre.
- Sembra anche a me - disse Enrico. - Hai il viso arrossato. Fammi sentire il polso.
Saint-Luc tese il braccio di malumore.
-  davvero irregolare - disse il re. - Ti far curare dal mio medico personale, e mi far preparare un letto qui nella tua stanza. Cos chiacchiereremo tutta la notte. Ho un mucchio di cose da raccontarti.
- Ah! - grid Saint-Luc, disperato. - Dite d'esser medico, giurate di essere mio amico, e volete impedirmi di dormire per tutta la notte!
- E vorresti restar solo tutta la notte?
- Non c', forse, il mio paggio, Giovanni?
- Lascia che io vegli con lui, non ti parler se non nel caso che ti veda desto.
- Oh, Sire! Dovreste perdonarmi le troppe sciocchezze che direi.
- Vieni allora a tenermi compagnia finch non sar a letto. Poi ti permetter di ritirarti.
-  una tirannia bella e buona! - borbott SaintLuc. - Ma dal momento che vi debbo rispetto e obbedienza, vi prometto d'essere da voi fra cinque minuti.
- E va bene! Ma non ti concedo pi di cinque minuti, durante i quali voglio che tu trovi qualche storiella da raccontarmi, e che mi possa divertire.
La toeletta notturna del re non era davvero un affare da poco: seduto su di una seggiola d'ebano intarsiato in oro, con i piedi nudi sui petali di fiore che coprivano il pavimento, Enrico terzo, con sulle ginocchia una nidiata di cagnolini, si era affidato alle mani di due servitori, che pettinavano i suoi capelli, arricciandoli come quelli di una donna, e di un terzo che stava arricciandogli i baffetti volti all'ins e la barbetta rada.
Ad occhi chini, Enrico terzo lasciava fare e, voltosi al gentiluomo, chiese:
Ebbene, Saint-Lazo; come va il mal di capo?
Saint-Luc port una mano alla fronte, ed emise un gemito.
Allora, si ud uno strano rumore, simile a quello che possono produrre le mascelle di una scimmia, attivamente occupate a divorare.
Il re si volse, e vide Chicot che stava terminando la cena ordinata per due.
- Andate subito a chiamare il capitano delle mie guardie! - grid il re. - Subito!
- E perch? - chiese Chicot, leccando quanto era rimasto, di crema, nel fondo di una tazza.
- Perch infilzi con la sua spada il corpo di Chicot e, per quanto magro sia, ne faccia fare un arrosto per i miei cani.
Chicot si lev, col berretto di traverso.
- Ah no, corpo di mille bombe! Dar carne di gentiluomo ai tuoi quadrupedi! Ebbene, venga pure, il tuo capitano, e vedremo.
Ci dicendo, sfoderata la sua lunga spada, si mise a tirar di scherma cos comicamente contro il barbiere e gli altri servitori, che il re scoppi a ridere.
- Ma adesso ho fame anch'io - disse poi con voce dolente. - e quel manigoldo si  mangiato da solo la nostra cena.
- Sei troppo capriccioso, Enrico - disse Chicot. - Ti avevo detto di metterti a tavola con me, ma tu hai rifiutato. Per, c' rimasto del brodo ed io, siccome non ho pi appetito, me ne vado a letto.
- Anch'io - disse Sait-Luc, - altrimenti mi mancherebbero i sensi. Sono tutto un brivido.
- Allora verr a trovarti, questa notte, Saint-Luc. - disse il re, congedandolo.
- Oh, non venite, sire, ve ne supplico! Mi fareste risvegliare all'improvviso e ci rende epilettici.
E salutato il re, usc. I valletti copersero il viso del re con una maschera di un tessuto finissimo, spalmato di una pomata soavemente profumata, e gli coprirono il capo con un berretto di seta coperto d'argento.
Dette le sue preghiere, e sollevate le coperte riscaldate con braci di coriandolo, cannella e benzoino, finalmente Enrico terzo si coric, ed i valletti, scopati i petali di fiori che coprivano il pavimento e che incominciavano, colle loro esalazioni, a rendere l'aria irrespirabile, aperte per qualche istante le finestre, si ritirarono, non senza, per, avere accesa una grande fiammata nel caminetto.
Ed il re si addorment, ma il suo sonno non dur a lungo. Poich non erano ancora trascorse due ore dacch egli aveva chiuso gli occhi, che un grido terribile risuon per gli appartamenti reali.
E quel grido era uscito dalla stessa gola del re.
Poi si ud il rumore di un mobile rovesciato, quello di porcellane che si rompevano, e infine quello di passi disordinati che correvano qua e l. Tosto le luci tornarono ad accendersi, e varie voci si udirono.
- All'armi! All'armi! Tutti dal re!
Il capitano delle guardie, il colonnello degli svizzeri, i famigli, gli archibugieri di servizio, si precipitarono, come un sol uomo, nella stanza del re che tosto venti torce illuminarono.
E l, presso la seggiola d'ebano rovesciata, tra i cocci delle porcellane infrante, davanti al letto in disordine, Enrico terzo, grottesco e spaventoso nel suo abbigliamento notturno, si teneva ritto, coi capelli irti e gli occhi sbarrati, muto dal terrore. Nessuno, davanti a quello spettacolo, avrebbe osato rompere il silenzio se non fosse comparsa, vestita a met e avvolta in un ampio mantello, Luisa di Lorena, la dolce e bionda santa risvegliata dagli urli di terrore del suo sposo.
- Sire - chiese ella, tremando pi di tutti, - che  dunque accaduto, per amor di Dio?
- Non... non... nulla! - rispose il re, senza muovere gli occhi che sembravano inseguire nel vuoto una visione che egli solo poteva scorgere.
Ma il terrore era dipinto cos visibilmente sui tratti del re, che tutti i presenti se ne sentirono presi.
- Oh, Sire! - insistette la regina. - Sire, in nome del cielo, non lasciateci in tanta angoscia! Volete che facciamo chiamare un medico?
- Un medico? - esclam il re con voce cupa. - No, non  il corpo che  ammalato.  l'anima! Piuttosto che un medico... un confessore.
Gli astanti, attoniti, si guardarono gli uni con gli altri. Poi i loro sguardi esplorarono le porte, le tende, il pavimento, il soffitto, ma a nessuno di essi fu dato di scorgere ci che tanto aveva spaventato il re.
Non appena Enrico terzo ebbe manifestata la sua volont, un messaggero era balzato a cavallo e cinque minuti dopo Giuseppe Roulon, superiore del convento di Santa Genoveffa, strappato al suo letto, usciva per recarsi dal re.
All'arrivo del confessore, ogni tumulto tacque, il silenzio torn a dominare sovrano.
Poi, al mattino seguente, il re, dette le sue preghiere, e raccoltisi attorno a s tutti gli amici - meno Saint-Luc il quale aveva protestato di sentirsi troppo male per potersi alzare - ordin che, cinto ognuno il cilicio, si eseguisse, in segno di penitenza, una flagellazione generale, comandando che la giornata trascorresse nel digiuno e nella penitenza, e si effettuasse da tutti, a piedi e a torso nudi, a malgrado della neve e della brina, una processione fino a Montmartre.
A sera, Enrico terzo rientr al Louvre, ancora digiuno, con la schiena striata da lunghi segni violacei lasciati dalla disciplina.
Chicot, invece, dal canto suo, stanco e affamato per quello strano esercizio, poco dopo d'aver varcata la porta di Montmartre se la squagli e, assieme a fratel Gorenflot, lo stesso frate che al mattino aveva assistito Bussy, e che era uno dei suoi amici, era andato ad accomodarsi al tavolo di un'osteriola molto rinomata, dove aveva bevuto del buon vino caldo, e divorata un'anitra uccisa nella paludi della Grange-Batelire.
Ritiratosi nei suoi appartamenti, Enrico terzo si sent stanco del digiuno e delle furibonde penitenze della giornata. Si fece servire una cenetta di magro e and a visitare Saint-Luc che trov riposato e di buon umore.
Ma, dalla notte antecedente, le idee del re si erano rivolte verso la meditazione sulla caducit umana.
- Ah! - disse a Saint-Luc con un sospiro, - Dio ha veramente fatto bene, rendendoci la vita amara.
- E perch, Sire? - chiese Saint-Luc.
- Perch l'uomo, stanco di soffrire, invece di temere la morte, la desidera.
- Perdonatemi, Sire - ribatt il giovane, - ma io non desidero affatto morire.
- Ebbene, senti: vuoi che io abbandoni la mia corona? Se tu sei disposto a lasciare tua moglie, io lo faccio, e cos potremmo entrare assieme in un chiostro...
- Perdonatemi ancora una volta, Sire - torn ad insistere Saint-Luc, - ma voi tenete troppo alla vostra corona, che pur conoscete cos bene, ed io tengo troppo a mia moglie, senza tuttavia conoscerla gi... Sapete quel che ci vuole per voi? Una tavola bene imbandita, dei violini, delle cortigiane perch possiamo, in fede mia, danzare! Questa sera mi sento in vena di commettere qualche follia. Volete, Sire?
Ma Enrico non rispondeva. Cupo e taciturno, sembrava lottare contro qualche dolorosa angoscia segreta.
- Credi ai sogni, Saint-Luc? - chiese poi, alfine.
- Eh! Qualche volta, Sire. Quando i sogni hanno il potere di consolarmi della realt. Questa notte, per esempio, ho sognato che mia moglie, trasformata per chiss quale magia in un bellissimo uccello, era venuta a battere contro alla finestra, invitandomi ad aprirle.
- E tu le hai aperto?
- Lo credo bene, Sire! Il sogno era troppo bello.
- Basta, Saint-Luc, basta! - disse il re levandosi in piedi. - Tu ti perderesti ed io mi perderei con te, se restassi ad ascoltarmi pi a lungo: addio, Saint-Luc, e spero che il cielo ti mandi, questa notte, un sogno salutare che ti induca a condividere le mie penitenze.
- Ne dubito, Sire. E mi permetterei di darvi un consiglio: quello di far riaprire le porte del Louvre, e ridar la libert a quel libertino di Saint-Luc, il quale  fermamente deciso a morire impenitente.
- No, e spero che la grazia divina domani abbia toccato anche il tuo cuore come ha toccato il mio. Buona notte, Sain-Luc, vado a pregare per te.
E, mentre Saint-Luc intonava un'allegro ritornello, Enrico terzo tornava nella sua stanza, mormorando:
- Signore Iddio! La tua collera  giusta e legittima, poich il mondo va di male in peggio!
Tutta la corte, secondo gli ordini impartiti dal re, lo attendeva nella galleria. Enrico terzo, sorrise a qualcuno dei suoi amici, sped, per castigo, in provincia, d'O, d'pernon e Schomberg, e minacci Maugiron e Qulus di farli mettere sotto processo se tornavano ad attaccar briga con Bussy al quale dette la mano da baciare. Poi tenne a lungo suo fratello Francesco stretto al cuore, terminando con l'usare alla regina cortesie tali da far restare tutta la corte stupefatta.
Frattanto giungeva l'ora in cui il re era solito a coricarsi, ma egli, a quanto tutti potevano vedere, sembrava cercasse di ritardare quel momento quanto pi possibile. Finalmente, come l'orologio del Louvre batteva le dieci, Enrico si decise, e cerc, con lo sguardo, quello dei suoi amici che avrebbe incaricato delle funzioni di accompagnatore che Saint-Luc aveva rifiutato.
Chicot lo guardava fare.
- To' - disse poi, con la sua solita sfrontatezza, - questa sera hai l'aria di farmi gli occhi dolci, Enrico. Vorresti forse donarmi una qualche buona abbazia, dotata di diecimila franchi di rendita? In tal casa fa pure: io sono sempre disposto ad accettare, figlio mio!
- Venite con me, Chicot - disse il re. - Buona notte, signori. Io vado a letto.
Ed il re rientr, assieme al buffone, nella sua stanza.
- Preghiamo - disse il re, dopo di avere congedati i suoi valletti, senza permettere che procedessero, come d'abitudine, alla sua toeletta.
- Grazie tante! - esclam Chicot di cattivo umore. - Non  affatto una cosa divertente. Preferisco tornarmene dai miei compagni. Addio, e buona sera!
- Rimanete! - impose il re, togliendo la chiave dalla serratura.
- Enrico - fece Chicot, - questa sera hai davvero un aspetto sinistro e se non mi lascerai uscire, mi metter a gridare. Questa  tirannia vera e propria! Temo proprio che tu abbia paura a restar solo.
A quella parola di paura, un lampo balen negli occhi del re, che si mise a passeggiare concitatamente per la stanza. Era talmente agitato, e cos pallido, che Chicot incominci a temere che fosse davvero ammalato e dopo di avergli visto fare due o tre giri, nella stanza, gli disse:
- Vediamo, figlio mio, che hai? Confida dunque le tue pene all'amico Chicot.
Il re s'arrest di botto, fissandolo in viso.
- S - disse. - Tu sei il mio solo amico. A malgrado delle tue buffonerie, sei un uomo di cuore.
- Allora, invece di darmi l'abbazia che ti ho chiesto, dammi un reggimento.
- Tacete, tacete! Si avvicina l'ora terribile, Chicot! Vedrai! Sentirai!
- Vedr? Sentir? Che cosa?
- Se aspettate, lo vedrete! Sei coraggioso? - Un po' il re, spaventato come era, gli dava del tu e un po' del voi.
- E me ne vanto!
- In tal caso, ti ordino di restare con me!
- Ecco, in parola d'onore, un ben strano padrone, che vorrebbe comandare alla paura! Ebbene - continu il buffone, prendendo in giro il re, - io ho paura! Paura, ti dico! Aiuto! Aiuto! Al fuoco!
E, forse per far fronte al grottesco pericolo in cui non credeva, Chicot salt su di un tavolo.
- Andiamo, briccone - disse allora il re, - poich  necessario, ti racconter tutto. Scendi gi di l.
- Era ora! - fece Chicot che, dopo di essersi data una sfregatina di mani era sceso dal tavolo sfoderando lo spadone. - Racconta, dunque, figlio mio. Anche se si trattasse di un coccodrillo, la lama della mia spada saprebbe vincere la durezza della sua pelle.
E sedette in una gran poltrona, con la spada nuda fra le gambe.
- La scorsa notte - disse Enrico, - io dormivo...
- Anch'io - osserv Chicot.
- Quando - continu il re, senza badare a quell'interruzione, - sentii un soffio corrermi sul viso. Mi svegliai a met e mi sentii agghiacciare dall'orrore, poich una voce era risuonata, all'improvviso, cos vibrante e terribile che ne provai una scossa al cervello.
- La voce del coccodrillo? - chiese Chicot con un forte tono di sarcasmo. - Ho letto in Marco Polo, infatti, che il coccodrillo ha una voce forte e terribile.
- Taci e ascolta. Quella voce, dunque, incominci a dire: "Miserabile peccatore! Io sono la voce del tuo Signore Iddio. Mi ascolti dunque, peccatore incallito nel vizio? Continuerai in questa tua vita di iniquit?"
- Davvero - not Chicot, senza smettere il suo tono sarcastico, - che la voce di Dio rassomiglia stranamente a quella del tuo popolo! Ma continua: voglio sapere se Dio  bene informato a tuo riguardo.
- Empio! - esclam il re. - Se continuerai a dubitare, ti far punire duramente.
- Ma io non dubito affatto! Soltanto, mi meraviglia che il Signore abbia atteso fino ad oggi per farti simili rimproveri. Si vede che, dal tempo del diluvio,  divenuto ben paziente. E cos, hai avuto una bella paura.
- Oh, s! - confess Enrico terzo. - Avevo la fronte inondata di sudore, e mi sentivo gelare.
- Ebbene, e che cosa ha detto, Foulon, della voce?
- Che era un miracolo, e che, quindi, dovevo pensare alla salvezza dello Stato. Ed ora, dimmi il tuo parere Chicot. Che cosa ne pensi? Ma bada che non  al buffone che rivolgo, ma all'amico.
- Quand' cos - rispose Chicot in tono di persona che parli con la massima seriet, - credo che Vostra Maest sia stata vittima di un incubo.
- Un sogno? - chiese Enrico, scuotendo gravemente il capo. - No, no, ti assicuro che ero ben desto.
- Sogni, figlio mio. Nient'altro che sogni!
- Ma perch ti ostini a non crederci, Chicot? Non  forse vero che, spesso, il Signore parli ai re, quando vuole far avvenire qualche cambiamento sulla faccia della terra? Ecco, vedi, io ti ho fatto rimanere perch anche tu oda quella voce, ed ascolti ci che dir.
- Gi, e perch, quando ripeter quello che avr udito, la gente creda in una delle mie solite buffonerie. Per, dal momento che hai bisogno d'avere vicino un amico, rimarr, Enrico. In fondo, non mi dispiacerebbe di sentire la voce del Signore... Chiss che non abbia da dire qualcosa anche a me. Vuoi metterti a letto?
- Ma...
- Non ci sono ma che tengano. Credi forse, restando alzato, di impedire al Signore di far udire la sua voce?
- E tu rimarrai qui?
- L'ho promesso.
- Quand' cos, mi getter sul letto vestito. E tu?
- Rimarr in questa poltrona.
- Ma farai di tutto per rimanere desto?
- Sta tranquillo. D'altronde, la voce misteriosa mi sveglier.
- Non scherzare su questo argomento - mormor Enrico che rimise a terra la gamba che aveva gi steso sul letto per coricarsi.
- Su, a letto! - gli intim allora Chicot. - Non vorrai gi che ti ci corichi come si fa con i bambini!
Il re trasse un profondo sospiro e, dopo d'aver esplorato con lo sguardo inquieto tutti gli angoli della stanza, si decise, rabbrividendo, a lasciarsi cadere sul letto. Chicot, dal canto suo, si accomod il meglio che gli fu possibile nell'ampia poltrona, circondandosi di cuscini.
- Buona notte, Enrico - disse quando gli parve di sentirsi a suo agio.
- Buona notte, Chicot. Ma non dormire.
- Me ne guarder bene, perbacco! - rispose Chicot, sbadigliando da slogarsi le mascelle.
Ed entrambi chiusero gli occhi: il re per fingere di dormire, e Chicot per dormire davvero.
Rimasero cos, quasi immobili ed in silenzio per circa dieci minuti, poi il re sedette di soprassalto, sul letto. Il poco rumore da lui fatto bast per destare Chicot.
- Che cosa  accaduto? - chiese Chicot con un filo di voce.
- Il soffio! - rispose il re in tono ancor pi basso. - il soffio!
Nello stesso istante, una delle candele del candelabro d'oro situato sul tavolo accanto al letto si spense. Poi fu la volta della seconda, della terza, della quarta e, finalmente, dell'ultima.
- Oh! Oh! - mormor Chicot, - che soffio!
La stanza era rimasta quasi al buio, non essendo pi illuminata che dal riverbero delle braci del caminetto.
- Caspita! - esclam Chicot, alzandosi in piedi.
- Adesso parler - disse il re.
- Ascoltiamolo, allora!
Infatti, Chicot aveva appena chiuse le labbra che di fianco al letto, tra questo e la parete, si ud una voce cavernosa e fischiante.
- Sei l, o peccatore incallito?
- S, Signore - balbett Enrico battendo i denti.
- Per, per... - osserv Chicot, - per venire dal cielo, questa voce mi sembra stranamente raffreddata.
- E credi dunque di avermi obbedito - continuava frattanto la voce, - con tutte le manifestazioni esterne di quest'oggi, mentre il tuo cuore non era stato menomamente toccato dal mio monito?
- Bene, - approv Chicot. - Ben detto!
E si avvicin al re che tremava come una foglia.
- Zitto! - gli disse. - Scendi piano piano dal letto, e lascia che io prenda il tuo posto. Cos, semmai, la collera del Signore cadr prima su di me.
Pur continuando a parlare, aveva sospinto, con affettuosa insistenza, il re gi dal letto, e si era messo al suo posto.
- E adesso, Enrico - soggiunse poi, - siedi nella mia poltrona e lascia fare a me.
Il re, che incominciava a comprendere, obbed.
- Tu non rispondi - riprese la voce. -  segno, dunque, che sei veramente indurito nel peccato.
- Oh, perdonami, Signore, perdonami! - implor allora Chicot, imitando il tono nasale del re.
Poi, allungandosi, verso Enrico terzo, sussurr:
- Vedi, un po' che strano caso! Il buon Dio non riconosce Chicot.
- Sciagurato! - tuon la voce.
- S, Signore, s! - si affrett a rispondere Chicot. - Riconosco d'essere un gran peccatore, un traditore, specialmente per la mia condotta nei riguardi di mio cugino di Cond, al quale ho sedotta la moglie, cosa di cui mi pento.
- Che dici, dunque? - protest il re. - Taci.  cosa ormai passata, quella!
- Riconosco - continu Chicot senza dargli retta, - d'avere agito come un ladrone con i Polacchi, che mi avevano eletto loro re, fuggendo, una bella notte, con tutti i diamanti della corona.
- Canaglia! - disse Enrico. - Perch ricordare cose ormai dimenticate?
- Bisogna continuare nell'inganno - sussurr Chicot. - Lasciami fare. Riconosco d'aver sottratto il trono di Francia a mio fratello d'Alenon, a cui spettava di diritto, poich io vi avevo formalmente rinunciato, accettando il trono della Polonia, e me ne pento.
- Briccone! - mormor il re.
- Riconosco - prosegu Chicot, - d'avere agito in comunella con la mia buona madre Caterina de' Medici, per cacciare di Francia mio cognato il re di Navarra, dopo di aver distrutto tutti i suoi amici, e mia sorella, la regina Margherita, dopo di aver distrutti tutti i suoi amanti; cose di cui mi pento. E poi  vero che sono effeminato, pigro, sciocco e ipocrita!
-  vero - rispose la voce cavernosa.
- Ho maltrattato le donne, e soprattutto la mia, pur cos buona!
- Bisogna amare la propria moglie come se stessi - disse la voce ammonitrice.
- Dunque ho peccato molto? - chiese Chicot in tono contrito.
- E indotto gli altri a peccare col tuo esempio. Per poco, non facevi dannare anche il povero Saint-Luc, cosa che potr ancora avverarsi se non lo lascierai in libert domani all'alba, e se non farai lui duca e sua moglie duchessa!
- E se non volessi obbedire? - disse Chicot, lasciando intendere una velleit di resistenza.
- Se non vorrai obbedire - rispose la voce facendosi terribile, - sarai dannato a cuocere, per tutta l'eternit, nella stessa caldaia in cui cuociono Sardanapalo, Nabuccodonosor e il maresciallo di Retz!
Enrico terzo si lasci sfuggire un gemito, poich la paura, si era rinnovata nel suo cuore pi forte che mai.
- Perbacco! - esclam Chicot. - Guarda un po', Enrico, come il cielo si interessa al signor di Saint-Luc! Si direbbe che il Signore l'abbia nella sua manica!
Ma il re non voleva comprendere lo spirito di Chicot.
- Sono perduto! - ripeteva tutto spaventato. - E quella voce che vien dall'alto, causer la mia morte!
- Voce che vien dall'alto? - ribatt Chicot. - Per questa volta ti sbagli, e della grossa. Voce che viene di qui di fianco, dovevi dire!
- Come, come?
- Ma non hai ancora capito, Enrico, che la voce viene dall'altro lato di questa parete? Caro mio, il Signore, questa notte  alloggiato nello stesso Louvre. Forse, come ha fatto l'imperatore Carlo V, passa dalla Francia nel suo viaggio per discendere all'inferno!
- Ateo! Bestemmiatore!
- E poi, Enrico, noto che l'onore di cui sei fatto oggetto ti lascia ben freddo. Come, il Signore alloggia qui, dall'altro lato di questa tramezza, e tu non vai nemmeno a fargli una visita? Andiamo! Davvero che sei tanto scortese che stento a riconoscerti!
Mentre Chicot diceva queste ultime parole, un tizzone fiammeggi all'improvviso nel caminetto, illuminando col suo bagliore il viso del buffone, cos allegro e malizioso che il re ne fu meravigliato.
- Come? - esclam. - Hai ancora il coraggio di riderne?
- Certamente! E che possa morir di peste subito, se anche tu, fra pochi minuti, non ne riderai come faccio io! Ragiona, figlio mio, e fa quello che ti dico.
- Debbo davvero andare a vedere? E se la voce parlasse ancora?
- Io sar sempre qui per rispondere.
Enrico terzo, finalmente convinto, aperse pian piano la porta che dava sul corridoio, sul quale si apriva anche la stanza vicina, quella che era stata la stanza della nutrice di Carlo IX, e che per il momento era occupata da Saint-Luc. E, con sua gran meraviglia, not che, quanto pi si allontanava dalla stanza, mentre la voce di Chicot risuonava sempre pi debole, quella del suo interlocutore aumentava di volume, e sembrava effettivamente uscire dall'alloggio di Saint-Luc.
Il re stava gi per bussare all'uscio, quando scorse un raggio di luce filtrare attraverso la larga toppa della serratura. Si abbass, e vi guard attraverso.
Poi si rialz, rosso di collera, lui che era abitualmente tanto pallido, poich aveva scorto Saint-Luc, in vestaglia che, in un angolo della stanza, stava pronunciando dentro una cerbottana quelle minacciose parole che egli aveva scambiato per divine, mentre una donna, coperta da un diafano camice bianco, rideva felice, appoggiandosi alla sua spalla.
- Giovanna di Coss nella stanza di Saint-Luc! Un buco nel muro, ed un'atroce burla giocatami! - mormor il re. - Miserabili, me la pagheranno cara!
Ed Enrico, non riuscendo pi a contenere la sua ira, con un calcio invero molto virile per un effemminato scardin l'uscio.
Giovanna, seminuda, con un grido terribile corse a nascondersi fra le tende della finestra, drappeggiandovisi, mentre Saint-Luc, pallido dal terrore, si lasciava cadere, con la cerbottana ancora in mano, in ginocchio ai piedi del re, smorto dal furore.
Enrico, dopo qualche istante, ruppe il silenzio con una sola parola.
- Uscite! - disse tendendo il braccio.
E, cedendo ad un impulso d'ira indegno di un re, strappando la cerbottana dalle mani di Saint-Luc, l'alz come avesse voluto colpirlo con quella. Ma allora Saint-Luc scatt in piedi.
- Sire - disse, - voi avete diritto di colpirmi soltanto alla testa, poich sono un gentiluomo!
Enrico lanci violentemente la cerbottana a terra, di dove qualcuno la raccolse. E questo qualcuno era Chicot che, avendo udito il rumore dell'uscio sfondato, era accorso, gi presentendo che ci sarebbe stato bisogno della sua opera di paciere.
Raccolta la cerbottana, lasciando che Enrico terzo e Saint-Luc se la sbrigassero fra di loro come meglio avrebbero saputo, corse alle tende da cui trasse la povera Giovanna mezza morta di paura.
- Ecco - disse, - Adamo ed Eva dopo il peccato! E tu li scacci, Enrico?
- S - disse il re, torvo in viso.
- Allora aspetta, voglio assumere la parte dell'angelo sterminatore.
E, gettandosi fra il re e Saint-Luc, tese la cerbottana come una spada fiammeggiante sul capo dei due colpevoli, dicendo:
- Questo  il mio paradiso, e voi l'avete perduto con la vostra disobbedienza. Vi proibisco di tornarvi.
Poi, chinandosi all'orecchio di Saint-Luc che aveva raccolta fra le braccia sua moglie come per difenderla dalla collera del re, sussurr rapidamente:
- Se avete un buon cavallo, fatelo scoppiare, ma, prima di domani, dovrete aver gi fatto venti leghe!

 CAPITOLO 5.
BUSSY ALLA RICERCA DEL SUO SOGNO.
Frattanto, Bussy era tornato a casa col duca d'Anjou. Entrambi erano assorti: il duca, temendo i risultati della sua vigorosa protesta, alla quale era stato, in un certo qual modo, spinto da Bussy, e questi perch era oltremodo preoccupato per gli avvenimenti della notte antecedente.
- Alla fin dei conti - si diceva tornando al suo palazzo, dopo di aver fatti molti complimenti al duca per l'energia spiegata in quell'occasione, - c' almeno una cosa di sicuro, in tutto questo affare: che io sono stato aggredito e ferito, per quanto mi sia battuto con tutte le mie forze. Ora, battendomi, vedevo l la croce des Petits-Champs; vedevo il muro del palazzo des Tournelles, e le merlature della Bastiglita. Sono stato attaccato in piazza della Bastiglia, un po' pi in l del palazzo des Tournelles, fra via Santa Caterina e via San Paolo, poich stavo andando al sobborgo di Sant'Antonio a prendere la lettera della regina di Navarra, e vicino ad una porta con uno spioncino attraverso il quale ho poi potuto scorgere Qulus. Ero in una allea, al capo della quale c'era una scala. Inciampato contro il primo scalino, svenni. Poi il sogno  incominciato.
Si ferm accanto all'uscio del suo palazzo e, appoggiandosi al muro, chiuse gli occhi.
- Per la morte! - esclam tra s e s, seguendo sempre il filo dei suoi pensieri. -  impossibile che un sogno lasci una simile impressione. Mi sembra di vedere ancora quella camera, e la meravigliosa dama bionda. E ricordo perfettamente l'allegro volto del giovane medico, condotto presso di me ad occhi bendati. Questi indizi dovrebbero essere sufficienti e, a meno d'essere l'ultimo dei bruti, riuscir a ritrovarla. Cos, andiamo ad indossare un abito pi adatto ad un notturno vagabondo, e corriamo alla Bastiglia.
Per quanto poco ragionevole potesse sembrare quella risoluzione di tornare, a poche ore di distanza, al luogo dove, per poco, non moriva assassinato, Bussy la mise in opera. Si fece medicare nuovamente la ferita da un medico che teneva sempre al suo palazzo, calz dei lunghi e solidi stivali che gli salivano fino a mezza coscia e, armandosi con una delle sue pi solide spade, si avvolse in un mantello.
Erano circa le nove della sera e, suonato il coprifuoco, Parigi era quasi deserta. Piazza della Bastiglia, grazie allo sgelo, era ridotta un enorme pantano.
Bussy non mise molto ad orientarsi; trovato il punto in cui il suo cavallo si era abbattuto, cerc di ripetere tutti i passi gi fatti duellando e giunto cos vicino al muro, esamin ogni uscio, tentando di riconoscere quello contro il quale si era appoggiato, e dal cui spioncino aveva visto il volto pallido e furente di Qulus. Ma quasi tutte si rassomigliavano.
- Perdio! - si disse allora indispettito. - Pure, anche quando dovessi bussare a tutti questi usci, e distribuire mille scudi ai domestici e alle vecchie che abitano qui, voglio sapere quello che mi preme.
Terminava appena quel monologo, quando scorse una piccola luce, pallida e tremante, avanzare riflettendosi nelle pozze d'acqua della piazza. Ma questa luce camminava irregolarmente, fermandosi di quando in quando, e obliquando talora a destra e talora a sinistra. Poi, altre volte, colui che la portava doveva inciampare, poi ch la fiammella si metteva a ballare come un fuoco fatuo, per riprendere poi una marcia pi calma.
- Davvero che questa piazza della Bastiglia  un posto ben originale - pens Bussy. - Ma non importa: aspettiamo, e vedremo di che si tratta.
Si avvolse nel mantello, e si nascose all'oscuro.
Intanto la lanterna continuava ad avanzare con le pi pazze evoluzioni. Ma Bussy, che non era superstizioso, era certo che quella luce doveva essere portata da una qualche persona, e non si ingannava. Infatti, come la luce non fu pi che ad una trentina di passi di distanza, egli scorse una figura, un'ombra nera e allampanata che avanzava tenendo la lanterna ora da un lato, ora dall'altro, e ora davanti a s. Questo essere sembrava ubriaco, almeno stando al suo modo incerto di camminare, ed alla serena calma con cui ogni tanto metteva il piede in una pozza d'acqua, senza protestare.
Ma come quello strano essere fu pi presso a lui, Bussy, con grande meraviglia, riusc a notare un particolare piuttosto curioso: l'uomo dall'andatura cos disordinata aveva gli occhi bendati!
- Che buffa idea, quella di giuocare cos a mosca cieca! - si disse. - Che per caso non ricominci a sognare?
Attese ancora qualche secondo, e l'uomo fece ancora cinque o sei passi.
- Che Dio mi perdoni! - continu allora Bussy. - Ma, se non erro, quell'uomo sta parlando da solo.
- Quattrocento e ottantotto, quattrocento e ottantanove, quattrocento novanta, - continuava intanto l'uomo. - Se non sbaglio, non deve essere lontano da qui.
Detto ci, si tolse la benda e, come si trovava davanti ad una casa, vi avvicin per osservarne l'uscio.
- No, - disse poi, - non  qui.
Si rimise la benda, e riprese camminare contando ancora. Al quattrocento e novantanove, si ferm.
- Se davanti a me c' una porta, - borbott, - deve proprio essere quella che cerco.
Difatti, era davanti ad una porta, la quale era la stessa nel cui vano Bussy si teneva nascosto. Cos avvenne che, quando lo strano individuo torn a cavarsi la benda, si trov faccia a faccia con Bussy.
- Toh, - fece Bussy.
- Ma non  possibile! - esclam lo sconosciuto.
- S, che lo , ma  davvero straordinario! Voi siete il mio medico!
- E voi il gentiluomo ferito che ho curato! Che strano caso. Non credevo davvero di ritrovarvi qui!
- E che cosa cercavate? La casa? - chiese Bussy.
- Appunto.
- Dunque non la conoscete! Vi ci hanno forse condotto con gli occhi bendati?
- Perfettamente.
- Bene! Allora non  stato un sogno. Volete aiutarmi a chiarire il mistero?
- Ben volontieri, - rispose il medico.
- E va bene! Ora, prima di tutto, volete dirmi come vi chiamate?
- Con tutto il piacere, - rispose il giovane medico: - mi chiamo Rmy le Haudouin.
- Grazie mille, signore. Io sono il conte Luigi di Clermont, signore di Bussy.
- Bussy d'Amboise! Bussy l'eroe! - esclam il medico pieno di gioia. - Che fortuna per me! Volete dunque interrogarmi, per vedere se ci sar possibile fare un po' di luce su questo mistero?
- Proprio. Stavo per chiedervi come avete fatto a venire qui.
-  una cosa molto semplice e molto complicata allo stesso tempo. Ecco il fatto, signor conte. Io abito in via Beautreillis, a cinquecento e due passi di qui. Sono un giovane medico, come sapete, ed essendo riuscito, qualche giorno fa, a ricucire il ventre di un poveraccio che s'era buscata una coltellata all'Arsenale, mi sono fatto, nel vicinato, una piccola fama, alla quale, probabilmente, devo d'essere stato svegliato, la notte scorsa, da una donna. Mi sono alzato dal letto ma, appena aperto l'uscio, due piccole mani, non troppo morbide, ma nemmeno troppo dure, mani certamente di cameriera, mi hanno messa una benda sugli occhi, dicendo: "Venite con me, e non cercate di scoprire dove vi condurr. Siate discreto, ed ecco la vostra ricompensa". Ci dicendo mi pose nelle mani una borsa.
- Ah, ah? E che cosa avete risposto?
- Che ero disposto a seguire la mia avvenente interlocutrice. Non sapevo nulla di lei, ma le dissi quel complimento perch, per certo, non mi avrebbe nociuto La seguii, dunque, come avevo l'onore di dirvi, e sentii di camminare su di un suolo reso duro dal gelo, pur non scordandomi di contare tutti i miei passi, che furono esattamente cinquecentodue.
- Bene, siete stato prudente, - approv Bussy. - Cos, dovreste essere davanti alla porta che cercate.
- O, almeno, non molto distante, poich ho contato fino a quattrocento novantanove. A meno che l'astuta servetta non mi abbia fatto fare dei giri viziosi. Ad ogni modo, servendomi del tatto, ho potuto sentire che la porta era ornata con dei chiodi, e ho notato che, dietro ad essa, c'era un'allea al termine della quale si trova una scala, a sinistra, di dodici scalini.
- Dopo di che?
- Credo d'esser passato per un corridoio, perch son stati aperti tre usci. In seguito, dopo d'aver udita la voce della padrona di casa, dolce e soave, ma dotata di quel timbro caratteristico che denota l'abitudine al comando, sono stato sospinto nella stanza dove voi giacevate, e dove mi  stato detto di togliermi la benda.
- E non avete notato anche un dipinto?
- S. Il ritratto di una meravigliosa giovane dai diciotto ai vent'anni, appeso nello spazio di parete rimasto libero fra le due finestre della stanza. Poi vi ho rimediato come meglio ho saputo.
- In un modo ammirevole, caro signore, perch questa mattina la ferita era gi quasi chiusa.
- Ci lo si deve ad un balsamo di mia composizione, e che mi sembra addirittura sovrano.
- Caro signor Remy, - esclam Bussy. - Voi siete davvero un uomo incantevole. Ma continuate a narrare. Che accadde, poi?
- Voi tornaste a svenire, e quella voce dolcissima, venendo da una stanza accanto, di modo che io non potessi scoprirne la proprietaria, mi chiese vostre notizie, ed io risposi che la ferita non era pericolosa e che, entro le ventiquattro ore sarebbe gi rimarginata. Ella esclam: "Che fortuna, Dio mio!".
- Ha detto questo? Caro signor Remy, io far la vostra, di fortuna! E poi?
- In ultimo, la voce mi raccomand di comportarmi da uomo d'onore, e di non compromettere una povera donna che si era lasciata trasportare da uno slancio di umanit, pregandomi di rimettermi la benda e di lasciarmi ricondurre a casa, alla qual cosa aderii immediatamente. Ma, ahim, il demonio della curiosit  stato pi forte di me.
- Andiamo! - esclam Bussy entusiasmato. - Datemi la mano, voi siete degno d'essere gentiluomo.
- Ma, signore, - esit il giovane medico. - Per quanto modesto io mi sia, sar per me una gloria eterna, quella di aver stretta la mano di un valoroso come Bussy d'Amboise. Ci, per, non mi toglie uno scrupolo...
- Ebbene, che scrupolo?
- Ecco: nella borsa, c'erano dieci pistole, e come quella mi pare una ricompensa troppo alta per un uomo che, quando non visita i suoi ammalati gratuitamente, non si fa pagare i suoi consigli pi di cinque soldi, ero appunto alla ricerca della casa per restituire quel troppo denaro...
- Caro signor Remy, questo  un eccesso di delicatezza, ve lo giuro! Quel denaro, lo avete guadagnato pi che onorevolmente, e dovete considerarlo vostro.
- Davvero? - chiese Remy che, in fondo, ne era soddisfattissimo.
- Ve lo garantisco io. Soltanto, non era la dama sconosciuta quella che doveva pagarvi, dal momento che io non la conosco, ed ella non sa nemmeno chi io mi sia. Perci, mi considero sempre vostro debitore, ma non voglio restar tale a lungo. Posso sapere che fate a Parigi?
- Che cosa faccio a Parigi? Ma nulla affatto, signor conte! Per, son certo che riuscirei a far qualcosa di buono, se solamente avessi dei clienti.
- Ebbene: se mi volete, io sar vostro cliente! E del denaro ve ne dar quanto ne vorrete, poich non passa giorno che io non distrugga, nella persona degli altri, o che qualcuno non deteriori nella mia l'opera pi bella del Creatore. Vediamo, volete dunque accettare l'incarico di riparare i buchi che d'ora innanzi verranno fatti nella mia pelle, e quelli che io far nella pelle degli altri? Ho gi potuto constatare che avete una mano leggera come la mano di una donna... Su, dunque! Verrete ad abitare nel mio palazzo, dove avrete un appartamento tutto per voi, con i vostri domestici. Parola d'onore che, se non accettate, mi dilanierete l'anima.
- Oh, signor conte, quanto sono felice! Non so nemmeno come esprimervi la mia gratitudine! Finalmente potr lavorare! Avr dei clienti!
- Questo poi no, poich vi prendo solamente per mio servizio personale... e per servizio dei miei amici. Ed ora che ci  stabilito, volete ancora aiutarmi a cercare quella casa?
- Io voglio tutto quello che volete voi, signore, ma temo ogni ricerca inutile. Sono tutte case uguali!
- Quand' cos, - disse Bussy - bisogner tornare a rivedere le cose di giorno. O, se temessimo di farci vedere, basterebbe assumere informazioni...
- Le assumeremo, Monsignore,
- E riusciremo nel nostro intento, Remy!
Cos stabilito, Bussy volle che Remy le Haudouin lo accompagnasse subito a casa, dove avrebbe voluto trascorrere la notte a parlare con lui della bella sconosciuta, ma il giovane, per le sue mansioni di medico curante, esigette che il suo infermo dormisse o, almeno, si mettesse a letto. E, siccome alle insistenze del medico si univano la stanchezza ed il dolore della ferita, queste tre forze riunite finirono per aver ragione di Bussy il quale, per, non si decise ad obbedire se non quando non ebbe installato egli stesso il suo nuovo commensale in tre stanze al terzo piano del suo palazzo.
Al mattino seguente, risvegliandosi, trov Remy accanto al suo letto, tutto raggiante di felicit. Quando ebbe esaminata la ferita, il medico disse:
- Ebbene, Monsignore, davvero che non oso dirvi che siete guarito, poich temo che mi rimandiate alla mia vecchia via Beautreillis, a cinquecento passi dalla famosa casa che dobbiamo ritrovare.
- E che ritroveremo. Che ne dici, Remy?
- Oh, Monsignore! - esclam il giovanotto con le lacrime agli occhi. - Se non erro, mi date del tu.
- Come faccio sempre con coloro che amo, Remy. Ti dispiace?
- Al contrario! - e Remy cerc di impadronirsi della mano di Bussy per baciarla. - Al contrario! Non vedete, dunque, che sono pazzo di gioia?
- Bene, quand' cos non ti chieder altro se non volermi, in contraccambio, un po' di bene anche tu, che ti consideri come membro della mia casa e che mi permetta, oggi, mentre sarai occupato a fare il tuo piccolo trasloco, di assistere alla cerimonia di entrata in carica del Gran Maestro delle Cacce di Corte.
- Non sar troppo faticoso per voi, dal momento che dovrete montare a cavallo?
- Oh, no! E poi, ti prometto d'essere prudente.
- Quand' cos, andatevi pure, ma promettetemi di scegliere, fra i vostri animali, quello che vorreste far montare alla dama del ritratto. Va bene?
- Perbacco! Caro Remy, davvero che tu hai proprio saputo trovare la via per entrare nel mio cuore. Ora, Remy, tu sai, come me, che una dama circondata da tutto quel lusso deve far parte della Corte, o quando meno frequentare gli ambienti mondani della citt. Pensa che fortuna sarebbe ritrovarla alla cerimonia!
E, detto ci, Bussy ed il giovane medico si separarono come due buoni amici.
Una grande caccia era, infatti, stata indetta al Bosco di Vincennes per l'entrata in carica del signor Bryan di Monsoreau, nominato Gran Cacciatore da qualche settimana: alle nove del mattino il re si trovava gi al bastione di Vincennes, e vi iniziava, assieme a suo fratello Monsignore il Duca d'Anjou e a tutta la corte, una gran battuta al daino. L'appuntamento era alla rotonda del re San Luigi, un quadrivio dove, secondo la leggenda, in quel tempo sorgeva ancora la quercia ai cui piedi il re martire rendeva giustizia. Tutti erano dunque, poco dopo le nove, raccolti in quella localit, quando il nuovo Gran Maestro, ancor sconosciuto a quasi tutta la Corte, fece la sua apparizione, montato su di un magnifico cavallo nero.
Era un uomo di circa trentacinque anni, di alta statura, dal viso butterato dal vaiuolo e piuttosto ripugnante d'aspetto. Vestito in gran pompa, stringendo in pugno l'insegna del suo grado, il signor di Monsoreau poteva sembrare un terribile signore, ma non era certamente un bel gentiluomo.
- Che brutta faccia avete condotto con voi, Monsignore! - disse Bussy al duca d'Anjou. - Sono dunque cos fatti i gentiluomini che voi andate a scovare in fonda alle provincie? Uno cos repellente non lo si troverebbe in tutta Parigi, che pure  cos grande e popolata da gente tanto brutta...
- Il signor di Monsoreau  stato per me un leale servitore, - rispose laconico il duca d'Anjou, - ed io lo ricompenso.
- Ben detto, Monsignore:  tanto pi meritorio, per un principe, il fatto di essere riconoscente, quanto pi la cosa  rara. Ma anch'io, Monsignore, vi ho servito fedelmente, e porterei la divisa di Gran Maestro delle Cacce in modo assai migliore. E poi, ha anche la barba rossa!
- Non avevo mai sentito dire che, per occupare delle cariche a corte bisognasse essere fatti sullo stampo di Apollo. Del resto, io guardo al cuore e non al viso; - ribatt il principe, - e pi ai servizi resi che non a quelli promessi.
- Ebbene, Vostra Altezza dir che io sono ben curioso, ma vorrei davvero sapere che razza di servizio vi possa aver potuto rendere il signor de Monsoreau.
- Vallo a chiedere a lui stesso, se lo vuoi sapere.
- Avete ragione, in fede mia, Monsignore. Ci vado subito.
E volgendo senz'altro le spalle al principe, Bussy, col cappello in mano si avvicin al signor de Monsoreau, che, punto di mira di tutti gli sguardi, stava in mezzo al circolo, attendendo, con un sangue freddo meraviglioso, che il re lo sbarazzasse di tutti quegli occhi.
Come scorse Bussy che si faceva incontro a lui, il suo viso si rischiar alquanto.
- Perdonatemi, signore - disse Bussy, - ma vedo che siete molto solo. Forse che il favore di cui godete vi ha gi procurato un buon numero di nemici?
- In fede mia, signor conte - rispose il signor di Monsoreau, - non oserei giurare il contrario. Ma a che debbo l'onore di questo colloquio?
- Alla grande ammirazione che il duca d'Anjou mi ha ispirato per voi.
- E come mai?
- Raccontandomi l'impresa per la quale vi ha ricompensato con questa carica.
Il signor di Monsoreau si fece orribilmente pallido, e lanci a Bussy un'occhiata che lasciava presagire una violenta tempesta. Bussy comprese d'aver battuta una strada sbagliata; ma non era uomo da dare indietro.
-  proprio cos - insistette. - E ci mi ha fatto sorgere il desiderio di sentir raccontare la cosa dalle vostre stesse labbra.
Il signor di Monsoreau strinse la lancia come se avesse voluto trapassare, con quella, il suo interlocutore.
- In parola d'onore, signore - rispose, - non domanderei nulla di meglio se il re non stesse, disgraziatamente, giungendo. Ma, se volete, ci rivedremo pi tardi.
Infatti, il re giungeva, sul suo cavallo favorito.
Bussy, facendo correre il suo sguardo sugli astanti, scorse il duca d'Anjou che sorrideva cattivo.
- Padrone e servitore - pens, - fanno tutti e due una ben brutta smorfia, quando ridono. Chiss mai come saranno, quando piangono!
Il re, che amava le belle persone, non parve molto soddisfatto dell'aspetto del signor di Monsoreau. Lo aveva gi visto una volta, e la seconda non pareva modificare in nulla l'impressione gi ricevuta.
-  orribile, il nuovo Gran Maestro delle Cacce - osserv Antraguet a Bussy, che gli cavalcava allato. - Che cosa ne pensi?
- Lo trovo spaventevole. Chiss sua moglie!
- Il Gran Maestro non  ancora sposato. Me lo ha detto la signora di Veudron, che lo trova bello e farebbe volentieri di lui il suo quarto marito.
- Di dov'?
- Dell'Anjou, dove possiede molti beni. Lo dicono ricco, ma di piccola nobilt.
- E chi  l'amante di questo signorotto?
- Non ne ha. Il degno signore ci tiene ad essere unico nel suo genere. Il suo nome viene da Mons Soricis, il monte del topo, che Livarot conosce assai bene, perch  vicino alle sue terre. Aspetta, ora lo chiamo e ci facciamo informare meglio da lui. Ehi, Livarot!
Livarot si avvicin.
- Su, parlaci un po' di questo Monsoreau - gli disse Bussy.
- Non c' molto da dire. Con tre parole vi dir quello che ne so e quello che ne penso: ne ho paura.
- Bene, e adesso che ci hai detto quello che ne pensi, d quello che ne sai.
- S. Una sera, tornando dall'aver visitato, circa sei mesi or sono, mio zio d'Entragues, attraversavo il bosco di Mridor, quando udii un grido terribile e vidi passare, con la sella vuota, una giumenta bianca che aveva preso la mano. Mi lanciai subito all'inseguimento, ed ecco che, al fondo di un lungo viale, gi oscuro per le prime ombre della notte, scorsi un uomo montato su di un cavallo nero. Quell'uomo non correva: volava. Udii di nuovo un grido, ma questa volta soffocato, e, riuscii a distinguere, in arcione, una donna sulla cui bocca egli teneva una mano. Avevo con me il mio archibugio da caccia, e voi sapete se io sia, o no, un buon tiratore. Lo presi di mira e lo avrei certamente ucciso se, proprio mentre stavo per sparare, non mi si fosse spenta la miccia. In seguito, chiesto ad un legnaiuolo chi fosse quell'uomo che, montato su di un cavallo nero, rapiva le donne, seppi che era il signor di Monsoreau.
- E la donna, chi era? - chiese Antraguet.
- Ah, questo, poi, non l'ho mai saputo!
- Suvvia, mi sembra un uomo interessante! - osserv Bussy. - Si ancora altro sul suo conto?
- No. Del resto, non sembra abbia mai fatto tanto male, almeno ostensibilmente. Pi ancora, lo dicono abbastanza buono con i suoi contadini, ma ci non toglie che ne abbiano tutti una gran paura. D'altronde,  un ottimo cacciatore, e il re non ne avr mai pi uno simile. Certamente,  pi adatto lui di Saint-Luc, al quale quell'impiego doveva essere destinato. A proposito, sapete che il povero Saint-Luc  stato mandato in esilio?  partito questa notte stessa, all'una, per andare, si dice, a visitare le terre di sua moglie.
- Saint-Luc esiliato? Mi sembra impossibile.
- Me lo ha detto il maresciallo di Brissac.
- Un momento, ho trovato! - esclam Bussy.
- Che cosa? - gli chiesero i suoi amici.
- Il servizio che Monsoreau ha reso al duca d'Anjou! Adesso vedrete, se vorrete venire con me.
E, seguito da Livarot e da d'Antraguet, mise il suo cavallo al galoppo per raggiungere il duca d'Anjou che li precedeva di qualche centinaio di metri.
- Ah, monsignore! - esclam giungendo presso al principe. - Questo Monsoreau  davvero assai prezioso.
- Dunque gli hai chiesto che sia ci che ha fatto per me?
- Certamente. E mi ha risposto con una cortesia di cui gli sono gratissimo.
- Che cosa ti ha dunque detto, mio valoroso spaccamonti?
- Mi ha confessato d'essere il provveditore di Vostra Altezza, in materia di donne. - E, come vide che il viso del principe si oscurava, Bussy affrett ad aggiungere: - Le rapisce sul suo gran cavallo nero, mettendo loro la mano sulla bocca affinch non gridino.
Il duca impallid e serr i pugni, lanciando il suo cavallo ad un galoppo cos furioso che Bussy ed i suoi amici stentavano a stargli dietro.
- Corpo del diavolo! - esclam Bussy. - Sembra che abbia davvero colpito in brocca.
Poco dopo si ud la voce del signor d'Anjou.
- Ehi, Bussy? Dove sei? Perch non mi raggiungi?
- Eccomi, monsignore.
E Bussy fu meravigliato di vedere che il principe rideva.
- Rido, mio povero Bussy - disse, - perch ti vedo tentare tutte le piste false per trovare la vera. Dove hai trovata la storiella che mi raccontasti?
- Nel bosco di Mridor, monsignore.
Ancora una volta il duca impallid, ma tacque.
- Uhm! - mormor Bussy in cuor suo. - Decisamente, il duca ha qualcosa da fare con la storia del cavallo nero. - Vediamo, monsignore - soggiunse poi a voce alta, al duca, - se c' un modo di servirvi che vi piaccia pi degli altri, ditecelo, e noi ne approfitteremo, non foss'altro che per fare la concorrenza al signor di Monsoreau.
- Perdinci s, Bussy! - rispose il duca, traendo Bussy da una parte. - Ce n' una, ed ecco: il destino ha voluto che incontrassi, in chiesa, una donna incantevole che ho seguito in modo da scoprire dove abitava. La sua camerista, poi,  stata comprata, ed io posseggo una chiave della casa. Ma dicono che la donna, per quanto libera e giovane e bella, sia molto saggia.
- Ah, monsignore, qui si va nel fantastico.
- Ascolta, dunque: tu sei coraggioso e mi vuoi bene. Si tratterebbe di fare, per me, ci che, generalmente, non si fa che per noi stessi.
- Ah, Bah! - esclam Bussy. - Si tratterebbe forse, monsignore, di far la corte alla donna che voi amate per sapere se ella  davvero saggia quanto  bella? La cosa mi piacerebbe.
- No. Voglio piuttosto sapere se non c' qualcun altro che gliela faccia. Si tratterebbe di sapere chi .
- C' dunque un altro uomo, amante o marito che sia? E volete che io me ne assicuri?
- S, e se tu acconsenti a rendermi questo servigio....
- Mi farete Gran Cacciatore quando il posto sar rimasto libero?
- In fede mia, Bussy, mi ci impegno, tanto pi che non ho mai fatto nulla per te. Allora, acconsenti?
Bussy scosse il capo.
- Monsignore - rispose, - ci sono delle cose che non si fanno bene che da se stessi, anche quando si  principi.
- Allora tu rifiuti?
- In parola d'onore, s, monsignore!
Il duca aggrott il cipiglio.
- Seguir dunque il tuo consiglio e, se verr aggredito o ferito, dir che, avendo pregato il mio amico Bussy di compiere quell'impresa per me, egli, per la prima volta in vita sua, ha preferito dimostrarsi prudente.
- Monsignore - rispose Bussy, - l'altra sera voi m'avete detto: "Bussy, io odio tutti quei damerini del re, e tu dovresti andare al matrimonio di Saint-Luc a cercar briga per disfarcene". Monsignore, ci sono andato. Erano cinque, ed io ero solo. Tuttavia, ne ho feriti due e accoppato un terzo. Oggi mi chiedete di far torto ad una donna, e rifiuto.
- E sia - disse il duca. - Ci andr solo o, come l'altra volta, accompagnato da Aurilly.
- Allora, scusate - chiese Bussy davanti ai cui occhi parve si squarciasse un velo, - stavate montando di fazione, monsignore, quando vi vidi l'altra sera?
- Appunto.
- E Vostra Altezza c' ancora stata, poi?
- Ieri sera, ed ho visto un uomo che scrutava in tutti gli angoli della piazza e che, avendomi probabilmente visto, si  tenuto, avvolto nel suo mantello, per tutta la sera davanti alla porta di casa della donna. Pi tardi,  stato raggiunto da un altro uomo che portava una lanterna ed io, visto che essi sembravano non aver nessuna intenzione di allontanarsi, ho finito con l'andarmene. Tu comprenderai come io esiti, prima di cacciarmi in una casa che potrebbe nascondere un agguato...
- E allora, perch non rinunciare alla donna?
-  troppo bella.
- Ho capito, monsignore. E sono tanto compreso della situazione che sono disposto ad aiutarvi. Volete dirmi ci che dovr fare?
- Dovrai nasconderti ad una certa distanza, e se vedessi entrare qualcuno, seguirlo. Ti dar la chiave.
- Va benissimo. Ma se, per caso, sbagliassi uscio?
- Non ci sar questo pericolo perch, al ritorno, passando per piazza della Bastiglia ti indicher la porta. E questa sera incomincerai la tua fazione. Ma andiamo. La caccia  terminata e bisogna rientrare a Parigi.

 CAPITOLO 6.
DIANA DI MRIDOR.
Erano le cinque della sera, quando tutta la corte mosse da Vincennes per tornare al Louvre, attraverso il sobborgo di Sant'Antonio. Mancava solamente il signor di Monsoreau il quale, dovendo organizzare per due giorni dopo una caccia nella foresta di Fontainebleau che non conosceva ancora perfettamente, preso congedo dai principi, si dirigeva con tutti i suoi equipaggi a quella volta.
Bussy, dal canto suo, accompagnato a casa il duca d'Anjou, ricevette da questi la chiave della casa misteriosa e rientr al suo palazzo dove cen abbondantemente; quindi, alle otto, scelta la migliore delle sue spade, e postesi nella cintola, contro il decreto reale che proibiva tali armi, due pistole, si avvi verso via Santa Caterina, giungendo al punto prefisso mentre suonavano le nove.
Non erano trascorsi pi di dieci minuti da quando egli si era nascosto nel luogo scelto come posto d'osservazione, che vide giungere, dalla porta della Bastiglia, due cavalieri, uno dei quali, giunto presso il palazzo des Tournelles, mise piede a terra gettando le redini al compagno che, essendo probabilmente un suo lacch, si affrett ad allontanarsi verso la parte da cui erano venuti con gli animali, mentre il primo si avvicinava alla casa che Bussy doveva sorvegliare, non senza scrutarsi attorno per vedere se non fosse spiato.
Poi, dopo di esser rimasto qualche istante sulla soglia, tendendo l'orecchio, scomparve dietro la porta.
Bussy, ud distintamente lo scatto della serratura, attese ancora un istante, temendo che il misterioso personaggio fosse ancora dietro all'uscio, in ascolto, e si decise: attravers la strada, aperse la porta, e la richiuse senza far rumore. Una volta dentro, prese ad avanzare lentamente, tastando le pareti fino a che il suo piede ebbe incontrato il primo gradino dove si ferm per due motivi.
Il primo, si era che gli sembrava di sentir le gambe mancargli sotto per l'emozione, ed il secondo che aveva udita una voce dire, in tono imperativo:
- Gertrude, avvertite la vostra padrona che sono io, e che voglio entrare.
E una voce femminile, dopo una breve esitazione, rispose:
- Favorite accomodarvi nel salone, signore. La signora vi sar tra poco.
Dopo di che Bussy ud il colpo di un'altra porta che si richiudeva.
Allora prese a salire, contando i dodici gradini e si trov su quel pianerottolo sul quale si aprivano le tre porte. Trattenendo il fiato, e con le mani tese a sentire qualsiasi ostacolo, avanz di due o tre passi, finch le sue dita non trovarono il primo di quegli usci, quello da cui lo sconosciuto era entrato nell'appartamento. Prosegu e, trovato il secondo, con la chiave tuttavia nella toppa, tutto tremante lo aperse, ed entr in una stanza quasi completamente immersa nell'oscurit salvo che per un breve tratto dove giungeva, attraverso una porta aperta, il pallido riflesso delle luci accese nel salone.
Ma quel pallido riflesso gli fu sufficiente per riconoscere il luogo: era, quella, la stessa stanza in cui era stato ricoverato, ed ecco, davanti a lui, nell'ombra, baluginare il tenue chiarore del ritratto della sconosciuta.
Con un brivido di gioia Bussy si nascose fra le cortine del letto e si mise in ascolto.
Lo sconosciuto passeggiava impaziente nella stanza allato, arrestandosi di quando in quando. Poi un uscio si aperse e le orecchie di Bussy percepirono un frusco di vesti di seta, mentre una voce di donna, in cui si udivano risuonare contemporaneamente il timore e il disprezzo, diceva:
- Eccomi, signore, che cosa volete ancora da me?
- Signora - rispose l'uomo, - siccome sono costretto a partire per Fontainebleau domattina, sono venuto a trascorrere la notte qui.
- Mi avete portato notizie di mio padre? - chiese la voce di donna. - Voi lo sapete, che era stato stabilito, prima che io acconsentissi a diventar vostra moglie, che, prima di tutto, o mio padre sarebbe venuto a Parigi, o io sarei andata da lui.
- Signora, immediatamente dopo il mio ritorno da Fontainebleau, noi partiremo. Ve ne do la mia parola d'onore. Frattanto...
- Signore, non chiudete quella porta. Sarebbe inutile. Io non passer una sola notte sotto lo stesso tetto con voi, prima d'aver saputo ci che  stato di mio padre!
E la donna che parlava con un tono cos risoluto, soffi in un fischietto d'argento. Subito la porta dalla quale era entrato Bussy torn ad aprirsi per lasciar passare la camerista della signora: una ragazza dell'Anjou, alta e forte che si affrettava ad accorrere al richiamo della sua padrona.
- Gertrude - disse la dama, - questa notte, invece di coricarvi, vi terrete a portata della mia voce.
Senza dir nulla la ragazza si ritir e Bussy si avvicin lentamente all'uscio socchiuso che dava nel salone, per sbirciarvi dentro, ma per quanto cautamente camminasse, una tavola dell'impiantito scricchiol sotto ai suoi piedi. A quel leggero rumore la dama si volse e Bussy riconobbe la signora del ritratto. Ma l'uomo che pur non aveva udito lo scricchiolio, vedendo volgersi la dama si volse esso pure.
Era il signor di Monsoreau.
- Ah! - mormor Bussy. - La donna rapita sul cavallo nero!
Ora, li scorgeva entrambi. Ella stava in piedi, pallida e sdegnosa. Lui sedeva, non pallido, ma livido, agitando il piede della gamba accavallata sull'altra.
- Signora - disse alfine il signor di Monsoreau, - voi non continuerete gi a rappresentare con me la parte della vittima. Ora siete a Parigi, ed in casa mia; e per di pi siete la contessa di Monsoreau, mia moglie!
- Se sono vostra moglie, perch, oltre a rifiutare di condurmi da mio padre, mi tenete nascosta agli occhi di tutti? Mi avevate promesso che, una volta vostra sposa, non avrei avuto pi nulla a che temere dal duca d'Anjou.
- Lo so, signora, ma  tuttavia necessario che io prenda ancora qualche precauzione.
- Ebbene, signore, prendetela, e tornate da me quando l'avrete presa!
- Diana! - esclam il conte pieno di collera. - Diana! Non fatevi giuoco del sacro legame che ci unisce.  un consiglio che vi do!
- Lo rispetter, signore, quando non avr pi nulla a temere da mio marito!
- Questo  troppo! - grid il conte esasperato. - E dovessi chiamare in mio aiuto tutte le potenze dell'inferno, questa notte voi sarete mia!
Bussy port la mano alla spada e fece per fare un passo avanti, ma Diana non gliene diede il tempo
- Ecco - disse traendo un pugnale dalla cintola, - come vi rispondo.
D'un balzo si gett nella stanza dove si trovava Bussy e in un attimo chiuse l'uscio, tirando il catenaccio, mentre Monsoreau picchiava, a pugni chiusi, sui due battenti.
- Signore - disse Diana, - se soltanto scheggerete uno di questi pannelli, mi troverete morta sulla soglia! E voi sapete che io mantengo sempre la mia parola!
- E state tranquilla, signora - mormor Bussy stringendo la dama fra le braccia come per proteggerla, - che in tal caso trovereste un vendicatore.
Per quanto le sue parole fossero rassicuranti, Diana si trasse indietro, mentre Monsoreau, certo che Diana avrebbe messa in opera la sua minaccia, se ne andava sbattendosi violentemente la porta alle spalle. E, quando il rumore dei suoi passi si fu dileguato lungo il corridoio, ella parl.
- Ma voi chi siete, signore - chiese, - e come mai vi trovate qui?
- Signora - rispose Bussy riaprendo l'uscio del salone e inginocchiandosi davanti a lei, - io sono l'uomo che voi avete conservato in vita. E come potreste voi credere che io possa nutrire dei malvagi disegni a vostro riguardo?
Grazie alla luce che ora rischiarava la nobile figura del giovane, ella lo riconobbe.
- Oh, voi qui, signore? - esclam giungendo le mani - Avete sentito tutto?
- Purtroppo, signora.
- Mi chi siete, dunque, in nome del cielo? Qual' il vostro nome, signore?
- Signora, io sono Luigi di Clermont, conte di Bussy.
- Bussy? Voi siete l'eroico Bussy? - grid ella, senza sapere la gioia che, a quelle parole, inondava il cuore del conte. - Ah, Gertrude, ora non ho pi nulla da temere, poich, da questo istante, metto il mio onore sotto la protezione del pi nobile e del pi leale gentiluomo di Francia.
Poi, tendendo la mano a Bussy:
- Rialzatevi, signore - aggiunse. - Io so chi voi siete.  dunque necessario che voi sappiate chi sono io!
Bussy si rialz, ebbro di felicit, e pass con Diana nel salone da cui il conte di Monsoreau era uscito poco prima, senza levare gli occhi, pieni di meraviglia e di ammirazione, di dosso a Diana.
Ella non aveva pi di diciotto o diciannove anni, ed era, perci, ancora nel primo fiorire della sua bellezza. Ora che nello sguardo di Bussy ella poteva leggere i sentimenti che lo agitavano, non aveva la forza di trarlo dalla sua estasi. Ma, comprendendo come fosse necessario rompere quel silenzio che diceva troppe cose, di l a poco disse:
- S, conte, vi debbo raccontare tutto. Il vostro nome  stato sufficiente per ispirarmi la pi intera fiducia, poich l'ho sempre sentito ripetere come quello d'un uomo di coraggio, alla cui lealt si pu tutto confidare. Dal poco, forse, che avete potuto sentire, avrete saputo come io sia la figlia del barone di Mridor, vale a dire dell'erede di uno dei pi antichi e dei pi nobili nomi di tutto l'Anjou.
- Ci fu - rispose Bussy, - un barone di Mridor che, pur potendo salvare la sua libert a Pavia, volle rendere la sua spada agli Spagnuoli, quando seppe il re prigioniero chiedendo per tutta grazia che gli fosse permesso di accompagnare Francesco I a Madrid.
- Era mio padre - rispose semplicemente Diana. - Tornato di Spagna, egli prese moglie, avendone due figli che morirono, con suo grandissimo dolore. Alla morte del re, mio padre, gi disperando di avere un erede, lasci la corte, e si ridusse con mia madre al castello di Mridor, dove io nacqui, quasi per miracolo, dieci anni dopo la morte dei miei fratelli. Tre anni dopo la mia nascita, anche mia madre ci lasci, ed allora tutta la tenerezza del barone si rivers su di me che crebbi sotto i suoi occhi. Il castello era circondato di foreste, propriet del duca d'Anjou; queste erano popolate di daini, di caprioli, di cervi che nessuno pensava a cacciare e che quella pace rendeva familiari. Una cerbiatta, fra l'altre, la povera Dafne, era la mia favorita, e veniva a prendere persino il cibo dalle mie mani. Durante la primavera, dopo un mese d'assenza, la vidi ricomparire con due cerbiatti, che appresero anch'essi, dalla madre, a non temermi.
Qui Diana tacque un istante: trasse un profondo sospiro, e riprese:
- Verso quel tempo si seppe che il duca d'Anjou aveva inviato un vice-governatore nella capitale della provincia, e che questi era il conte di Monsoreau. Chiss perch, quando udii quel nome provai come una stretta al cuore. Otto giorni dopo il suo arrivo, tutti parlavano del signor di Monsoreau. Un mattino, sentii echeggiare sotto i boschi i corni di caccia e i latrati dei cani; corsi fino al cancello del parco, e giunsi appena in tempo per vedere la mia Dafne, inseguita da tutta una muta, assieme ai suoi due cerbiatti. Un attimo dopo, montato su di un cavallo nero che sembrava avesse le ali, pass un uomo: il signor di Monsoreau. Volli gridare, ma egli, trasportato dall'ardore della caccia, non mi avrebbe nemmeno udita e allora, senza pensare all'inquietudine che avrei causata a mio padre se si fosse accorto della mia assenza, presi ad inseguire, correndo, la caccia, nella folle speranza di ritrovare o il conte o uno dei suoi uomini, per pregarli di non continuare pi oltre quell'inseguimento che mi dilaniava il cuore. Corsi a lungo e finalmente rividi passare, in una radura, la povera Dafne, ma con uno solo dei suoi cerbiatti. L'altro, probabilmente, era gi stato divorato dai cani. Anche lei, del resto, era gi alla fine delle sue forze, e la distanza che la separava dalla muta continuava a diminuire.
Scosse il capo mestamente, e torn a narrare:
- Ero disperata: ripresi a camminare per un viale che riconobbi per quello che conduceva al castello di Beaug, di propriet del duca d'Anjou, e a circa tre leghe di distanza dal castello di mio padre. Ma fu solamente quando vidi Beaug che pensai d'essermi troppo allontanata da Mridor. Tuttavia non ebbi il tempo di pensarvi a lungo: il rumore della caccia tornava a farsi udire, avanzando nella mia direzione. La fine della mia povera Dafne era imminente. Di l a poco, infatti, il signor di Monsoreau, raggiunto il povero animale ormai accerchiato dai cani, gli piant tutta intera la lama del suo coltello da caccia nel collo. Un fiotto di sangue sprizz dalla ferita e la cerbiatta cadde morta. Io lasciai sfuggire un grido, e caddi svenuta. Quando mi risvegliai, mi trovai a letto, in una stanza del castello di Beaug e mio padre, subito mandato a chiamare, piangeva accanto a me. Ma, non essendo il mio male altro che una passeggera crisi nervosa, il giorno seguente mi permisero di tornare a Mridor dove, tuttavia, dovetti restare a letto ancora qualche giorno. Quando fui completamente rimessa, mio padre mi disse che il signor di Monsoreau era spesso venuto a chiedere mie notizie, addoloratissimo di quanto, involontariamente, aveva causato, e chiedendo di potermi presentare di presenza le sue scuse, dicendo che non sarebbe pi stato tranquillo se non si fosse sentito perdonare dalla mia viva voce. Sarebbe stato ridicolo rifiutargli un cos piccolo piacere, e cos accettai.
A questo punto Diana torn a tacere un momento. Indi ricominci:
- Il giorno seguente, si present a me, giurando venti volte che, se avesse potuto sapere l'affetto che io portavo a quella cerbiatta, l'avrebbe per certo risparmiata. Andandosene, chiese a mio padre il permesso di tornare. Nato in Spagna, era stato allevato a Madrid: mio padre era felice di poter parlare con lui, che d'altra parte, per la sua posizione, godeva di tanta reputazione, di un paese dove aveva vissuto per parecchi anni. Il permesso gli fu, quindi, accordato. Tosto, per, dovetti avvedermi dell'impressione che avevo fatta sul conte, ed infatti non trascorsero vari giorni che, un triste mattino, mio padre mi comunic come egli avesse chiesta la mia mano. Piangendo disperatamente, rifiutai quella proposta che mi avrebbe piombata, lo presentivo, nella pi nera infelicit. Mio padre, vedendomi cos rattristata, mi abbracci, giurandomi che non l'avrei mai pi sentito parlare di tale matrimonio. Cos trascorse un mese senza che io rivedessi il signor di Monsoreau, n che udissi parlare di lui. Ma, passato questo tempo, ricevemmo, dal signor di Monsoreau, un invito per una festa che egli offriva al duca d'Anjou, che veniva a visitare la sua provincia, al municipio di Angers. Questo invito era accompagnato da un biglietto di pugno dello stesso principe, il quale scriveva a mio padre di ricordarsi d'averlo gi conosciuto alla corte di Re Enrico, e di rivederlo con gran piacere. Io avrei voluto rifiutare, ma non potendo usare una scortesia al principe, accettai. Andammo alla festa, dunque, ed il signor di Monsoreau ci ricevette come se tra noi non ci fosse mai stato nulla, trattandomi nello stesso modo con cui tratt tutte le altre signore, cosa che mi rese pi tranquilla.
E Diana chiuse un momento gli occhi, come per ricordare. Poscia continu:
- Non accadde lo stesso col duca d'Anjou, il cui sguardo non mi abbandon un solo istante in tutta la sera, facendomi sentire cos a disagio che riuscii a convincere mio padre a lasciar la festa fra i primi. Tre giorni dopo, il signor di Monsoreau venne a Mridor. Io non gli parlai, ma egli rimase una mezz'ora chiuso in una stanza con mio padre che, dopo quella visita, mi parve pi triste che mai. Trascorse ancora qualche giorno, e un pomeriggio, tornando dalla mia passeggiata, seppi che Monsoreau era di nuovo stato a veder mio padre, rimanendo questa volta pi a lungo con lui, e che il barone, non appena egli se ne era andato, aveva dato ordine di avvertirmi, al mio ritorno, che desiderava vedermi. Non appena fui alla sua presenza, mi annunci come, per motivi che per il momento non poteva rendermi noti, gli fosse necessario separarsi per qualche giorno da me, che sarei andata a trascorre un po' di tempo al castello di Lude, presso sua sorella, mia zia, dove avrei dovuto restar nascosta agli occhi di tutti, mentre egli sarebbe rimasto a Mridor per allontanare tutti i sospetti. Due uomini di sua fiducia e Gertrude, la figlia della mia nutrice, mi avrebbero accompagnata, e la ragazza sarebbe rimasta con me. Conoscendo l'amore di mio padre per me, non osai insistere, n chiedergli spiegazione alcuna. Partimmo la sera stessa, una fredda e oscura sera d'inverno, ma ecco che, a mezza via, la nostra carrozza fu fermata da sei uomini mascherati. Uno di costoro, messa la testa alla portiera, mi rassicur sulle loro intenzioni dicendomi che non ci sarebbe stato fatto alcun male, ma che dovevamo seguirli in un luogo dove sarei stata trattata come una regina.
Qui ella tacque di nuovo, e Bussy, con un sospiro, l'incit a proseguire:
- Dopo tre ore di marcia - disse ancora Diana, - sentendo rombare sotto le ruote della vettura un ponte levatoio, posi gli occhi alla fessura delle tendine che ornavano la portiera, e mi accorsi d'esser stata condotta, con un lunghissimo giro, allo stesso castello di Beaug, dove mi rinchiusero in tre stanze del piano terreno, addobbate con vero sfarzo, ma dove, pur essendo trattata effettivamente con il massimo rispetto, mi dovevo considerare quale una prigioniera, assieme alla mia fedele Gertrude. Il castello  tutto circondato da un fossato pieno d'acqua stagnante, che rende ogni tentativo d'evasione inutile e questo fatto, pi ancora che i chiavistelli messi alle porte, mi fece comprendere come mi fosse impossibile fuggire di l. Ora, per, sapevo tutto: il duca d'Anjou si era innamorato di me, alla festa di Angers e mio padre, essendone stato prevenuto, aveva voluto sottrarmi alle sue attenzioni. Ma, tradito, sia da un domestica infedele, sia da un disgraziato contrattempo, aveva visto frustrare la sua precauzione, ed io ero caduta nelle mani dell'uomo cui egli aveva voluto sottrarmi. Come vi ho detto, non ci mancava nulla, ma io non mi sentivo davvero la voglia di assaggiar cibo di sorta. Fu solamente a mezzod del giorno seguente che mi decisi, dietro le affettuose istanze di Gertrude, a prendere un po' di pane e di latte. Ma ecco che, nello spezzare il pane, venne alla luce un biglietto, nel quale mi si diceva di non spaventarmi, poich un amico vegliava su di me e presto avrei avuto notizie sue e di mio padre. Il giorno seguente, ecco un altro messaggio, col quale mi si avvertiva che la persona cui era dovuto il mio ratto, sarebbe giunta al castello quella sera stessa alle dieci, ma che alle nove l'amico che vegliava su di me si sarebbe trovato sotto le mie finestre con una lettera di mio padre. E concludeva dicendomi di bruciare quel foglio.
- E voi obbediste? - chiese, con ansia Bussy.
- S. Guardando dalla finestra, avevo scorto, all'altra riva dello stagno che circondava il castello, e nascosta fra i giunchi, una barca. E, non so perch, la vista di quel fragile scafo mi aveva infusa una certa fiducia, per quanto fosse cos lontano da non poterlo raggiungere che a nuoto. Lo stesso giorno, nel pomeriggio, l'uomo mascherato che mi aveva rivolta la parola quando la mia vettura era stata fermata, e che ero tornato a rivedere, sebbene sempre col volto coperto, ogni giorno, entrando nella mia stanza depose ai miei piedi un altro biglietto, supplicandomi di leggerlo. Eccolo.
E Diana, levandosi da sedere, si avvicin ad uno stipo dal quale trasse un portafoglio di seta che conteneva un foglietto che porse a Bussy.
- Poich gi conoscete, per volont del destino, ogni segreto della mia vita - disse, - voglio che leggiate anche questo.
Bussy obbed, e lesse:
"Uno sventurato principe, colpito al cuore dalla vostra divina bellezza, verr questa sera alle dieci a presentarvi le sue scuse per la condotta da lui tenuta verso di voi, condotta che, ed egli pure lo sa, non pu trovare scusa se non nell'amore invincibile che vi porta.
FRANCESCO".
- Questa  la scrittura del duca, che io conosco bene - osserv Bussy, quando ebbe terminato di leggere.
Diana sospir.
- Che il conte di Monsoreau sia meno colpevole di quanto crediamo? - chiese.
Questa volta tocc a Bussy di sospirare.
- Continuate, signora - disse. - A racconto finito giudicheremo il principe e il conte.
- Quella lettera mi fece comprendere tutta l'entit del pericolo cui ero esposta, cos che non ebbi pi fiducia se non nell'amico sconosciuto che mi offriva il suo soccorso, a nome di mio padre. Verso le sette di sera, facendo un bel freddo, una leggera nebbia incominci a levarsi dallo stagno, una nebbia favorevole a quei disegni di fuga che, dopo di aver ricevuto quel biglietto, si agitavano sempre pi nell'animo mio. Il tempo sembrava non volesse passar mai per noi che, dalla finestra, scrutavamo nell'oscurit per vedere quando l'atteso soccorso giungesse. Ed ecco, finalmente, il breve nitrito di un cavallo giungere alle nostre orecchie. I nostri occhi, a forza di cercar di penetrare quella nebbia, erano riusciti a distinguere, attraverso il velo dei vapori, bench indistintamente, le forme degli oggetti che si trovavano sulla riva opposta. Cos, riuscii a scorgere un uomo solo che, scendendo l'argine, saltava nella barca e, dopo di averla sciolta dai legami, la spingeva verso di noi. Quando fu sotto la mia finestra, l'uomo lev una lanterna e, a quella luce, riconobbi il volto del signor di Monsoreau. Un grido mi sfugg dal petto.
- Povera Diana! - mormor Bussy.
- A quel grido, egli parve offeso, e mi fece osservare come avesse sperato che fosse proprio stato lui quegli che io avevo atteso. Ad ogni modo, mi porse una lettera di mio padre che diceva: "Mia cara Diana, soltanto il signor conte di Monsoreau  in grado di strapparti al pericolo che ti minaccia, e questo pericolo  immenso. Confida dunque pienamente in lui, come nel migliore amico che il cielo abbia potuto mandarci. Pi tardi egli ti dir ci che io desidererei, dal pi profondo del cuore, che tu facessi per pagare il debito che stiamo per contrarre verso di lui. Tuo padre, che ti supplica di credergli e d'avere piet di te e di lui. Barone di Mridor". Tornai alla finestra, ed il conte mi assicur d'esser venuto a prendermi per ricondurmi al castello di Mridor e che, se lo avessi seguito, entro due ore avrei potuto riabbracciare mio padre. A quelle parole, mi decisi, ma ero tanto debole, che le gambe rifiutavano di sostenermi e fu Gertrude, forte com', che, sollevandomi di peso, mi porse al conte il quale mi ricevette fra le braccia. Ma, nel far ci, mi cadde di testa il velo che portavo, e che rimase a galleggiare sull'acqua. Il conte, mentre Gertrude si lasciava scivolare a sua volta nella barca, mi disse di non raccoglierlo. Se il duca mi avesse creduta morta nello stagno, ebbene, tanto meglio cos. Toccavamo appena l'altra riva, che le finestre dell'alloggio in cui ero stata rinchiusa si illuminarono, e vedemmo alcuni servitori che correvano per le stanze con aria spaurita. Poi, un uomo entr, si affacci alla finestra aperta, scorse il velo, e si lasci sfuggire un grido. Il conte mi fece notare quanto avessimo fatto bene a lasciare quella delicata stoffa a galleggiare sull'acqua.
- E vi condusse subito a rivedere vostro padre? - chiese Bussy.
- Aspettate, e lo saprete. Sull'altra riva eravamo attesi da sette od otto servitori del conte, due dei quali tenevano per la briglia il suo grande cavallo nero e la mia giumenta bianca. Balzammo in sella, e Gertrude sal in groppa al cavallo di uno dei servitori. Percorremmo cos alcune leghe ma, quando fummo a breve distanza da Mridor, mi accorsi che, mentre un gruppo di quattro di noi, assieme a Gertrude prendeva una strada, il nostro, di cui facevamo parte il conte ed io si avviava in una direzione tutta diversa per un sentiero che, invece di avvicinarci al castello, ce ne allontanava grandemente. Piena di paura, feci notare questo fatto al conte che, notate bene, fino dal primo momento, si era impossessato delle briglie della mia giumenta, e non le aveva pi lasciate. Egli, l per l, non mi rispose, ed io, temendo un qualche nero tradimento, feci per gettarmi di sella e fuggire, ma Monsoreau stava all'erta. Non avevo ancor posto piede a terra, che mi sentii afferrare alla cintola, sollevare in aria, e deporre sull'arcione della sella del conte il quale si affrett a mettermi sulla bocca la mano con cui aveva fino ad allora, rette le briglie della giumenta che, sentendosi libera, si lanci a spron battuto verso il castello. Nel frattempo, il conte cercava di rassicurarmi, giurandomi che agiva cos per ordine di mio padre e che me ne avrebbe fornita la prova alla prima tappa. Ci torn a tranquillarmi alquanto.
- E la prima tappa, dove la faceste?
- A La Chtre, dove giungemmo all'alba, ricoverandoci in una casa isolata noleggiata dal conte allo scopo di rifugiarvici. Qui lessi la lettera di mio padre. Una lettera piena d'angoscia, nella quale, dicendomi che, avendo io avuta la disgrazia di piacere a monsignore il duca d'Anjou, l'unica cosa che mi restava da fare per difendere il mio onore, era quella di sposare il signor di Monsoreau che, da nobile amico, avrebbe ben saputo proteggere sua moglie. Aggiungeva, inoltre, che il suo desiderio era che queste nozze avvenissero al pi presto. Dal canto suo, il conte di Monsoreau mi garantiva che, non appena non ci fosse pi stato timore di compromettermi, il barone ci avrebbe raggiunti. E cos fui costretta ad accettare, mettendo, per sola condizione, che mi fosse resa la compagnia di Gertrude, e che il conte si separasse da me, fino a Parigi, dove era stato stabilito che ci dovessimo recare, poich la grande citt sembrava, a mio padre ed al conte, un nascondiglio ben pi sicuro di qualsiasi castello di provincia. In tal modo giunsi a questa casa, dove la vista del mio ritratto, che una volta era nello studio di mio padre, termin per rassicurarmi del tutto, poich, pensavo, era evidentemente stato donato a Monsoreau dal barone stesso.
- E come pot mai, il duca, ritrovarvi?
- Adesso ve lo dir. Qui, il conte di Monsoreau mi impose non solamente di non uscir di casa, ma anche di non affacciarmi mai alla finestra. E la sua gelosa precauzione giunse anche al punto di non dirmi nemmeno dove fosse situata la casa dove abito, cosa che scoperse soltanto Gertrude che, autorizzata, lei sola, ad uscire per compiere gli acquisti di ci che ci poteva occorrere, ebbe agio di riconoscere il quartiere e la localit. Tutto ci che potei ottenere da lui fu che mi permettesse di uscire, alla domenica, per brevi istanti, allo scopo di recarmi ad assistere alla messa nella chiesa di Santa Caterina, qui di fronte. Tuttavia, con queste precauzioni, non erano ancora eliminati tutti gli ostacoli per la mia completa sicurezza. Il conte, dovendo esser nominato Gran Maestro delle Cacce del re, posto ottenutogli dallo stesso duca d'Anjou in ricompensa di certi importantissimi servigi da lui resigli, nel timore di perdere quell'incarico, grazie al quale (anche se si fosse inimicato, come era da temere, il duca col suo matrimonio) sarebbe stato in grado di proteggermi lo stesso mettendomi sotto la salvaguardia del re, era costretto a ritardare le nozze di qualche giorno. E ci fino a che non avesse preso possesso della sua carica. Fu appunto durante questi giorni che il duca mi ritrov.
- E come mai?
- La cosa avvenne all'indomani stesso del mio arrivo, che era una domenica. Approfittando del permesso accordatomi dal conte di Monsoreau di recarmi alla messa, mi recai alla chiesa dove, per eccesso di prudenza, mi inginocchiai in un cantuccio oscuro, certa di trovarmi al riparo dagli sguardi indiscreti. Ma, mentre pregavo fervidamente Dio di rendermi mio padre, il velo che mi copriva il viso si scost per un attimo. Ma quell'istante, bench breve, bast, poich ero ancora immersa nella preghiera che sentii Gertrude toccarmi il braccio. Volsi macchinalmente il capo e scorsi, con gran terrore, il duca d'Anjou che, appoggiato ad una colonna, sembrava volesse divorarmi con gli occhi. Presso di lui stava un giovanotto dall'aspetto di un confidente, pi che di un servitore.
- Aurilly - osserv Bussy, - il suo suonatore di liuto.
- Mi pare, infatti, che Gertrude mi abbia detto questo nome, pi tardi. Mi copersi subito il viso, ma era troppo tardi, se non mi aveva proprio riconosciuta, doveva esser rimasto grandemente colpito dalla mia pretesa rassomiglianza con la donna che credeva d'aver perduto. Lo ritrovai alla porta, uscendo, che mi tendeva le dita umide d'acqua benedetta. Feci come se non lo avessi visto, e continuai la mia strada. Ma, senza che neppure mi volgessi, sentivo d'esser seguita da lui. Se avessi conosciuto Parigi, avrei potuto tentare di ingannarlo con dei lunghi giri, ma non soltanto conoscevo solo la strada dalla chiesa alla mia casa, ma non sapevo nemmeno a chi avrei potuto rivolgermi per ottenere un quarto d'ora di ospitalit.
- Mio Dio! - mormor Bussy. - Perch il cielo non mi ha messo prima d'ora sulla vostra strada?
- La sera stessa - continu Diana, dopo di aver ringraziato il giovane con un sorriso, - il signor di Monsoreau venne a trovarmi. Era gi al corrente di tutto, e mi rimprover di aver voluto uscire, mettendo in non cale i suoi ammonimenti. Mi disse che il principe era stato fortemente colpito dalla mia rassomiglianza con quella che'egli credeva perduta, e di sapere come egli avesse tentato di raccogliere in giro varie informazioni. Nessuno, tuttavia, aveva potuto dirgli chi io fossi, poich nessuno mi conosceva. Era, quindi, necessario prendere delle nuove precauzioni. Ma, dopo di averne discusso a lungo, comprendemmo come tutto fosse inutile: tanto se io fossi rimasta a Parigi, anche cambiando di via e di quartiere, quanto se io fossi andata a seppellirmi in fondo a qualche provincia, il duca mi avrebbe potuto ritrovare lo stesso. Bisognava, dunque, giuocare d'astuzia. L per l non ci fu possibile di trovar nulla, ed il conte, amareggiato come non l'avevo mai visto, si ritir. Il giorno seguente, Gertrude, uscendo per le sue compere, fu avvicinata da un giovanotto nel quale riconobbe colui che il giorno avanti accompagnava il duca, ma per quanto egli si mostrasse insistente, ella rifiut di rispondere alle sue domande tanto che, scoraggiato, il giovanotto si ritir. Quell'incontro mi ispir un profondo terrore.
- Lo credo! - esclam Bussy.
- Tanto ne ero rimasta spaventata, che mandai a chiamare il signor di Monsoreau, al quale raccontai tutto. Egli mi disse subito che il giovanotto non poteva esser altri che Aurilly, ma che Gertrude aveva avuto torto a non rispondere alle sue parole, poich, ormai, tutto l'importante stava nel cercare di guadagnar tempo, dal momento che egli era ancora ai servizi del d'Anjou, ma entro brevi giorni, forse anche otto, sarebbe stato a quelli del re. Non rimaneva, dunque, che tirar le cose per le lunghe. Bastava istruire Gertrude su ci che avrebbe dovuto dire, e tanto sarebbe bastato. Per, ora una maggior prudenza si imponeva, e quindi lo stesso signor di Monsoreau avrebbe dovuto compiere le sue visite con la massima cautela, e possibilmente di notte, per non essere visto. Il giorno seguente, infatti, Gertrude si mostr pi comunicativa e raccont a Aurilly che io ero la vedova di un consigliere, rimasta senza fortuna e dedita ad una vita ritiratissima. Egli pareva voler sapere molto di pi, ma per il momento dovette accontentarsi di quanto ella gli aveva detto. All'indomani, per, egli si mostr pi sospettoso, parl del d'Anjou, di Beaug e di Mridor, ma Gertrude gli rispose che quei nomi le erano perfettamente sconosciuti. Allora egli confess di far parte della casa del duca d'Anjou, e disse che, avendomi questi veduta, si era inamorato di me, e profferse magnifici doni, tanto per lei, se avesse voluto introdurre il principe alla mia presenza, quanto per me, se avessi accondisceso a riceverlo. Ogni sera, il conte di Monsoreau veniva da me per sapere a che punto stessero le cose, e restava qui dalle otto a mezzanotte, con l'aspetto di persona molto inquieta. Il sabato, lo vidi giungere ancora pi pallido e agitato che mai.
A questo punto, Diana fece una nuova sosta. Ma alle insistenze di Bussy riprese a narrare:
- Sembrava un'anima in pena e voleva che gli promettessi di sposarlo marted o mercoled, poich il duca d'Anjou sembrava disposto a tutto osare. Pareva non si sentisse pi la forza di tentare di lottar contro un principe e disposto a cedere alla cattiva fortuna. E, dopo di avermi ancora strappata la promessa di divenire al pi presto la signora di Monsoreau, volle parlare da solo a solo con Gertrude, con la quale prese gli accordi necessari per procrastinare ogni cosa fino al marted. Il giorno seguente, la mia fedele camerista usc, ma Aurilly non comparve, n, per quanto ella tornasse ad uscire altre due volte, si fece pi vedere. Quell'assenza ci torment assai pi della sua assiduit, tanto che mandai Gertrude a cercare il signor di Monsoreau, ma egli era partito, e nessuno sapeva dove fosse. Cos eravamo sole e isolate e ci sentivamo tanto deboli che mi parve di comprendere quanto fossi stata ingiusta verso il conte.
- Non parlate tanto di lui! - esclam Bussy. - C' qualcosa ancora da scoprire, nella sua condotta ma, vivaddio!, la scopriremo.
- La sera sopraggiunse, accompagnata da un cupo terrore: io ero gi decisa a morire, piuttosto che a cader viva fra le mani del duca d'Anjou. Avevo trovato questo pugnale, ed ero decisa a colpirmi con le mie mani sotto gli occhi del principe nel momento stesso in cui lui o qualcuno dei suoi uomini avesse osato mettermi le mani addosso. Ci barricammo in casa, poich, all'interno, per una deplorevole negligenza, la porta di strada non aveva nessun catenaccio, nascondemmo la lampada, e ci mettemmo in osservazione ad una delle finestre di strada. Tutto rimase tranquillo fino alle undici: a quest'ora cinque uomini sbucarono da via Sant'Antonio e si imboscarono all'angolo del palazzo des Tournelles. Noi, incominciammo a tremare. Quei cinque erano forse l per noi.
- No, no: attendevano me - osserv Bussy.
- Ora lo so. Ma allora lo ignoravo. Erano trascorsi circa venti minuti da che essi si erano imboscati, quando altri due uomini comparvero, e ad un pallido raggio di luna Gertrude riconobbe, in uno di essi, Aurilly. I due, giunti sotto la nostra finestra, si fermarono, parlando con voce sufficientemente alta perch udissimo le loro parole. Cos, sentimmo che il principe chiedeva ad Aurilly se avesse la chiave e se fosse certo che andasse bene, al che Aurilly rispose di s, e che non poteva non servire poich egli stesso aveva presa l'impronta della serratura. Indi Aurilly rassicur il principe che tutto sarebbe andato bene, poich la mia camerista, gi da lui conquistata, avrebbe aperta senza difficolt la porta dell'appartamento, data la chiave d'oro che il duca teneva in tasca. Poi udimmo il cigolare della chiave nella serratura...
- Chiss che tortura! - esclam Bussy. - Povera signora!
- Oh, persino al ricordo, rabbrividisco ancora. Stavano dunque per entrare, quando i cinque uomini imboscati nell'ombra si lanciarono su di essi, gridando "A morte! A morte!". Ma l'equivoco fu prontamente chiarito e, mentre il principe si allontanava col suo confidente, i cinque aggressori tornarono a nascondersi nell'ombra. Noi eravamo cos irrequiete che risolvemmo di non coricarci, per vedere quello che sarebbe accaduto poi. E non ebbimo nemmeno da attendere a lungo, poich tosto comparve un uomo a cavallo, che veniva tenendosi nel bel mezzo della via Sant'Antonio. Subito i cinque gli mossero contro, gridando: "Alle spade! Alle spade!". Il resto lo sapete, poich quel gentiluomo eravate voi.
- Io non so che ci che riguarda il combattimento, signora - fece notare Bussy a Diana, - poich subito dopo svenni.
- Non vi dir - riprese Diana con un fugace rossore, - quanto quella impari battaglia ci abbia tenute col cuore in sospeso. Dir soltanto che vedemmo che vi ritiravate come un leone, tenendo faccia ai vostri nemici. Allora, a Gertrude ed a me venne in mente, e nel medesimo istante, la stessa idea: quella di correre ad aprirvi l'uscio perch poteste entrare e mettervi al sicuro. Assieme ci slanciammo verso la scala, ma, come vi ho detto, avevamo barricato tutte le porte dall'interno e impiegammo qualche istante a scostare i mobili che vi avevamo accumulato dietro. Nello stesso momento in cui riuscivamo, finalmente, ad aprire, sentimmo che l'uscio di strada si richiudeva con un tonfo. Poi, udimmo un rumore di passi e, dal nostro pianerottolo vi vedemmo giungere, barcollando, finch non cadeste sul primo scalino, privo di sensi. Senza esitare, scendemmo l dove giacevate, e vi portammo di sopra, adagiandovi sul mio letto.
- Oh, grazie, signora, grazie di quanto avete fatto per me! - mormor Bussy, accompagnando quelle sue parole con uno sguardo di ardente ammirazione.
- Gertrude, pi pratica di me del quartiere - continu a narrare la signora di Monsoreau, - sapeva dove avrebbe potuto trovare un giovane medico che, a quanto si diceva, sapeva operare delle cure miracolose, e corse a cercarlo, riuscendo a condurlo qui ad occhi bendati. Quindi, quando ebbe terminato di medicarvi, torn a bendarlo e lo riaccompagn a casa sua. Solamente, al ritorno, le parve che il giovanotto contasse i passi.
- Ed effettivamente, signora - conferm Bussy, - li aveva contati.
- E ci ci spavent, poich quel giovane avrebbe potuto tradirci. Decidemmo, quindi, di far scomparire ogni traccia dell'ospitalit che vi avevamo data. Ma prima era necessario far scomparire voi stesso. Facendo appello a tutto il nostro coraggio, tornammo a sollevarvi, e vi portammo sull'argine del fossato del Temple. Poi tornammo a casa, sentendoci protette da Dio perch non avevamo incontrato anima viva che potesse, in seguito, tradirci.
- Oh, signora! torn ad esclamare Bussy. - Come potr mai ringraziarvi di quello che avete fatto per me?
Diana non gli rispose: col gomito appoggiato al tavolo, aveva reclinato il capo sulla mano. In quel silenzio ai sentirono scoccare le due all'orologio di Santa Caterina.
- Le due! - esclam la giovane donna, trasalendo. - E siete ancora qui!
- Oh, signora - supplic Bussy, - non mandatemi via senza aver terminato di raccontarmi tutto! Voglio esservi utile: fate dunque conto che Dio vi abbia inviato un fratello, e dite a questo fratello ci che egli pu fare per la sua sorella.
- Ahim, pi nulla!  troppo tardi, ora - sospir dolorosamente Diana.
- E che accadde il giorno seguente? Quel giorno, io lo passai pensando a voi.
- Gertrude usc, e incontr nuovamente Aurilly, sempre pi incalzante che mai, il quale chiese, a nome del suo padrone, che li ricevessi. Gertrude finse di acconsentire, ma chiese tempo fino al mercoled successivo, vale a dire fino ad oggi, per potermi indurre a tale passo. Cos ci rimasero tre giorni di attesa. La sera, il signor di Monsoreau torn e gli raccontammo tutto, omettendo per di dirgli che vi avevamo ospitato. Gli feci anche i nomi d'pernon e di Qulus, da me sentiti pronunciare durante la lotta. Il conte disse di conoscere i loro nomi, aggiungendo di dubitare gi che il duca fosse in possesso di una chiave falsa. Tuttavia, aggiunse, se avessimo fatta cambiare la serratura, egli se ne sarebbe procacciata un'altra, e se avessimo messo un catenaccio interno, il principe, venendo accompagnato da una diecina d'uomini, non si sarebbe fatto scrupolo alcuno di sfondare la porta. E, alla fine, mi fece comprendere, cosa che mi caus un grande orrore, come per mettermi al sicuro non ci fosse altro mezzo che quello di sposarlo. Allora, siccome sapevo che il duca avrebbe atteso fino a mercoled sera, gli chiesi di attendere, a sua volta, fino a marted. Acconsent, e mi lasci senza aggiungere parola.
- E il marted?
- Ora vedrete. Trascorsi quei due giorni in un terrore indicibile. La sera del secondo giorno ero gi sull'orlo della pazzia, quando Gertrude, che si teneva in vedetta presso la finestra, mi fece un cenno. Aveva veduto quattro uomini avanzare nella strada. Pochi istanti dopo, mi trovavo alla presenza del conte di Monsoreau, di un prete e di due testimoni che egli aveva condotto con s. Ormai era necessario consumare il sacrificio, secondo la promessa da me stessa fatta. Tuttavia, lo avvertii ancora una volta che non sarei stata realmente sua fino a che non fossi tornata a rivedere mio padre. Egli aggrott le ciglia, indi, presami per mano, mi condusse a quella finestra che era ormai divenuta il mio osservatorio. E, sotto di essa, scorsi un uomo il quale, avvolto in un mantello, sembrava cercasse il modo di entrare nella casa. Pochi istanti dopo, questi fu raggiunto da un altro uomo che teneva in mano una lanterna. La vista di quei due, che io ritenevo essere il duca ed il suo accolito mi decisero...
- Oh, Dio mio, che sciagurato sono mai! - gemette Bussy. - L'uomo dal mantello ero io, e colui che portava la lanterna non era se non Remy le Haudouin, il giovane medico da cui mi avevate fatto curare!
E Bussy parve accasciato dal peso della fatalit.
- Cos - riprese dopo brevi istanti, - voi siete diventata sua moglie?
- Da ieri - rispose Diana. Poi, come colpita da una idea improvvisa, dopo un istante di doloroso silenzio, soggiunse con veemenza: - Ma voi, come avete fatto ad entrare?
Bussy, senza far parola, le mostr la chiave.
- Una chiave? E chi ve l'ha data?
- Forse che Gertrude non aveva promesso di introdurre il duca presso di voi, questa sera? Ebbene, siccome il duca temeva che gli si volesse tendere qualche agguato, ha mandato me al suo posto.
- E voi avete accettato? - chiese Diana in tono di rimprovero.
- Era l'unico modo di entrare in casa vostra. Non volete perdonarmi d'esser venuto qui a cercare la pi grande gioia ed il pi gran dolore di tutta la mia vita?
- Sarebbe stato meglio se non ci fossimo riveduti. Avreste finito col dimenticarmi.
- No, signora - neg Bussy, - vi ingannate. Al contrario,  Dio che mi ha condotto presso di voi, per sventare la trama di cui siete vittima. Fin dal primo istante in cui vi ho veduta, vi ho dedicata la mia vita. Ora incomincia la mia missione. Volete aver notizie di vostro padre? Ebbene, io ve ne dar. Vi prego, solamente, di conservare un buon ricordo di colui che, da questo momento, non vivr pi che per voi. Ecco, vi rendo la chiave della vostra casa. Non la conserver se non l'avr ricevuta dalle vostre mani, e vi giuro sul mio onore di gentiluomo che mai sorella avr affidata la chiave del suo appartamento ad un fratello pi devoto e pi rispettoso.
- Mi fido della parola del valoroso Bussy - rispose Diana. - Ecco la chiave, signore.
- Signora - disse ancora Bussy, - fra quindici giorni sapremo chi sia, in realt, il signor di Monsoreau.
E, salutata Diana con rispetto misto ad ardente amore e profonda tristezza, Bussy scomparve.
Diana tese l'orecchio verso l'uscio per sentire ancora i passi del valoroso giovane. E la loro eco si era gi spenta da un pezzo, che ella, col cuore agitato e gli occhi bagnati di lacrime, ascoltava ancora!

 CAPITOLO 7.
LA SCOPERTA DI CHICOT.
Quattro o cinque ore dopo i fatti che abbiamo narrato, alla pallida luce di un sole che stentava a perforare le nubi rossastre che coprivano il cielo, il Re Enrico terzo partiva per la grande caccia che doveva aver luogo a Fontainebleau il giorno seguente.
Era accompagnato da una vera processione, formata dalla sua corte quasi al completo, alla met della quale incedeva la lettiera reale, trascinata da otto mule bardate con uno sfarzo che si sarebbe potuto chiamare orientale.
Questa lettiera era una specie di cocchio a quattro ruote, lungo quattro metri e mezzo e largo circa due e mezzo, tutta piena di cuscini all'interno, e guernita con tendine di broccato all'esterno. Nei passi pi difficili, se ne staccavano le mule, che venivano sostituite da un numero indefinito di buoi, assai pi lenti, ma capaci di trascinarla oltre ogni ostacolo. Tutti gli intimi del re vi potevano prender posto. Quel giorno, essa conteneva, oltre a Enrico terzo, il suo medico Mare Miron, il cappellano di corte, il buffone Chicot, Qulus, Schomberg, d'pernon, d'O e Maugiron, chi seduto e chi sdraiato sui cuscini, oltre a due cani levrieri e a una nidiata di piccoli cani inglesi.
Chicot non aveva cessato un momento di tenere allegri tutti i compagni di viaggio con le sue buffonate, quando, oltre la piazza Maubert, all'angolo della via des Noyers, lo si vide lanciarsi a terra dalla lettiera per correre ad inginocchiarsi al canto di una casa molto di bell'aspetto, dalla quale sporgeva sulla via un balcone sostenuto da travi di legno variopinte. L, con le mani giunte, mentre il re lo ascoltava a tutt'orecchi, inton questa preghiera:
- Dio buono! Dio giusto! Ecco la casa dove Chicot ha sofferto, se non per te, per una delle tue creature. Chicot non ti ha mai chiesto di far vittima di qualche disgrazia il signor di Mayenne, suo torturatore, n mastro Nicolas David, strumento del suo supplizio. No, Signore. Chicot ha saputo attendere, perch  paziente bench non sia immortale. E sono sei buoni anni, di cui uno bisestile, che Chicot accumula gli interessi di questo piccolo conto pendente fra lui ed i signori di Mayenne e Nicolas David. Ora, al tasso legale del dieci per cento, tasso a cui il re si fa prestar denaro, gli interessi accumulati hanno raddoppiato il capitale. Fa dunque, Dio grande e giusto, che Chicot possa pazientare ancora per un anno, affinch le cinquanta scudisciate ricevute da Chicot in questa casa per ordine di questo assassino di principe lorenese e di questo spadaccino d'avvocato normanno, che hanno tolto alle vene di Chicot una pinta di sangue, diventino due pinte e cento scudisciate per ciascuno di essi. Di modo che il signor di Mayenne, pur grosso com', e Nicolas David, tanto lungo, non abbiano tanto sangue n tanta pelle da ripagare Chicot, e che siano ridotti a fallire, morendo tra l'ottantesima e la novantesima scudisciata. In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
- Amen - disse il re.
Chicot, con grande meraviglia di tutti coloro che assistevano a quella scena senza comprenderne il perch, baci la terra e torn a salire nella lettiera.
- Chicot - gli disse il re severamente, non appena egli fu di nuovo al suo lato, - che cosa vuol dire questa buffonata?
- Che in questa casa, Sire - rispose il buffone, - Chicot aveva un'amante, una bella ed incantevole creatura, in fede mia! Ma, una notte in cui egli era venuto a trovarla, un certo principe geloso fece circondare la casa, acchiappare Chicot, e ordin che lo si bastonasse cos duramente che egli, sfondando con un balzo la finestra che non aveva avuto il tempo di aprire, salt dall'alto del balcone nella via. Ora, come  stato un miracolo che Chicot non si sia ucciso, tutte le volte che passa davanti a questa casa si inginocchia e prega, ringraziando il Signore di averlo salvato in un momento tanto difficile.
- Dunque ti hanno malmenato, mio povero Chicot.
- Meravigliosamente, Sire. Ma non tanto quanto il signor di Mayenne avrebbe desiderato.
- Per i tuoi peccati?
- No, per i suoi, Sire.
- Ah, capisco! Tu vorresti che fosse reso a Cesare...
- Non a Cesare, Sire. Non confondiamo. Cesare  un valoroso guerriero, il fratello anziano, quello che vorrebbe essere re di Francia. No, se quello ha dei conti da rendere, li deve rendere a Enrico di Valois, quindi  cosa che riguarda te: paga dunque i tuoi debiti, Enrico, figlio mio, ed io pagher i miei.
Enrico terzo non amava che gli si parlasse di suo cugino di Guisa, cos le parole di Chicot lo resero tanto pensieroso che, giungendo a Bictre, la conversazione non era ancora stata ripresa.
Per andare dal Louvre a Bictre, c'erano volute tre ore buone, ma una volta uscito da Parigi, il corteo parve muoversi con maggiore speditezza. La mattinata era quasi discreta, il vento soffiava con minor violenza, ed il sole, riuscito finalmente ad aprirsi un varco fra le nubi, dava alla giornata un certo tono dolcemente ottobrino.
Alle tre del pomeriggio la carovana reale giunse alle prime mura del chiuso di Juvisy, di dove si scorgeva gi il ponte sull'Orge e il grande albergo della Corte-di-Francia, dalle cui cucine il vento rubava l'appetitoso effluvio dei suoi arrosti allo spiedo, e l'allegro scoppiettare delle fiammate nei suo caminetti.
Il naso di Chicot aveva afferrato a volo quelle emanazioni culinarie: il buffone si sporse dalla lettiera e vide a distanza, sulla porta dell'albergo, varie persone, tutte avvolte nei loro mantelli. Tra costoro si teneva un individuo piccolo e grasso, coperto da un cappello a larghissima tesa che gli copriva tutto il viso.
Vedendo apparire il corteo, questi uomini si affrettarono a rientrare precipitosamente nell'albergo.
Ma quello piccolo e grasso non si era mostrato tanto svelto da non permettere a Chicot di riconoscerlo. Cos, il Guascone salt nuovamente a terra, si fece consegnare il cavallo dal paggio cui l'aveva affidato e, nascostosi in un angolo dove non poteva essere scorto, lasci che il corteo si allontanasse nelle prime ombre della sera, verso Essonnes, dove il re contava pernottare. Poi, quando l'ultimo cavaliere della scorta fu scomparso, usc dal suo nascondiglio, fece il giro dei fabbricati, e si present alla porta dell'albergo come se fosse giunto dalla parte di Fontainebleau. Passando davanti alla finestra, Chicot aveva fatto in tempo a gettare uno sguardo rapido all'interno, e con suo gran piacere aveva scorto il gruppo di persone gi notato prima, e fra di esse il personaggio grasso al quale, a quanto pareva, si prodigavano particolari dimostrazioni di riguardo. Ma Chicot, il quale non aveva nessun interesse a farsi riconoscere da costui, invece di entrare nella stessa sala, si fece servire una bottiglia di vino nella stanza di faccia, sedendosi in maniera da poter tutto vedere senza venir scoperto.
- Non m'ero dunque ingannato, - si disse, - e quando poco fa pregavo in via des Noyers si sarebbe detto che subodorassi il ritorno di costui. Ma chiss perch questo ritorno cos clandestino?
Il gruppo sospetto non rimase a lungo all'albergo: quando fu sicuro che il corteo reale fosse a buona distanza, tutti uscirono e soltanto allora, mentre gli sfilavano davanti, Chicot pot notare un altro di costoro, tanto lungo quanto l'altro era piccolo, tanto pallido quanto l'altro era paonazzo, e tanto ossequioso quanto il primo si mostrava arrogante.
-Ah, benissimo! - esclam dentro di s Chicot con un sorriso di gioia. - Anche tu ci sei, mastro Nicolas. Questa volta, per, prima che ci separiamo, avremo il tempo di dirci due paroline!
Vuot il bicchiere, pag l'albergatore e si tenne pronto a partire. E si avvide tosto di aver presa una buona precauzione, poich i sette non tardarono molto a pagare, o meglio, il personaggio grasso e piccolo non tard molto a pagare per tutti, e la piccola comitiva si rimise in viaggio verso Parigi.
- Bene - fece Chicot. - Quand' cos, torner anch'io a Parigi.
E risalito sul suo cavallo, si mise a seguirli a distanza, senza perdere di vista i loro mantelli grigi e sempre attento, quando non li vedeva pi, allo scalpitare dei loro cavalli.
La comitiva, fatto un lungo giro, si rec al palazzo dei duchi di Guisa, il cui portone si chiuse subito alle loro spalle.
- Benissimo - osserv Chicot, mettendosi di vedetta all'angolo della via dei Quatre-Fils, - qui sotto non c' solamente lo zampino del Mayenne, ma anche quello del Guisa. Aspettiamo e vedremo delle cose interessanti.
Infatti, per quanto avesse fame e freddo, ebbe la costanza di attendere una buona ora; fino a che la porta non torn ad aprirsi per lasciar uscire, non gi i sette cavalieri, ma sette frati di Santa Genoveffa che, coi volti coperti dai loro cappucci, sgranavano degli enormi rosari.
E Chicot segu i frati, come aveva gi seguito i cavalieri, certo che si trattasse delle stesse persone. I religiosi attraversarono la Senna sul ponte di Notre-Dame, e risalirono per via Santa Genoveffa,
- Ah! - disse Chicot, dopo d'aver fatto tanto di cappello alla casa della via des Noyers dove al mattino aveva recitata quella strana orazione, - forse che torniamo a Fontainebleau? Ma no: se non erro, non andremo pi in l.
Infatti, i monaci s'erano fermati alla porta dell'abbazia di Santa Genoveffa, e scomparivano sotto il portone nella cui oscura profondit si teneva un altro frate occupatissimo a fissare le mani di coloro che entravano.
- Capperi! - pens Chicot, - sembra che, per essere ammessi, sia necessario avere le mani pulite. Decisamente, sta accadendo qualcosa di straordinario.
E, continuando nella sua fazione, Chicot not, con sua grande meraviglia, che da tutte le strade convergenti all'abbazia spuntavano sempre nuovi cappucci, gli uni isolati, gli altri camminando a due a due.
- Che ci sia capitolo generale questa notte? - pens. - Sembra che tutti i monaci di quest'ordine che vi sono in Francia si siano dati convegno qui, questa sera. Ebbene, giuro sul mio onore che vorrei assistervi anch'io!
Ed i monaci continuavano ad entrare, mostrando le mani o un qualche segno di riconoscimento che in esse tenevano.
- Entrerei anch'io con loro - torn a dire Chicot, - ma mi mancano due cose essenziali: prima di tutto, un saio come il loro e, in secondo luogo, ci che essi mostrano al padre custode, perch, certamente, gli fanno vedere qualche contrassegno. Ah, fratel Gorenflot, se tu fossi con me! Ma, un momento. Credo che non mi sar difficile di ritrovarlo al "Corno dell'Abbondanza", poich questa  l'ora in cui egli, abitualmente, si reca a cenare.
E, passando senz'altro all'azione, volte le spalle all'abbazia, mise il suo cavallo al galoppo.
Al "Corno dell'Abbondanza", Chicot era conosciuto, non come un cliente abituale, ma come uno di quegli ospiti misteriosi che si recavano all'osteria di mastro Claude Bonhomet per lasciarvi uno scudo d'oro e una briciola del loro cervello.
Come vi giunse, Chicot esplor con lo sguardo la sala ma, non vedendo colui che cercava pass in cucina dove il padrone stava preparandosi a friggere alcuni merlani gi bellamente infarinati.
- Ah, siete voi, signore - disse Bonhomet vedendolo entrare. - Buona sera e buon appetito.
- Grazie dell'augurio, per quanto met di esso sia fatto a vostro beneficio. Ma, prima di sedermi a tavola, vorrei sapere se fratel Gorenflot ha gi cenato.
- No, non ha ancora incominciato, ma spicciatevi poich, altrimenti, fra cinque minuti avr finito.
- Come? Come? Non ha ancora incominciato e fra cinque minuti avr finito?
E Chicot scosse il capo, cosa che, in tutti i paesi del mondo denota incredulit.
- Ricordatevi, signore - disse Claude, - che oggi  un mercoled di quaresima.
- E con ci? - chiese Chicot con un tono che denotava molta sfiducia nella virt di Gorenflot.
- Mah! Io non ne capisco pi di voi, pure  cos.
- Che cosa  mai accaduto a questa macchina sublunare - pens Chicot, - che ogni cosa va al contrario? Gorenflot che cena in cinque minuti! Oggi mi tocca davvero vedere delle cose miracolose.
E, con la circospezione di un viaggiatore che metta per la prima volta piede su di una terra sconosciuta, fece qualche passo verso una specie di stanzino riservato, di cui aperse l'uscio vetrato guernito di tendine di lana a scacchi bianchi e rossi. Il degno monaco era proprio in fondo a quello stanzino e, alla luce di una candela fumosa, mescolava tristemente nel suo piatto un poco di spinaci semplicemente lessati, con qualche briciola di formaggio. Di fianco al piatto, un bicchiere conteneva due dita d'acqua arrossata con poche gocce di vino.
Fratel Gorenflot poteva avere circa trentotto anni, e non era alto pi di un metro e cinquantacinque, ma ci che aveva perso in statura, lo aveva guadagnato in larghezza, poich, da una spalla all'altra non misurava meno di novanta centimetri. Fra queste scapole erculee, si ergeva un collo larghissimo, nel quale i muscoli si disegnavano grossi come corde, cosa che indicava come il fraticello avesse una ben determinata propensione naturale per l'apoplessia. Ci sapendo, Gorenflot si era fatto una regola di non impressionarsi mai, ed era rarissimo il caso di vederlo cos malinconico come nel momento in cui Chicot entr nello stanzino.
- Ol, amico, che cosa state facendo? - esclam il Guascone, fissando a volta a volta gli spinaci, Gorenflot, la candela e il bicchiere.
- Ceno, come vedete - sospir Gorenflot con una voce capace di far concorrenza alle campane della sua abbazia.
- E voi, Gorenflot, chiamate questo cenare? Andiamo, dunque!
- Siamo in quaresima e di mercoled - torn a sospirare il frate, con tono nasale. - Bisogna pur provvedere alla salvezza della nostra anima.
E il pio monaco lev gli occhi al cielo.
Chicot rimase stupefatto: aveva visto tante volte Gorenflot celebrare la quaresima in ben altro modo.
- La nostra anima! - disse. - A che ora avete fatto colazione?
- Non ho fatto colazione, fratello - rispose Gorenflot con tono sempre pi nasale.
- Ah,  cos? - ribatt Chicot, con voce ancor pi nasale dell'altro. - E perch?
- Perch ho dovuto preparare un discorso - rispose il frate levando fieramente il capo. - Un discorso che dovr pronunciare questa sera all'abbazia.
- T! - pens Chicot. - Un discorso all'abbazia.  strano.
- E debbo anche rientrare subito - continu Gorenflot, portando alla bocca una prima porzione di spinaci, - poich il mio uditorio si stancherebbe, ad attendermi.
Chicot ricord tutti i frati che aveva visto avviarsi all'abbazia e, ricordando che il signor di Mayenne era del numero, si chiese come mai il superiore Giuseppe Foulon avesse incaricato proprio Gorenflot, le cui qualit oratorie non avevano mai brillato eccessivamente, di parlare alla presenza del principe lorenese e di cos numerosa assemblea.
- E a che ora dovrete fare la vostra predica? - chiese.
- Tra le nove e le nove e mezza, fratello mio.
- Bene, manca ancora un quarto alle nove. Quindi mi potrete dedicare cinque minuti del vostro tempo.
- Non mi  possibile - rispose il frate, facendo atto di levarsi.
- Terminate almeno le vostre erbe - disse Chicot, mettendogli una mano sulla spalla e costringendolo a sedere di nuovo.
Gorenflot guard gli spinaci, e sospir. Poi i suoi occhi videro l'acqua, e volse il capo.
Chicot comprese che era giunto il momento di attaccare: prese il bicchiere del frate e ne gett il contenuto a terra, poi, afferrato il piatto degli spinaci, lo scaravent dalla finestra.
- Bene - disse soddisfatto, quando ebbe terminato. - Ed ora, facciamo venire un paio di bottiglie di quel famoso vino della Romane, Mastro Claude!
- Due bottiglie? - chiese Gorenflot. - E perch, se io non ne bevo?
- Se beveste, dovrei farne venire quattro - rispose Chicot. - O, sei. O, forse, tutte quelle che ci sono nella cantina. Ma io, quando bevo solo, non bevo pi di due bottiglie. Su, mastro Claude, stappate pure la prima.
Come l'oste gli ebbe obbedito, Chicot prese il bicchiere, trangugi la met del suo contenuto, e fece schioccare la lingua.
- Ah! - disse poi. - Io sono un ben povero degustatore, e la mia lingua non ha affatto buona memoria, tanto che mi  impossibile dire se questo vino sia migliore o peggiore di quello che si beve in una certa taverna della porta di Montmartre. Non sono nemmeno sicuro che si tratti della stessa qualit.
Gli occhi di Gorenflot, fissi sulle poche gocce di rubino liquido rimaste in fondo al bicchiere di Chicot, mandavano scintille.
- Ecco, fratello mio - disse Chicot riempiendo il bicchiere del monaco, - voi che siete al mondo per consigliare i vostri simili, ditemi la vostra opinione.
Gorenflot prese il bicchiere, lo port alle labbra, e degust lentamente il vino.
-  della stessa qualit certamente - disse. - Ma ce n'era troppo poco perch io potessi dire se era migliore o peggiore.
- Pure ci tengo a saperlo - insistette Chicot. - Perbacco! Non voglio essere ingannato, e se voi non aveste da pronunciare il vostro discorso, fratello mio, vi pregherei di assaggiarlo ancora una seconda volta.
- Se  per farvi piacere... - disse il frate.
- E come!
E Chicot si affrett a riempirgli nuovamente il bicchiere.
Gorenflot non si fece pi pregare, e degust il vino gravemente.
-  migliore, questo - afferm. - Ve lo garantisco io. Del resto, un buon bevitore deve, al primo assaggio, riconoscere il vino, al secondo, la sua finezza, e al terzo l'annata in cui fu prodotto.
- Anche l'anno? - chiese Chicot. - E allora, questo, di che anno ?
- Se me ne darete ancora due gocce, ve lo dir - rispose il frate, tendendo il bicchiere.
Chicot torn a riempirlo e Gorenflot lo vuot lentamente.
-  del 1561 - disse, rimettendo il bicchiere sul tavolo.
- Esattamente! - esclam Bonhomet. - Proprio del 1561!
- Fratel Gorenflot - fece il Guascone cavandosi il cappello, - a Roma ne hanno beatificati di quelli che non lo meritavano certamente quanto voi.
- Questione d'abitudine - rispose modestamente il monaco.
- E di predisposizione - sostenne Chicot. - Ma che state facendo?
- Come vedete, mi sto levando per andare alla mia assemblea.
- Senza mangiare un boccone con me? Pure ho ancora bisogno dei vostri preziosi consigli, poich in fatto di pietanze me ne intendo ancor meno che in fatto di vini. Su, mastro Bonhomet, serviteci qualcosa, mentre Gorenflot ed io faremo ancora un brindisi alla sua capacit.
- Salute! - esclam il frate, ridendo a squarciagola dopo di aver tracannato un bicchiere colmo. - Questo s che  un fiero vino di Borgogna!
Poi, tacque, e stette a guardare ci che Bonhomet serviva in tavola, approvando con una strizzatina d'occhi e con un leggero moto del capo ogni portata.
- Ecco dunque - disse allora Chicot, - delle sardine e del tonno. Siamo in quaresima, che diamine, e bisogna mangiar di magro. Ehi, Bonhomet; altre due bottiglie!
Il profumo delle vivande, tanto appetitoso, sal presto al cervello del frate, la cui lingua si fece umida, mentre gli occhi gli tornavano a brillare. Tuttavia fece ancora cenno di volersene andare.
- E cos, dunque - osserv Chicot, - mi volete proprio abbandonare al momento della lotta?
-  necessario, fratello mio - rispose Gorenflot, levando ancora gli occhi al cielo per far comprendere quanto gli costasse quel sacrificio.
- Ma  molto imprudente, da parte vostra, l'andare a predicare a digiuno! Vi mancher la forza. I polmoni dell'uomo sono molto deboli e delicati.
- Purtroppo s - disse il frate, - e me ne sono accorto varie volte; se avessi avuto dei buoni polmoni, sarei stato un fulmine d'eloquenza.
- Dunque, lo vedete voi stesso...
- Ma, per fortuna - rispose Gorenflot ricadendo sulla seggiola, - sono pieno di zelo.
- Per lo zelo non basta. Se fossi in voi, assaggerei una di queste sardine, e berrei ancora qualche goccia di questo nettare.
- Una sola sardina - accett il frate, - ed un solo bicchiere.
Detto ci, mangi la sardina e bevve il suo bicchiere tutto d'un fiato. E Chicot si affrett a mettere un'altra sardina nel suo piatto e a mescergli un altro bicchiere.
- Vi sentite meglio, ora? - chiedeva nel compiere quelle operazioni.
- S. Un po' meno debole.
- Lo credo! - esclam Chicot. - Ma quando si deve fare un discorso, non si tratta gi di sentirsi meno deboli, ma di star completamente bene. Se fossi in voi, mangerei un'ala di cappone, o anche due, altrimenti si sentirebbe che avete bevuto del vino.
- Diamine! - disse il frate. - Avete ragione.
Ma, invece di assaggiare un'ala di cappone, si papp tutta una coscia.
- Questo s, che  buono! - esclam poi.
Chicot scalz l'altra coscia e gliela mise sul piatto. Indi incominci a succhiare un'ala.
- Ma che vino! - disse poi, stappando la terza bottiglia.
Ormai, col suo appetito svegliato, Gorenflot non aveva pi la forza di fermarsi e, dopo di aver spolpata la carcassa del cappone, chiam l'oste.
- Mastro Claude, ho una fame da lupi. Non ci sarebbe una frittata al lardo?
- S che c' - disse Chicot. - Ed  gi comandata. Non  vero, Bonhomet?
- Sar pronta fra cinque minuti - garant l'oste.
- Ah! - fece Gorenflot. - Se la frittata fosse gi qui, ne farei un solo boccone, come faccio un sorso solo di questo bicchier di vino.
E, con l'occhio scintillante di ghiottoneria, il frate bevve d'un fiato il suo bicchiere.
- Dunque - osserv Chicot,	 - prima dovevate essere ammalato, no?
- Ero sciocco, ero! - ribatt Gorenflot. - Quel maledetto discorso m'aveva quasi fatto uscir di senno. Erano tre giorni che ci pensavo!
- Doveva essere magnifico. Perch non me ne dite qualche brano, mentre stiamo aspettando la frittata?
Ma, mentre diceva quelle parole, Bonhomet entr, portando con una mano il piatto e con l'altra le due nuove bottiglie.
- Portale! Portale! - grid il frate con un sorriso che gli scoperse tutti i denti.
- Ma, e il discorso?- obiett Chicot.
- L'ho tutto qui - fece Gorenflot battendosi la fronte.
- Non era per le nove e mezza?
- No. Ho mentito, era per le dieci.
- Per le dieci? Ma l'abbazia non chiude le porte alle nove?
- Possono ben chiuderle - rispose il frate ammirando il colore del vino contro la luce. - Io ne ho la chiave, qui nella mia tasca! - E si batt sulla scarsella.
- Non  possibile. Io conosco le regole monastiche, poich ho gi fatto le mie penitenze in tre conventi. Non si d la chiave ad un semplice fraticello.
- Eppure, eccola! - esclam in tono trionfale Gorenflot, traendo dalla tasca una moneta e mostrandola al buffone.
- T, del denaro! Ah, capisco! Vi servir a corrompere il custode.
Gorenflot spalanc la bocca in una bella risata di ubriaco.
- Sufficit - balbett, facendo per rimettere la moneta in tasca.
- Un momento! Che diavolo, un momento! - strill Chicot. - Che strana moneta!
- Coniata con l'effige dell'eretico, e bucata al posto del cuore.
- Infatti - osserv Chicot, -  un testone coniato dal re del Barn, ed ecco un foro.
- Una pugnalata! - ribatt Gorenflot. - Morte all'eretico! Quello che l'uccider  gi beatificato, ed io gli cedo la mia parte di paradiso.
- Bene! - mormor Chicot fra s e s. - Le cose incominciano a farsi chiare, ma questo sciagurato non  ancora abbastanza ubriaco.
E vers nuovamente da bere al frate.
- S - disse mescendo. - Morte all'eretico! E cos, - aggiunse ricordando che i monaci mostravano le mani al custode, - basta mostrare questa moneta...
- E si entra - termin Gorenflot, - senza difficolt, come questo bicchier di vino entra nel mio stomaco. Il che vuol dire - continu il frate balbettando, che era, ormai, completamente ubriaco, - che per frate Gorenflot la porta si spalancher a due battenti. Cos quando arriver, trover tutta l'assemblea radunata. E che assemblea! Conti, duchi, baroni, e persino dei principi! Insomma, tutti i fedeli dell'Unione.
- I fedeli dell'Unione? - replic Chicot. - Che confraternita ?
- Cos io avanzer fra essi, e sentir dire: "Fratel Gorenflot! Il discorso! Bel nome quello di fratel Gorenflot, per un leghista!".
Sembrava che il frate accarezzasse il suo nome, pronunciandolo.
- Bel nome per un leghista? - mormor Chicot. - Che verit uscir mai dal vino di questo ubriacone?
- E allora incomincio il discorso - continu il frate levandosi da sedere e appoggiandosi al muro perch le gambe non lo sostenevano ormai pi.
- Come incomincerete? - chiese il Guascone, mantenendolo contro la parete.
- Io incomincio - balbett Gorenflot, - cos: "Fratelli miei, questo  un bel giorno per la nostra religione; fratelli miei, questo  un bellissimo giorno per la nostra religione; fratelli miei, questo  uno splendido giorno per la nostra religione...".
Chicot vide che non c'era pi nulla da cavare da quell'ubriacone e lo lasci andare.
Gorenflot, il cui equilibrio era mantenuto soltanto dall'appoggio del buffone, si lasci scivolare lungo il muro come una scala a pioli male appoggiata, andando ad urtare con i piedi contro la tavola dalla quale, per la scossa, qualche bottiglia vuota cadde a terra.
- Amen! - disse Chicot.
Quasi allo stesso istante si ud un russare cos forte che i vetri dello stanzino ne tremarono.
- Bene - si disse Chicot. - Ecco garantite almeno dodici ore di sonno. Cos potr spogliarlo senza inconvenienti.
Rapidamente sfece il cordone del saio, dal quale fece uscire le braccia, poi, facendo rotolare Gorenflot come se fosse stato un sacco di noci, lo avvolse nella tovaglia, gli mise sul capo un tovagliolo e, nascondendo la tonaca sotto il suo mantello, pass in cucina.
- Mastro Bonhomet - disse all'oste, pagandogli generosamente il conto, - ecco per la nostra cena. Ed ecco ancora del denaro per quella del mio cavallo che vi raccomando. Soprattutto, per, vi prego di non destare il nostro degno fratel Gorenflot, che dorme come un beato.
- Perfettamente - disse Bonhomet. - Potrete star tranquillo, signor Chicot.
Il Guascone usc e, svelto come un daino, corse all'angolo della via Saint-tienne dove, dopo di aver stretto nella destra il tostone di riconoscimento, indoss l'abito del frate. Dopo di che, alle dieci meno un quarto, si presentava, e non senza una certa ansia, al portone dell'abbazia.
Indossando il saio del frate, Chicot aveva presa una precauzione importante, disponendo, sotto di esso, il suo mantello in modo da quasi raddoppiare la larghezza delle sue spalle. La sua barba, rassomigliava a quella dell'ubriacone e, come abbiamo visto, egli sapeva imitarne perfettamente la voce. Perci poteva restar sicuro di non essere riconosciuto tanto facilmente, poich, in genere, la barba e la voce sono le due sole cose che escano dal cappuccio di un frate.
Quando egli giunse, la porta stava gi per chiudersi definitivamente, per quella notte. Il Guascone mostr il tostone bucato al posto del cuore, e fu ammesso senza opposizione. Due frati, lo precedevano: si mise alle loro calcagna, ed entr nella cappella del convento che gi conosceva bene per avervi spesso accompagnato il re, il quale accordava una protezione particolare all'abbazia.
La cappella, sorta nel secolo undecimo, era costruita in stile romanico e, come in tutte le cappelle di quello stile, il coro copriva una cripta o una cappella sotterranea, in modo da essere pi alto, rispetto alla navata, di circa tre metri. Dalla navata, si saliva al coro per mezzo di due scalette laterali, mentre, per scendere alla cripta si faceva uso di una porticina dai battenti di ferro, che si apriva fra le scalette. A questa porticina faceva capo un'altra scaletta che, con lo stesso numero di gradini di quelle del coro, conduceva nella profondit del sotterraneo.
La cappella era illuminata solamente da tre lampade, una delle quali sospesa al centro del coro e questa luce, appena sufficiente, dava un aspetto fantastico a tutto l'ambiente.
Dapprima, Chicot dovette abituare i suoi occhi a quell'oscurit e, per riuscirvi, si divertiva a contare i frati. Ve n'erano centoventi nella cappella, e dodici nel coro. Questi erano disposti su di una sola fila, davanti all'altare, come sentinelle che avessero difeso il tabernacolo.
Allo stesso tempo, constat con piacere di non esser stato l'ultimo ad unirsi a quelli che Gorenflot chiamava i fratelli dell'Unione, poich dietro a lui entrarono altri tre monaci, indossanti larghi sai grigi, che andarono a mettersi davanti alla fila dei frati del coro. Allora, un fraticello che Chicot non aveva ancora veduto, forse un chierichetto del coro, fece il giro della cappella, forse per vedere se tutti erano ai loro posti e, a giro finito, and a riferire qualcosa a quello che, dei tre ultimi arrivati, occupava il posto di mezzo.
- Siamo centotrentasei - disse il frate con voce forte. -  il conto di Dio.
Tosto, i centoventi frati inginocchiati si levarono e sedettero, mentre un gran cigolare di cardini e di catenacci avvertiva che le massicce porte dell'abbazia si chiudevano. Quel rumore non manc di suscitare, nel petto di Chicot pur tanto coraggioso, un certo batticuore s che, per avere tutto il tempo di rimettersi senza far notare la sua agitazione, dovette andare a cercar riparo all'ombra del pulpito, di dove poteva guardare a suo agio i tre frati che sembravano i personaggi principali di quella riunione, e che sedevano su tre poltrone, come tre giudici.
Quando il silenzio fu quasi ristabilito, una campanella squill tre volte.
- Fratello Monsoreau - disse lo stesso monaco che aveva gi parlato. - Quali notizie portate, all'Unione, della provincia dell'Anjou?
Le orecchie di Chicot si drizzarono, e per due motivi: il primo, si era perch quella voce sembrava avere un tono pi adatto per un campo di battaglia che non per una chiesa e, il secondo, perch aveva udito il nome di Monsoreau, nome conosciuto a corte solamente da pochi giorni.
Un frate di alta statura attravers la chiesa con passo franco e ardito, salendo sul pulpito. Chicot cerc di scorgere i tratti del suo viso, ma gli fu impossibile.
- Fratelli miei, - cominci a dire costui con una voce che Chicot riconobbe subito per quella del Gran Maestro delle Cacce, - le notizie non sono troppo soddisfacienti. Se  vero che non manchiamo di simpatizzanti, quelli che ci mancano sono coloro i quali dovrebbero rappresentarci laggi. La propaganda era stata affidata al barone di Mridor, ma il vegliardo, disperato per la morte della figlia, ha trascurato gli affari della Santa Lega. Quanto a me, io porto tre nuovi adesioni, ed il consiglio giudicher se questi tre nomi possano essere bene accetti fra quelli dei componenti l'Unione.
Un mormorio di approvazione corse per l'assemblea, e Monsoreau torn al suo posto.
- Fratello La Hurire! - riprese quegli che sembrava dirigere l'assemblea, - diteci quello che avete fatto a Parigi.
Il posto lasciato vuoto da Monsoreau fu tosto occupato da un altro.
La Hurire fece quindi il suo rapporto, assicurando che, fedelissimo del duca di Guisa, aveva obbedito agli ordini ricevuti dal signor di Besme in persona, uccidendo tutti i suoi locatari, e annotando i nomi di tutti gli eretici del quartiere di Saint-Germain-l'Auxerrois dove, in via de l'Arbre Sec teneva albergo all'insegna della "Bella Stella".
- T! - si disse Chicot. - Questo La Hurire, se ricordo bene, era un furibondo uccisore d'eretici e, a giudicare dalla fiducia di cui sembra oggetto, deve saperla lunga, sul conto della Lega.
Frattanto l'uomo continuava a parlare.
- E a che punto siamo arrivati? - diceva. - Francesco II, che pareva animato da santo zelo,  morto senza lasciar figli. Enrico terzo, del quale non vogliamo qui sindacare i costumi, morir probabilmente senza figli. Rimarr dunque soltanto il duca d'Anjou che, gi poco zelante, minaccia di non lasciare eredi nemmeno lui.
Qui la voce di Monsoreau interruppe l'oratore.
- Perch poco zelante? Chi si permette d'accusare il principe?
- Lo biasimo perch non ha dato ancora la sua adesione alla Lega, per quanto il fratello che mi ha interrotto l'abbia varie volte promessa in suo nome. Tuttavia, sono disposto ad attendere ancora. Per, a chi andr la corona, alla morte del duca, mortale come tutti noi e ancora senza figli? Al pi feroce ugonotto che si possa immaginare, a Enrico di Barn, contro il quale siamo coalizzati e che, mentre lo crediamo a Pau o a Tarbes, solamente occupato dei suoi ancoraggi,  a Parigi.
- A Parigi?  impossibile! - gridarono varie voci.
- S. C'era quando la signora de Sauves  stata assassinata, e forse, in questo stesso momento, c' ancora!
- A morte! Morte al Bearnese! - tornarono a gridare alcuni.
- S, a morte! E se venisse ad alloggiare alla "Bella Stella", a lui ci penserei io! Ma non ci verr, poich preferisce nascondersi presso i suoi amici. Ebbene:  appunto il numero di questi partigiani, che noi dobbiamo assottigliare. La nostra Lega  stata benedetta ed incoraggiata dal Santo Padre Gregorio terzo. Si compilino le liste dei nostri amici, e quelli che non le firmeranno siano considerati quali nemici. Una seconda notte di San Bartolomeo, tanto necessaria,  ancora possibile!
Un subisso di applausi accolse quelle parole, quando il silenzio fu ristabilito, si ud nuovamente la voce grave del monaco che aveva parlato per primo.
- La proposta del fratello La Hurire, che la santa Lega ringrazia del suo zelo,  presa in considerazione e sar discussa dal consiglio superiore.
- Ora incomincio a vederci chiaro! - si disse Chicot. - In fatto di religione, si ha meno fiducia in mio figlio Enrico che non in suo fratello Carlo IX e nei signori di Guisa. Ed  probabile che questi vogliano costituire, nello Stato, una societ a parte, di cui possano essere i padroni, dividendosi l'esercito, la borghesia e la Chiesa, cosicch un bel mattino il mio buon Enrico si accorger di governare su nessuno. Ma, e del duca d'Anjou, che cosa conteranno fare?
- Fratel Gorenflot! - fece la voce di prima.
Chicot, perso nella sua meditazione, non rispose.
- Fratel Gorenflot! - ripet la voce del chierichetto con tono cos acuto che Chicot trasal.
- T! - fece. - Si direbbe una voce di donna!
- Fratel Gorenflot! - torn a ripetere la vocetta. - Non siete dunque presente?
- Ma perbacco! - si disse allora il francese. - Mi ero scordato che fratel Gorenflot sono io! - e aggiunse ad alta voce: - Vengo! Vengo! Ero immerso nella meditazione e non avevo nemmeno sentito il mio nome!
Senza esitare, si alz e sal sul pulpito abbassando il cappuccio quanto pi gli fu possibile.
- Fratelli miei, - incominci a dire, imitando alla perfezione la voce del frate, di cui indossava il saio, - voi sapete che, come incaricato della questua per questo convento, posso entrare in tutte le case. Ebbene, io faccio uso di questo mio diritto soltanto per la gloria del Signore. Questo, fratelli,  un gran bel giorno per la santa Unione e, poich siamo nella Casa del Signore, parliamo con tutta la franchezza necessaria!
Sost un attimo, e poi riprese:
- Che cosa  il regno di Francia? Un corpo, secondo i principii di Sant'Agostino. E un corpo va conservato in buona salute. Come conservargliela, dunque? Non c' che un modo: quello di praticargli, quando sia necessario, dei prudenti salassi. Ora,  evidente che i nemici della religione cattolica sono un male. Bisogna dunque procedere ad un nuovo salasso in questo grande corpo che  la Societ.  quello che sento ripetere quasi ogni giorno. Io stesso, Giacomo Nepomuceno Gorenflot, che ho gi portato il moschetto in Chapagne, e ho gi arso alcuni ugonotti sui loro roghi, sono pronto ad agire con voi! Perch non attraverseremo le vie di Parigi, formati in santa processione, armati di buone partigiane? Io vi dar l'esempio! Io, Giacomo Nepomuceno Gorenflot, membro indegno dell'Ordine di Santa Genoveffa, umile e povero questuante di questo convento! Sar io, colui che, con la corazza sulla schiena, l'elmo sulla testa e il moschetto sulla spalla, marcer, se sar necessario, alla testa dei buoni cattolici che mi vorranno seguire. E lo far, non foss'altro che per fare arrossire certi capi che si nascondono come se, difendendo la Chiesa, si trattasse di difendere una mala femmina!
La perorazione di Chicot che tanto corrispondeva coi sentimenti di molti fra i membri della Lega, accese la sacra fiamma in tutti i cuori cosicch tutti, salvo tre incappucciati che si mantennero silenziosi, si misero a gridare:
- Viva il nostro fratel Gorenflot! Processione! Processione!
Ci vedendo, uno dei tre frati rimasti silenziosi si chin all'orecchio del chierichetto, e la vocetta acuta del ragazzo domin il frastuono, gridando tre volte:
- Fratelli,  l'ora di ritirarsi. La seduta  finita!
I frati si levarono sussurrando e si avviarono lentamente, verso la porta, mentre molti di essi si ripromettevano di chiedere, all'unanimit, nel corso della prossima seduta, l'organizzazione della processione proposta dal falso Gorenflot. Molti si erano avvicinati al pulpito per felicitare il finto frate quando questi fosse sceso, ma Chicot, pensando, che vicino, non avrebbe pi potuto simulare cos bene la voce del questuante, come pure non avrebbe potuto nascondere certe differenze fisiche esistenti fra di loro, si era gettato in ginocchio e pareva, come Samuele, immerso in un colloquio col Signore. La sua estasi fu rispettata, e la chiesa si vuot lentamente.
Tuttavia, la gioia di Chicot era amareggiata: aveva lasciato il re Enrico terzo senza nemmeno chiedergli il permesso di allontanarsi perch aveva visto il duca di Mayenne, ed era tornato a Parigi avendo scorto mastro Nicolas David. Ora, pur avendo fatto voto di vendicarsi, era troppo piccolo gentiluomo per affrontare un principe della casa di Lorena o, almeno, per farlo impunemente, qualora gli se ne fosse presentata l'occasione. Non lo stesso era nei suoi confronti con l'avvocato normanno Nicolas David, astutissimo,  vero, e che era stato soldato e maestro d'armi prima di darsi agli studi legali, e Chicot, pur senza essere maestro d'armi, sapeva adoperare benissimo la spada: ora, tutto quello che occorreva era di raggiungere il suo nemico e affrontarlo.
Di tra le pieghe del suo cappuccio, il Guascone guardava, dunque, tutti i frati che si allontanavano, cercando di riconoscere fra di essi la statura alta ed il corpo sottile del suo nemico quando, tutto ad un tratto, si accorse che ogni monaco era sottoposto, all'uscire, ad un esame simile a quello subto entrando, mostrando al frate custode un segno di riconoscimento che ciascuno estraeva di tasca al momento opportuno. Quella scoperta fece drizzare i capelli in testa a Chicot, perch fratel Gorenflot, pur avendogli insegnato il segreto per entrare, non gli aveva rivelato quello per uscire.
Allora si affrett a scendere dal pulpito e a confondersi fra gli ultimi frati, nella speranza di riconoscere, se gli fosse stato possibile, il segno col quale poteva tornare fuori e, difatti, riusc a vedere che questo secondo distintivo era una monetina tagliata a foggia di stella.
Il nostro Guascone aveva molte di quelle monetine nelle tasche, ma disgraziatamente nessuna di esse era scontornata in quella foggia che avrebbe messo fuori corso ogni moneta, e comprese la situazione in un baleno. Se non avesse potuto mostrare quel contrassegno sarebbe senz'altro stato scoperto e riconosciuto per il buffone del re, cosa che, pur concedendogli molti privilegi al Louvre, in quel luogo perdeva tutto il suo prestigio. Cos, persuaso d'essersi cacciato da s in trappola, si nascose dapprima all'ombra di un pilastro, nell'angolo che questo faceva con un confessionale.
- Perdendomi, - si diceva frattanto, - perderei la causa di questo imbecille del mio sovrano, cui scioccamente voglio tanto bene, pur ingiuriandolo sempre come faccio.
Cos parlando con se stesso, cercava di rendersi il pi piccolo possibile. Poi ud la voce del chierichetto chiedere dal sagrato:
- Non c' pi nessuno? Adesso si chiudono le porte!
- Bene. Purch non chiudano anche le finestre. Questo  tutto quello che io chiedo.
Il frate custode accese un cero e, accompagnato dal chierichetto prese a fare il giro della chiesa. Non c'era un minuto da perdere e Chicot, girando abilmente dietro al suo pilastro, assieme all'ombra di questo, riusc ad entrare nel confessionale, dove sedette.
Il frate ed il chierichetto gli passarono a quattro passi di distanza.
- Che diamine! Il custode, il chierichetto e quei tre frati laggi non resteranno gi qui per l'eternit, - si disse poi. - E quando saranno usciti, mettendo delle seggiole sui banchi, riuscir a sgattaiolare da una delle finestre.  vero che mi trover, allora nel cortile e che il cortile non  ancora la strada, e quindi chiss che non sia meglio passare la notte...
A questo punto del suo soliloquio Chicot fu di nuovo colpito dalla voce del chierichetto, che diceva al custode.
- Spegni le lampade, affinch dal di fuori si veda bene che il conciliabolo  finito.
In un attimo le luci furono spente e la cappella ricadde nel silenzio.
Allora la campana rintocc dodici volte.
- Capperi! - esclam nel suo intimo Chicot. - A mezzanotte in una chiesa. Se fosse nei miei panni, Enrichetto proverebbe una bella paura! Per fortuna, per, io sono meno timido. Su, Chicot, buona notte!
Fattosi questo augurio, Chicot tir il piccolo catenaccio che chiudeva l'uscio all'interno, e cerc di accomodarsi il meglio possibile, pensando di poter uscire con maggior sicurezza al mattino seguente.
Non aveva per ancora chiusi gli occhi da dieci minuti, che un gran colpo, battuto su di un disco di bronzo vibr in tutti i recessi della cappella.
- Acc... - esclam il Guascone. - Che vuol dire, ci?
Allo stesso tempo la lampada del coro torn ad accendersi, illuminando i tre frati sempre seduti l'uno vicino all'altro, e sempre immobili. E Chicot, pur coraggioso come era, prov come una specie di superstizioso timore, e si fece il segno della croce, mormorando a bassissima voce:
- Vade retro, Satana!
Tuttavia le luci non si spensero, segno che nulla accadeva di sovrannaturale. Anzi, una delle lastre del pavimento del coro si lev e rimase diritta. Dal nero baratro cos rimasto aperto, emerse prima un cappuccio grigio, seguito dall'intero corpo di un monaco. Allora la lastra si richiuse senza far rumore, e Chicot, che gi incominciava ad avere paura sul serio, riprese tutto il suo coraggio all'udire la voce di uno dei tre monaci, il quale si rivolgeva a colui che era appena giunto, dicendo:
- Fratello Monsoreau, la persona che attendiamo,  arrivata?
- S, miei signori. Attende d'essere chiamata da voi.
- Aprite la porta, e fatela entrare.
Monsoreau scese da una scaletta, e si rec ad aprire la porticina della cripta, mentre il monaco del centro si abbassava il cappuccio, mostrando il viso sfregiato da una gran cicatrice, viso ben noto a tutti i parigini.
- Il grande Enrico di Guisa! Colui che quello sciocco di un re crede all'assedio di La Charit! Ah, adesso capisco tutto: quello che siede alla sua destra, allora  il cardinale di Lorena, e l'altro monsignor de Mayenne. Ma mastro Nicolas David, dov'?
Infatti, come pure gli altri due abbassavano i loro cappucci, Chicot s'avvide di non essersi sbagliato. Allo stesso tempo, il Guascone s'avvide che il cardinale teneva in mano una scatola d'argento dorato, preziosamente cesellato, ed ud il cardinale che diceva:
- Ero tanto sicuro che sarebbe venuto, che ho portato, quanto occorre per rimpiazzare la santa ampolla.
- T! - si disse il buffone. - A quanto sembra, vogliono consacrare qualcuno. Che fortuna per me, che ho sempre desiderato tanto di vedere una consacrazione!
Frattanto, dalla porta della cripta entravano una ventina di frati che vennero a prendere posto nella navata, tutti coi cappucci abbassati sui volti.
Uno solo di essi, per, condotto dal signor di Monsoreau, sal la scaletta e venne a prender posto, in piedi, sullo scalino di uno degli stalli alla destra dei signori di Guisa. Il chierichetto era tornato a comparire e, ascoltati rispettosamente gli ordini del duca di Guisa, scomparve.
Il duca fece scorrere lo sguardo su quell'assemblea, poi prese a parlare.
- Amici, - disse, - il nostro tempo  prezioso. Ora  venuto il momento di rendere giustizia e rispetto al principe che, dianzi, qui  stato tacciato di poco zelo, e vedrete se  vero che i vostri capi meritino quell'accusa di freddezza lanciata da qualcuno che non abbiamo mai voluto mettere e parte dei nostri segreti, fratel Gorenflot.
A quel nome, pronunciato dal duca con accento astioso, Chicot non pot fare a meno di mettersi a ridere silenziosamente.
- Fratelli, - continu il duca, - il principe  qui.
E tutti gli sguardi si volsero a colui che era salito sul gradino dello stallo.
- Monsignore - riprese il duca rivolgendosi, a lui, - la volont di Dio ci pare manifesta. Ora pregate, Altezza, e togliete il cappuccio, acciocch i vostri fedeli possano vedere come voi tenete la promessa loro fatta.
Il misterioso personaggio obbed, e agli occhi di Chicot comparve, pallidissimo, il volto del duca d'Anjou.
- Oh! Oh! - fece il Guascone. - Il nostro fratello! Che non si stanchi mai di giuocare a prendersi il trono, mettendo, come posta, le teste degli altri?
- Evviva Monsignore il duca d'Anjou! - gridarono tutti mentre monsignore si faceva ancora pi pallido che mai.
- Fratelli, - disse allora Monsoreau, - Sua Altezza vorrebbe dirvi qualche parola.
I principi lorenesi si volsero al duca, inchinandosi, e questi dovette appoggiarsi ai braccioli dello stallo. Si sarebbe detto che stesse per cadere.
Il d'Anjou, con voce dapprima bassa e tremante, disse alcune parole d'occasione, promettendo il suo braccio per difendere l'altare e la santa causa, quindi il cardinale, muovendo un passo verso di lui, dopo di avergli chiesto se egli si trovasse fra di loro di sua spontanea volont, gli chiese ancora se, oltre a Dio, pensasse a qualche altra cosa.
- Al mio paese, - rispose il duca. - Un buon gentiluomo deve servire prima Dio e poi il suo paese.
L'assemblea applaud. Poi, tutti gli astanti si tolsero i cappucci, e Chicot pot scorgere una ventina di nobili visi tutti raggruppati ai piedi del coro. Tra quelli, not le fattezze del governatore d'Aunis, del signor D'Entragues il giovane, dei signori di Ribeirac e di Livarot, i quali tutti avevano giurato di mettere le loro vite al servizio della Lega. E, come il duca de Mayenne denunciava ancora i corrotti costumi della Corte, proclamando che tutti i favoriti del re dovessero essere distrutti fino all'ultimo, per sottrarre il monarca alla loro nefasta influenza, tutti tornarono ad applaudire.
- Ebbene, - esclam d'Entragues, - io mi incaricher di Qulus!
- Ed io di Maugiron, - disse Livarot.
- Ed io di Schomberg, - soggiunse Ribeirac.
- Bene, bene! - approv il duca d'Anjou. - E poi, abbiamo ancora Bussy, il mio valoroso Bussy, che vorr bene, dal canto suo, occuparsi di qualcuno!
- E noi anche! - gridarono tutti gli altri leghisti.
Allora il duca di Guisa si avanz.
- Monsignore, - disse, - oggi ci siamo riuniti allo scopo di scegliere un capo capace di onorare e di aumentare la nobilt della Francia, e come era uso degli antichi cavalieri Franchi di fare un presente a colui che sceglievano per loro capo, oggi noi intendiamo offrirne uno a colui che abbiamo scelto.
Tutti i cuori battevano, ma meno forte di quello del duca, che tuttavia rimase muto e immobile. Il solo pallore tradiva la sua emozione interna.
- Signori, - continu Enrico di Guisa, prendendo dallo stallo che si trovava dietro a lui un oggetto piuttosto pesante che sollev tra le mani, - ecco il presente che, in nome di tutti voi, io depongo ai piedi del principe.
- Una corona! - balbett il duca. - Una corona a me, signori?
- Evviva Francesco terzo! - gridarono i cavalieri.
- Monsignore, - disse allora a sua volta il cardinale: - Enrico terzo era l'unto del Signore, ma noi l'abbiamo deposto. Egli non  pi il prescelto. Questo tempio  altrettanto venerabile quanto quello di Reims; ebbene, Monsignore, ecco, per sostituire la Santa Cresima, un olio santo inviato dal papa Gregorio terzo. Monsignore, nominate il vostro futuro arcivescovo di Reims, nominate il vostro connestabile, e fra un istante sarete consacrato re e vostro fratello Enrico, se non vi ceder subito il trono, sar considerato come un usurpatore. Accendete i ceri dell'altare!
In un attimo i cinquanta ceri furono accesi dal chierichetto e allora si videro, sulla tovaglia dell'altare, una mitra risplendente di pietre preziose e una larga spada ornata di fiordalisi.
Il duca d'Anjou, con passo fermo, a testa alta, si avvicin all'altare, prese con la sinistra la mitra e con la destra la spada, e tornato verso i signori di Guisa, mise la mitra sul capo al cardinale e cinse la spada al fianco del duca, fra i frenetici applausi dei venti cavalieri.
- Signori - disse il duca agli astanti, - date i vostri nomi al signor duca di Mayenne, gran maestro di Francia: il giorno in cui io sar re, voi sarete tutti cavalieri dell'ordine.
- Ed ora, all'altare, Sire, - disse il cardinale.
Il duca d'Anjou torn all'altare, e in un attimo il cardinale di Lorena, rivestiti i paramenti pontificali, ricomparve con la santa ampolla che depose sull'altare stesso, mentre il chierichetto avanzava coi vangeli e la croce. Il cardinale prese l'uno e l'altra, pos la croce sul libro, e lo porse al duca d'Anjou che vi tese sopra la mano.
- Al cospetto di Dio! - esclam il duca. - Prometto al mio popolo di difendere e onorare la nostra santa religione. E che Dio mi aiuti!
- Amen! - risposero tutti ad una sola voce.
Il duca di Guisa, in funzione di connestabile, sal i tre gradini dell'altare per deporre la sua spada davanti al tabernacolo, perch il cardinale la benedicesse. Il cardinale la trasse dal fodero, e, tenendola per la lama, la porse al re che l'afferr per l'impugnatura e, mentre il cardinale pronunciava la formula della benedizione, l'abbass in modo che la punta toccasse il suolo e, dopo d'averla offerta a Dio, la rese al duca di Guisa.
Allora il chierichetto port un cuscino, ed il duca d'Anjou vi si inginocchi, mentre il cardinale preso l'olio, lo stendeva sulla patena. Con questa in mano, si curv sul duca e disse due orazioni e, intinto il pollice nella sacra unzione, tracci con quello una croce sul capo di colui che, cos, veniva ad essere consacrato re. Tosto il chierichetto asciug l'olio con un fazzoletto ricamato in oro ed il cardinale, pos la corona sul capo che aveva pocanzi unto.
- Dio ti incorona con la corona della gloria e della giustizia, - disse. E soggiunse: - Ricevila in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.
Il duca d'Ajou, livido e fremente, port la mano al capo per sentire la corona, e subito il chierichetto suon il campanello, cosa che fece curvare il capo a tutti, che per lo rialzarono tosto e, brandendo le spade, gridarono:
- Evviva il re Francesco terzo!
- Sire, - disse allora il cardinale, - da oggi voi regnate sulla Francia, perch siete stato consacrato dallo stesso Gregorio terzo, di cui io sono il rappresentante.
A cerimonia terminata, il duca d'Anjou torn a scendere dalla scaletta del coro e scomparve per la porticina della cripta sotterranea, attraverso la quale fu seguito da tutti gli astanti, meno che dai tre fratelli, i quali entrarono nella sacrestia, mentre il frate custode spegneva i ceri.
Il chierichetto richiuse la porta della cripta alle loro spalle e la chiesa rimase di nuovo deserta.
Chicot, credendo ogni cerimonia terminata, si lev per sgranchirsi un po' le gambe, ma, con sua enorme meraviglia, quando i tre fratelli ebbero udita la serratura della porta della cripta chiudersi con due giri di chiave, tornarono nella cappella, mentre il chierichetto scoppiava a ridere allegramente.
Il duca de Mayenne si avvicin vivamente a lui.
- Non ridete cos forte, sorella mia! Sono appena usciti, e potrebbero ancora udirvi.
- Sua sorella? - si disse Chicot. - Che il fraticello sia davvero una donna?
Infatti, come questo respingeva indietro il suo cappuccio, egli scorse il bellissimo viso di Madame de Montpensier, sorella dei duchi di Guisa, pericolosa sirena che bene aveva saputo dissimulare, sotto lo spesso saio monacale, la imperfezione di una spalla leggermente pi alta dell'altra, e il difetto della sua gamba destra che la faceva zoppicare impercettibilmente. Grazie a queste imperfezioni, l'anima di un demonio era andata ad abitare in quel corpo cui Dio aveva dato un volto degno d'un angelo.
- Ah, caro fratello cardinale! - diceva ella, continuando a ridere. - Per un momento ho creduto che anche voi aveste preso la cosa sul serio! E lui che, in tutta buona fede, s' lasciato ingrassare e incoronare! Come era brutto, sotto quella corona!
- Non importa, - rispose il duca. - Noi abbiamo, ora, quello che vogliamo e Francesco non potr rimangiarsi la parola data. E, per quanto riguarda il Monsoreau, costui, il quale deve nutrire un qualche tenebroso disegno, ha spinto le cose ad un punto tale che gli sar ben difficile il ritirarsi.
Chicot, comprendendo che coloro si erano fatto giuoco del duca d'Anjou che egli odiava avrebbe volentieri abbracciato i Guisa, escluso il Mayenne, ma raddoppiando la dose per madamigella di Montpensier.
- Ma torniamo agli affari, - sollecit il cardinale. - Dov' l'uomo?
Mayenne discese dal coro nella navata, ed aperse uno dei confessionali.
- Uscite, mastro Nicolas David, - disse. - Siamo soli.
- Eccomi, Monsignore - rispose l'interpellato, uscendo dall'ombra.
- Avete sentito tutto? - gli chiese il duca di Guisa.
- Non ho perduta una sola parola, e non scorder nemmeno un solo particolare; potete esserne certo, Monsignore.
- E cos, potrete ripetere tutto all'inviato di Gregorio terzo?
- Tutto. Inoltre, ho potuto raccogliere le prove del vostro diritto a sedere sul trono di Francia - rispose Nicolas David.
- Anche loro! - esclam in cuor suo Chicot. - Ma tutti vogliono essere re di Francia!
Ed era felice poich, scoprendo questa congiura, scopriva anche il modo di perdere i suoi due peggiori nemici, il duca de Mayenne e Nicolas David.
- Caro Gorenflot! - promise in cuor suo. - Che cena ti pagher per il nolo del tuo saio!
I tre fratelli si strinsero la mano e baciarono la loro sorella. Poi, avendo tutti rimesso i loro cappucci, si avviarono all'uscita, dove li attendeva il frate guardiano.
Questi, chiusi i catenacci alle loro spalle, torn nella chiesa, dove spense ogni luce e, nel buio della cappella, Chicot sent di nuovo i capelli drizzarglisi sulla testa.
Ma cinque minuti dopo che il frate se ne fu andato, cambiando nuovamente idea, il Guascone usc dal confessionale. Seguendo con gli occhi gli andirivieni del chierichetto, aveva scorto in un angolo una scala a piuoli, destinata alla pulizia delle vetrate. A tastoni, si avvicin alla scala, la prese e la port sotto ad una finestra che, fortunatamente, si apriva sul cimitero del convento, costeggiato dalla via Bordelle. Sal sul davanzale tir a s la scala facendola scendere dall'altro lato e si cal sul cimitero di dove il passar nella strada scavalcando il muretto di cinta, non fu che un giuoco per lui.
Una volta fuori corse al "Corno dell'Abbondanza". Gorenflot era ancora l dove l'aveva lasciato, e continuava a russare.

 CAPITOLO 8.
PADRE E FIGLIA.
Il mattino del giorno seguente, circa alla stessa ora in cui Gorenflot si risvegliava all'osteria del "Corno dell'Abbondanza", due cavalieri percorrevano la strada che conduce da Parigi ad Angers, nel tratto che va da Chartres a Nogent. Erano, almeno all'apparenza, un gentiluomo ed il suo paggio. Erano giunti a Chartres la sera, su due cavalli completamente sfiniti, e ne erano ripartiti al mattino. Una volta lontani da ogni abitato, il pi alto dei due cavalieri, avvicinandosi all'altro, aveva detto, aprendo le braccia:
- Cara la mia mogliettina, adesso puoi abbracciarmi tranquillamente, poich non abbiamo pi nulla da temere!
E allora, la signora di Saint-Luc, poich si trattava appunto dei due giovani sposi, aperto il largo mantello che la copriva, aveva abbracciato il marito dandogli quel lungo e tenero bacio che egli aveva chiesto.
La loro aumentata sicurezza, li aveva convinti, quel giorno, a fare una tappa pi lunga del solito: giunti verso il mezzogiorno ad un piccolo albergo del villaggio di Courville, distante da Chartres soltanto quattro leghe, e rassicurati dall'isolamento della casa, delle sue doppie porte e da altri vantaggi ancora, i due sposi vi avevano passato il resto della giornata e la notte.
Il mattino di poi si erano rimessi in viaggio, ancora pi rassicurati di quanto non lo fossero il giorno antecedente.
- Che bella cosa, la libert! - esclam ad un tratto Saint-Luc. - Lo sai che non ne ho mai goduta tanta come in questi ultimi due giorni, Giovanna?
- Non ti fidar troppo - rispose Giovanna con uno sguardo maligno ed un sorriso incantevole, - perch, questa volta, se ci riprendono non ci metteranno davvero pi assieme.
- Allora, nascondiamoci bene - disse Saint-Luc.
- Oh, sta pur tranquillo che, quando saremo a Mridor, nessuno verr a scovarci fra le sue folte foreste. E poi, vedrai chi  la padrona di tante bellezze, la bella, la buona, l'incomparabile Diana dal cuore di diamante. Tu le vorrai bene, Saint-Luc.
- Gliene voglio gi, poich ella te ne vuole.
- Oh, s, e me ne vorr sempre! Ella non cambia facilmente. E vedrai il vecchio barone, un guerriero del tempo di Francesco I ma ora divenuto debole e inoffensivo. Per conquistare le sue grazie, non avremo che a parlargli bene del suo re, del re sotto il cui comando ha combattuto tante battaglie.
- Cara Giovanna: vorrei gi essere a Mridor. Sproniamo i cavalli, dunque.
Lanciarono i loro animali ad un buon passo che fecero loro tenere per due o tre leghe, fino a le Mans, dove ormai quasi completamente rassicurati, trascorsero un altro giorno; ripartendone il giorno seguente, ben decisi, questa volta, a giungere a Mridor la sera stessa.
Ma, ad un tratto, Saint-Luc sent la mano di sua moglie appoggiarglisi sul braccio.
- Guarda, Saint-Luc, - gli disse solamente.
Saint-Luc si volse e vide, all'orizzonte, un cavaliere che, facendo la stessa strada, sembrava incitare molto il suo cavallo.
- Fuggiamo! - disse Giovanna, spronando la sua cavalcatura.
- No, - rispose Saint-Luc, il quale non perdeva il suo sangue freddo. - Non dobbiamo fuggire davanti ad un uomo che, come lui, mi sembra solo. Permettiamogli di oltrepassarci, e poi continueremo la nostra strada.
- E se si fermasse?
- In tal caso vedremmo con chi abbiamo da fare, e potremmo agire secondo le circostanze.
Mentre essi si scambiavano queste parole, il cavaliere s'avvicinava veloce come il vento, tanto che essi sentivano gi lo scalpitare del suo animale.
Giunto a non grande distanza da loro, mise piede a terra, legando il suo cavallo al tronco di un pino, prese a far loro grandi cenni.
- Mio signore! Mio signore! Ho da consegnarvi qualcosa che avete perso! Siete voi, quello pi piccolo... Avete perso un braccialetto all'osteria di Courville. Che diamine, il ritratto della signora di Coss non si perde cos facilmente! Su, per la vostra cara mamma, non mi fate correre pi.
- Ma  Bussy! - esclam Saint-Luc a quelle parole. - Lo riconosco dalla voce.
- Il conte di Bussy? Il nostro amico? - chiese Giovanna tutta commossa.
- Certamente! - rispose Saint-Luc correndo incontro al gentiluomo.
- Saint-Luc! - esclam questi avvicinandosi ai due sposi. - Buon giorno, signora. Ecco il vostro braccialetto.
E le porse il gioiello ch'ella aveva realmente dimenticato all'osteria di Courville.
- Siete stato forse lanciato alle nostre calcagna per arrestarci in nome del re? - chiese Giovanna sorridendo.
- No, signora. Non sono ancora abbastanza amico del re perch mi affidi certi incarichi. Correvo soltanto per raggiungervi, poich il braccialetto trovato a Courville mi aveva indicato che percorrevate la stessa via che percorro io.
- Cos, viaggiate? - torn a chiedere Giovanna.
- Appunto. Vado nei dintorni di Angers, - riprese Bussy, risalendo in sella. - E voi?
- Anche noi.
- Capisco: Brissac non  lontano di qui, poich si trova fra Angers e Saumur, a una dozzina di leghe di distanza. Andate a rifugiarvi nel castello di vostro padre, non  vero? Ah, come vi invidierei; se l'invidia non fosse un difetto cos brutto!
- Caro signor di Bussy - riprese la giovane donna, - per non avere da invidiarci, non vi resta che da fare come noi.
- S, - sospir Bussy. - Ma non tutti hanno la fortuna di amarsi come fate voi!
- Andiamo, dunque! Proprio voi, che tutte le donne vorrebbero amare!
- Quando si  amati cos, - torn a sospirare Bussy, -  segno che non si  amati da nessuna. No, no, questa felicit non  fatta per me.
- Volete che mi incarichi io di trovarvi una moglie? - insinu Giovanna.
- Se me la cercherete secondo il vostro gusto, no; se secondo il mio, s.
- Allora dovete confessare che il vostro cuore  gi preso, - osserv Saint-Luc.
- E lo confesso.
- Si tratta di un amore, o di un capriccio? - volle sapere Giovanna.
- Di una passione.
- Allora assumo io l'incarico di guarirvene.
- Grazie, signora, ma non vi riuscirete. Ors, non parliamone pi, e continuiamo il viaggio da buoni amici. Vi accompagner fino a che non sar giunto dove vado.
- No.  meglio che veniate voi dove andiamo noi.
- E dove?
- Al castello di Mridor.
Bussy sent tutto il sangue affluirgli al viso e poi rifluirgli verso il cuore. E si fece cos pallido che Giovanna avrebbe scoperto il suo segreto, se non fosse stata intenta soltanto a guardare suo marito.
- A Mridor? - chiese Bussy non appena pot dominare al sua emozione. - Che cosa ?
-  il castello di una mia buona amica.
- Si trova l, questa vostra amica?
- Certamente, - rispose Giovanna, che ignorava ci che era accaduto a Mridor. Ma mi sembra strano che non abbiate mai sentito parlare del barone di Mridor, uno dei pi ricchi gentiluomini del Poitou, e di sua figlia Diana, la pi bella gentildonna che io abbia mai conosciuta!
- No, signora - rispose Bussy, quasi soffocando per l'emozione. - Non ne ho mai sentito parlare.  ancora molto lontano, questo castello, signora?
- A circa sette leghe di qui credo. Allora, verrete?
- S, signora.
- Bene! Questo  gi un passo fatto verso la felicit che vi offrivo.
- Ma sua figlia non sar gi sposata?
-  impossibile, - rispose Giovanna. - Se si fosse sposata, io sarei la prima a saperlo.
Un sospiro doloroso usc a stento dalla gola strozzata di Bussy.
I tre cavalieri tacquero, e proseguirono la loro strada. Ad un tratto, Giovanna si lasci sfuggire un'esclamazione:
- Eccolo! Ecco le torri del castello, signor di Bussy, ed eccone, tra il fogliame, il tetto d'ardesia. Siamo ormai giunti.
Bussy torn a sospirare. Ma, questa volta, grazie all'entusiasmo di Giovanna, nel suo dolore cominciava a brillare, bench pallidissima e ancora distante, una luce di speranza.
Ci voleva ancora un'ora buona, prima di giungervi, e Bussy, durante questo tempo, si chiese varie volte se non sarebbe stato bene raccontar tutto a questi suoi buoni amici. Ma, una volta messo sulla via della confidenza, avrebbe dovuto raccontare anche segreti non suoi, e ci lo trattenne. Inoltre, voleva entrare a Mridor come uno sconosciuto, per conoscere il barone e sentire da lui ci che avrebbe detto del Monsoreau e del duca d'Anjou. Come si vede, egli sapeva osservare la massima circospezione di fronte agli estranei, e rispettare profondamente la persona che amava.
Cos la signora di Saint-Luc rimase persuasa che quella fosse la prima volta che egli udiva pronunciare quei nomi, e che, forse, si aspettava di trovare a Mridor un qualche provinciale, impacciatissimo alla presenza dei nuovi ospiti appena arrivati da Parigi. Quindi, si preparava a godere della sua sorpresa.
Tuttavia, fu ben meravigliata, vedendo che, al suono del corno della guardia a ponte, Diana non accorreva e che, invece di lei, sotto la porta principale del castello, avanzava un vegliardo piegato in due e appoggiato su di un bastone, seguito da due grossi cani.
L'uomo pass il ponte levatoio, e le si fece incontro.
- Chi siete? - chiese con un soffio di voce. - Chi fa l'onore di una visita a questo povero vecchio?
- Sono io, signor Agostino! - esclam allegramente Giovanna, che aveva sempre chiamato il vecchio affettuosamente per nome.
Ma il barone, invece di rispondere con una esclamazione di gioia, lev lentamente il capo, fissando i viaggiatori con uno sguardo vuoto.
- Perdonatemi, - disse. - Non ci vedo quasi pi. Ho gli occhi bruciati dalle lacrime. Volete dirmi il vostro nome?
- Sono la signora di Saint-Luc, - disse Giovanna col suo solito tono giocoso. - Ma, da ragazza, mi chiamavo Giovanna di Coss-Brissac.
- Ah, mio Dio! - esclam il vecchio, cercando di aprire la barriera con mani tremanti. - Ah, mio Dio!
Giovanna, che non capiva il perch di una simile accoglienza salt dal cavallo e corse a gettarsi fra le braccia del vegliardo, ma, baciandolo, sent che aveva le guance umide di pianto.
- Forse piange di gioia rivedendomi - si disse.
- Seguitemi, - disse il vecchio, dopo di averle reso il suo abbraccio.
E come se non avesse nemmeno visto i due compagni di Giovanna, si avvi verso il castello che, ora, aveva uno strano aspetto di tristezza. Saint-Luc lanci uno sguardo a sua moglie, come per chiederle se si fosse attesa di trovar le cose a quel punto. Ella comprese, e come aveva fretta ella stessa, di uscire da quella perplessit, si avvicin al barone e gli prese la mano.
- E Diana? - chiese. - Forse che non  qui?
Il vecchio si ferm come colpito dal fulmine, con una espressione quasi di terrore dipinta sul viso.
- Diana  morta! - esclam levando disperatamente le mani al cielo e lasciando sfuggire dagli occhi un torrente di lacrime.
- Morta! - gridarono Giovanna e Saint-Luc, pieni di compassione.
- Morta! - ripet Bussy. - Anche a lui, ha lasciato credere che fosse morta! Ah, povero vegliardo, quanto mi vorrai bene, un giorno!
- Morta! Morta! - ripet il barone. - Me l'hanno uccisa!
- Oh, caro signore! - esclam Giovanna, scoppiando a piangere alla sua, volta.
A quel dolore, il vecchio parve riprendere un po' di coraggio.
- Ma non importa, - disse rialzando il busto. - Per quanto vuoto e desolato, il mio castello sar sempre ospitale. Seguitemi.
E li precedette nel salone, dove si lasci cadere pesantemente nel suo seggiolone di legno scolpito. Quindi, dopo un istante di raccoglimento, ruppe il silenzio.
- Mi avete detto di esservi sposata, cara Giovanna, - disse. - Il signore  dunque vostro marito? - e indic Bussy.
- No, signor Agostino, - rispose Giovanna. - Mio marito  questo, il signor di Saint-Luc. L'altro gentiluomo  un nostro amico, il signor Luigi di Clermont, conte di Bussy-d'Amboise, uno dei gentiluomini di Monsignore il duca d'Anjou.
A quelle parole il vegliardo balz in piedi come spinto da una molla, lanciando uno sguardo terribile a Bussy. Poi, come sfinito da quella muta provocazione, ricadde sulla sua poltrona, lasciandosi sfuggire un gemito.
- Che accade dunque? - chiese Giovanna.
- Ah, voi siete uno dei gentiluomini del duca d'Anjou? - tuon allora il vecchio. - Di quel mostro, di quel demonio e, confessandolo, avete l'ardire di entrare nella mia casa! Voi, un seguace di colui che fu l'assassino di mia figlia!
- Povero signore! - sospir Bussy.
- Che cosa dice? - chiese invece Giovanna.
- Ma non lo sapete, dunque - riprese il vecchio, rivolgendosi a Saint-Luc e a sua moglie, - non lo sapete che  stato il duca ad uccidere mia figlia? La mia Diana! Lui, il duca!
C'era tanto dolore, nella voce di quel padre, che Bussy sent gli occhi bagnarglisi di lacrime.
- Signore, - disse Giovanna, - pur essendo vero ci che dite, voi non potete accusare il signor di Bussy di cos spaventosa disgrazia. Egli  il pi leale, il pi generoso gentiluomo che possa esistere. Del resto, vedete che egli ignora tutto, come noi, e piange con noi. E, d'altra parte, sarebbe forse venuto qui, se avesse potuto soltanto sospettare che accoglienza lo attendeva? Caro signor Agostino, in nome della nostra cara Diana, raccontateci come  avvenuta la catastrofe!
Il vecchio, con voce spezzata, l'accontent, narrando quanto sapeva, in modo da commuovere persino il cuore di Bussy che, uomo di guerra, era pure abituato ai tristi spettacoli della vita.
- Oh, conte! - esclam Saint-Luc alla fine del racconto. -  una cosa terribile! Bisogna che voi abbandoniate un principe cos infame, perch un cuore nobile come il vostro non pu continuare a servire un assassino.
Ma Bussy, invece di rispondere al suo amico, fece un passo verso il barone.
- Signor di Mridor, - disse, - vorreste accordarmi l'onore di una conversazione particolare?
- S, date retta al signor di Bussy! - esclam Giovanna. - Forse vi potr essere utile.
- Parlate, signore, - disse allora il barone, gi presentendo qualcosa di strano nello sguardo del gentiluomo.
Bussy si rivolse a Saint-Luc e a sua moglie, con gran nobilt di modi.
- Volete permettere? - chiese.
I due giovani si affrettarono a lasciarli soli.
Quando la porta si fu richiusa alle loro spalle, Bussy salut profondamente il barone.
- Signor barone, - disse, voi avete accusato, in mia presenza, un principe che io servo, e vi debbo chiedere spiegazione delle vostre parole. Oh, non temete! - aggiunse poi, vedendo un gesto del vegliardo. - Non interpretate male le mie rispettose frasi, poich vi parlo con la maggior simpatia ed  col maggior desiderio di rendermi utile a voi che vi prego di raccontarmi di nuovo il fatto con tutti i suoi particolari. Vediamo,  tutto accaduto veramente come voi credete, e vostra figlia  perduta per davvero?
- Signore, - rispose il barone, - ho avuto un momento di speranza. Un nobile e leale gentiluomo, il signor di Monsoreau, ha amato la mia povera figliuola, e si  interessato alla sua sorte.
- Il signor di Monsoreau? - chiese Bussy. - Ebbene, vediamo, come si  comportato, in tutto quest'affare?
- Oh, la sua condotta fu leale e degnissima, tanto pi che Diana gli aveva rifiutata la sua mano. Tuttavia, fu lui il primo ad avvertirmi degli infami progetti del duca. Fu lui che mi insegn il modo di farli fallire non chiedendo che una cosa sola: che, cio, se l'avesse strappata al principe, ella divenisse sua sposa. Io acconsentii, ma, ahim! egli giunse troppo tardi: Diana era gi scampata al disonore con la morte!
- E da quel giorno, non avete pi avuto notizie del signor di Monsoreau?
- La catastrofe  avvenuta soltanto un mese fa, - rispose il barone, - ed il povero conte non deve pi avere avuto il coraggio di comparire davanti a me.
Bussy chin il capo: tutto era ormai spiegato. Ora sapeva come Monsoreau avesse fatto per rapire la fanciulla che amava e come il timore che il duca venisse a scoprire che ella era divenuta sua moglie, lo avesse spinto ad accreditar la voce della di lei morte.
- Ebbene, signor barone - disse rialzando il capo dopo alcuni, minuti di meditazione, - io sono incaricato da Monsignore il duca d'Anjou di condurvi a Parigi dove Sua Altezza desidera parlarvi.
- A me? Parlare a me? E che avr mai da dirmi, quell'assassino?
- Signor barone, - rispose Bussy con voce ferma. - Questo non lo so. So soltanto che il mio dovere  quello di condurvi con me a Parigi, poich sono venuto qui appositamente per questo.
- Ed io ci verr! - esclam il vegliardo tremante di collera, - Ma sciagura a coloro che mi avranno fatto del male! Il re mi ascolter, e se non mi volesse ascoltare, farei appello a tutti i gentiluomini di Francia. Del resto, - soggiunse abbassando il tono della voce, - il dolore mi ha fatto scordare d'avere in mano un'arma della quale non ho fatto ancora nessun uso. S, signor di Bussy, io vi accompagner!
- Ed io, signor barone, - disse Bussy prendendogli la mano - vi raccomando di esser calmo e paziente come conviene ad un gentiluomo cristiano. E vi prego, anche, di non volermi contare ancora fra i vostri nemici, poich non sapete ci che io intenda di fare per voi. A domani, dunque, signor barone. Ci converr metterci in cammino fin dall'alba.
Il barone prese un candeliere d'argento e, seguito da Bussy, sal la scala d'onore per condurre il suo ospite alla stanza che gli aveva destinata per quella notte.
Al mattino seguente, il barone si conged dai suoi ospiti che lasci padroni del castello, ma Saint-Luc e sua moglie, compresi della situazione, gli promisero di lasciare Mridor non appena ci fosse loro possibile. A Bussy, dal canto suo, per giustificare con essi la sua strana condotta, bast sussurrare due paroline all'orecchio di Giovanna di Saint-Luc, paroline che ebbero il dono di ricondurre subito il sorriso sulle sue fresche labbra.
E, quando Bussy e Mridor partirono, Giovanna, per tutto commiato, gli disse:
- Che uomo strano siete, signor conte! Io vi avevo promesso che la felicit vi attendeva a Mridor, e siete voi, invece, che sembrate ricondurla l di dove sembrava si fosse eclissata per sempre!
I due viaggiatori entrarono a Parigi dal sobborgo di Saint-Marcel, qualche giorno dopo la loro partenza dal castello.
- Andiamo direttamente al Louvre? - chiese il barone.
- Signore, - rispose Bussy, -  meglio che vi conduca prima a casa mia, per farvi riposare un istante e mettervi in grado di vedere, come vi conviene, la persona presso la quale vi condurr.
Al palazzo, il conte trov il fedele le Handouin che lo attendeva.
- Ebbene, caro Ippocrate, - gli chiese, - come vanno le cose in via Sant'Antonio?
- Niente di nuovo.
Bussy sospir.
- Dunque, - insistette, - il marito non  tornato?
- S, ma senza alcun successo. Sembra che ci sia, in tutto quest'affare, un padre di cui si attende l'arrivo, e senza del quale non  possibile far nulla.
- Benissimo! Ma come fai a sapere queste cose?
- Vedete, Monsignore, durante la vostra assenza, ho affittata una stanza sull'angolo di via Santa Caterina e di via Sant'Antonio, di dove potevo vedere la casa che voi ben conoscete. Sapete, sono innamorato anch'io, e di Gertrude, la camerista della signora di Monsoreau.  un bel pezzo di ragazza, e poi sa narrare in modo meraviglioso tutto ci che accade. Cos, ho saputo tutto quanto  avvenuto in casa della sua padrona. Sono anche riuscito ad entrare in casa, di notte, poich Gertrude mi ha lasciata la porta aperta! Per, ella non dubita affatto ch'io vi conosca. Per lei, sono sempre il povero medicuccio di una volta. Ed io, ho avuta la prudenza di lasciarglielo credere. Poche sere or sono le ho chiesto come stesse il suo padrone, quel tal cavaliere che mi avevano chiamato a curare, ed ella mi ha detto che non solo voi non eravate il suo padrone, ma che, da quel giorno, non vi avevano pi riveduto. Per mi ha anche detto che tanto lei quanto la sua signora sapevano benissimo chi fosse, e che la sua padrona non faceva che pensare a voi.
Un vivo rossore sal al viso di Bussy, che strinse con calore la mano del giovane medico, sentendosi tutto pervaso da un brivido di felicit.
E, invero, ne aveva di che, il breve rapporto di Remy lo aveva rassicurato su due punti: il primo, cio, che il signor di Monsoreau era sempre odiato, e il secondo che lui, Bussy, era amato.
La sosta al suo palazzo non fu lunga: poco dopo, il conte ed il barone, montati su due cavalli freschi, si avviavano verso via Sant'Antonio, non senza che Bussy, da abile capitano, si fosse fatto precedere da Remy, incaricato di esplorare i dintorni e di procurare una nuova entrata nella casa. Le Handouin, sbrigata la sua incombenza si rec ad attendere il suo padrone in via San Paolo, dove gli disse che nessun ostacolo ingombrava l'accesso all'alloggio della signora di Monsoreau.
Mentre Remy diceva a bassa voce queste cose a Bussy, il barone, che non era stato a Parigi da lunghi anni, si guardava attorno, un po' incuriosito e un po' diffidente.
- Come, - chiese poi -  dunque qui che alloggia il duca d'Anjou?
- Non precisamente, signore, - rispose sorridendo Bussy. - Ma se la sua casa non  qui, c' quella di una signora che egli ha molto amato.  la casa della moglie di un certo gentiluomo di vostra conoscenza. Eccoci giunti. Entrate, signor barone.
Il barone di Mridor pose il piede a terra, mentre Gertrude, accorsa sulla soglia guardava, stupefatta e intimorita le Handouin, Bussy ed il vegliardo, senza comprendere come mai il caso avesse potuto riunire quei tre uomini.
- Andate ad avvertire la signora di Monsoreau, - le disse il conte, - che il signor di Bussy  tornato, e desidera di parlarle subito. Ma, per la salvezza della vostra anima, non ditele una parola sulla persona che lo accompagna!
- La signora di Monsoreau? - esclam il vegliardo meravigliato, - la signora di Monsoreau?
- Entrate, signore, - gli disse, per tutta risposta, Bussy spingendolo nella porta.
Allora, mentre il vecchio saliva la scala con passo malsicuro, si ud la voce di Diana, tutta tremante, esclamare:
- Il signor di Bussy, hai detto, Gertrude? Il signor di Bussy? Fallo entrare subito!
- Questa voce! - balbett il barone fermandosi a met della scala. - Questa voce! Ah, Dio, Dio mio!
- Salite, dunque, signor barone! - sollecit Bussy.
Ma, allo stesso istante, ecco apparire in piena luce, sull'alto della scala, Diana, pi bella che mai, e tutta sorridente, per quanto non s'attendesse di ritrovare l suo padre.
A quella vista il barone si lasci sfuggire un grido cos terribile che Diana, gi pronta a gettarglisi al collo, rimase immobile e piena di spavento.
- Diana  viva! - balbettava frattanto il barone. - Diana! La mia Diana!
E quel gi fortissimo guerriero sarebbe precipitato gi dalle scale se Bussy non l'avesse sostenuto col suo braccio di ferro.
- Il signor barone di Mridor vi credeva morta, - spieg il conte alla giovane donna, e vi piangeva - come un padre sa piangere la propria figlia.
Frattanto il barone, rimessosi dall'emozione, chiedeva:
- Che mi dicevate, dunque, signor di Bussy, quando mi annunciaste che ci recavamo in casa della signora di Monsoreau?
- Eccola - rispose semplicemente Bussy. - Il conte di Monsoreau  vostro genero.
- Come? Mio genero? E nessuno me lo aveva mai fatto sapere?
- Temevo di scrivervi, padre mio, per paura che la mia lettera cadesse nelle mani del principe. D'altronde, credevo che voi sapeste tutto.
- Ma perch, - chiese il vecchio, - questo strano mistero?
- Oh, s, perch? - gemette Diana.
- Forse perch temeva la collera del duca d'Anjou, - rispose il padre, - come la teme il signor di Bussy.
Il conte sorrise.
- Signor barone, - disse, - vogliate chiedere a vostra figlia se ella  contenta del suo matrimonio.
Diana giunse le mani e si lasci sfuggire un singhiozzo. Anche gli occhi del vecchio barone si riempirono di lacrime.
- Ed ora, - prosegu Bussy -  dunque vero che, senza esservi stato costretto per violenza alcuna o alcuna astuzia, avete concessa la mano di vostra figlia al signor di Monsoreau?
- S, gliel'avevo promessa, se l'avesse salvata.
- Infatti, fu cos. Allora  inutile chiedervi se la vostra parola deve essere mantenuta, Barone.
-  questa una legge, fra i gentiluomini.
- Ah! - mormor Diana. - Perch non sono morta davvero?
- Signora, - disse Bussy - vedete che ora la mia presenza  inutile qui. Il signor barone vi ha concessa al signor di Monsoreau, e voi gli avete promesso di esser sua qualora aveste visto vostro padre sano e salvo.
- Ah, conte! Voi mi strappate il cuore. Io odio il signor di Monsoreau!
- Diana! Diana! - esclam il barone. - Egli ti ha salvata!
- S  vero! - grid Bussy, lasciandosi trascinare dalla passione oltre i limiti del riserbo che si era, fino ad allora, imposti - Ma, e se quel pericolo fosse stato fittizio? Ascoltatemi, barone: qui sotto vi  un mistero che non sono ancora riuscito a svelare. Ma lo sveler. Soltanto, vorrei che comprendeste come, se io avessi avuta la fortuna di trovare vostra figlia come l'ha trovata il signor di Monsoreau, non le avrei fatto pagare i servigi da me resile!
- Egli l'amava... - obiett Mridor, pur comprendendo la condotta del conte.
- E io, dunque? - grid Bussy.
Ma, spaventato da quella confessione che stava per uscirgli di bocca, Bussy tacque. Soltanto il lampo dei suoi occhi fin per esprimere quello che avrebbe voluto dire.
Diana comprese tutto.
- Ebbene, - disse arrossendo, - voi mi avete compresa, non  vero, fratello mio? Voi mi avete chiesto di chiamarvi cos, e cos io vi chiamo. Non potete dunque far nulla per me?
- Ma, e il duca d'Anjou? - mormor il barone, sempre sotto l'incubo di quella minaccia.
- Io non sono di quelli che temono le collere dei principi, signor Agostino, - rispose il giovane. - E, o mi sbaglio della grossa o nulla abbiamo da temere da quella parte. Se volete, signor di Mridor, sapr rendervi tanto amico del principe da costringerlo a proteggervi contro il Monsoreau, il quale costituisce il vero pericolo che vi minaccia. Dobbiamo allearci contro di lui, e vinceremo!
Detto ci, strinse ancora una volta la mano del barone, e si slanci fuori dell'appartamento.

 CAPITOLO 9.
VIAGGIO DI UN FRATE E DI UN BUFFONE.
Tornando a svegliarsi, il mattino seguente a quello della cena, Gorenflot si trov a terra dove era caduto, ma tutto vestito, poich Chicot aveva avuto cura di avvolgerlo nuovamente nel suo saio, e messosi il suo sacco di questuante sulla spalla, riprese la via del convento, rimuginando fra s e s le scuse da presentare al padre priore. Il suo cuore non era affatto tranquillo, come  facile immaginare, e la presenza di qualche crocchio di confratelli occupati a scrutare dalla soglia del convento verso i quattro punti cardinali, gli mise in corpo uno dei pi grandi terrori che egli avesse mai provato nella sua vita.
- Parlano di me, - si disse. - Mi attendono e mi segnano a dito. Si vede che, questa notte, la mia assenza ha fatto scalpore. Dunque sono perduto!
Gli venne voglia di volgere le spalle e fuggire, ma era gi stato scorto, e vari frati gli si facevano ormai incontro. Ora, egli sapeva benissimo come quel suo corpaccione non fosse tagliato per la corsa: si vide raggiunto, legato come un salame, trascinato al convento. E prefer rassegnarsi.
Cos continu ad avanzare, con aria contrita, verso i suoi compagni i quali parevano esitare a salutarlo.
- Ahim! - si disse. - Fingono di non riconoscermi nemmeno!
Ma, finalmente, uno di essi si decise e gli si fece incontro.
- Povero caro fratello! - mormor.
Gorenflot sospir levando gli occhi al cielo.
- Sapete che il padre priore vi attende? - chiese un altro.
- Ah, mio Dio!
- Eh, s! - aggiunse un terzo. - Ha ordinato che, non appena giungeste, foste condotto presso di lui.
- Ecco proprio quello che temevo, - si disse Gorenflot, entrando nel convento la cui porta torn a chiudersi alle sue spalle, mentre il guardiano, afferrandolo per un braccio, lo trascin, pi che non lo condusse, alla presenza dell'abate Foulon, al quale il poveraccio si present ad occhi bassi.
- Ah, finalmente eccovi di ritorno! - esclam il priore.
- Reverendo... - ebbe appena la foga di balbettare Gorenflot.
- Quanto siamo stati inquieti per voi!
- Siete troppo buoni, reverendo, padre! - rispose il frate, tutto meravigliato da quell'indulgenza che davvero non si attendeva.
- Temevate di rientrare, dopo la scena di questa notte, non  vero?
- Lo confesso, - ammise Gorenflot, con la fronte coperta di un sudorino diaccio.
- Caro, caro fratello! - esclam l'abate. - Quello che avete commesso  ben giovanile e ben imprudente. Ma vi comprendo. L'entusiasmo vi ha trascinato. L'esaltazione  una virt, ma vi sono delle virt che, troppo spinte, divengono vizi. Io sono altrettanto buon cattolico quanto lo siete voi, tuttavia la vostra audacia mi ha spaventato.
Gorenflot, che ad ogni nuova parola comprendeva meno di prima, si gratt il naso imbarazzato.
- Siete stato addirittura temerario, tanto che temo, per voi e per noi, le conseguenze delle vostre manifestazioni. Lo sapete che c'erano, nella nostra cappella, pi di cento laici che non hanno perso una parola del vostro discorso?
- Del mio discorso? - chiese Gorenflot stupefatto.
- Debbo per confessare che fu molto bello. Ma dovete convenire che vi siete compromesso troppo, proponendo una processione per le vie di Parigi, e offrendovi di marciare per primo, rivestito di una corazza, colla partigiana sulla spalla! Ed ora, non c' che un mezzo per accomodare le cose: questa linfa religiosa che corre per tutto il vostro essere, dovreste andare a dispensarla un po' in provincia.
- In esilio, dunque! - esclam Gorenflot.
- Se rimarrete qui, vi potrebbe accadere ben di peggio; un processo, per esempio, in seguito al quale potreste essere condannato, se non a morte, almeno alla prigionia a vita. Invece, accettando questo esilio momentaneo, carissimo fratello, non soltanto potrete sfuggire a tale pericolo, ma anche potete andare a sventolare il vessillo della fede in provincia, dove vi sar anche possibile mettere in opera il progetto da voi manifestato questa notte. Partite dunque subito, poich  probabile che gli arcieri abbiano gi ricevuto l'ordine di trarvi in arresto.
- Oh reverendo padre, che cosa mi dite mai! - balbett Gorenflot preso dal terrore. - Gli arcieri? Dunque, sono stato denunciato?
- Potrei scommetterlo. Ors, partite subito, senza indugio.
- Partire?  presto detto. Ma come far a vivere?
- Non c' nulla di pi facile, poich siete sempre il frate addetto alla questua. Di questa, fino ad ora, avete sostenuto gli altri. Ora servir a sostenere voi stesso. Ma andate, per amor di Dio! E non tornate prima che io non ve ne abbia fatto avvertire.
Ed il priore, dopo di averlo abbracciato, lo sospinse verso la porta, dove tutti i frati si erano riuniti ad attenderlo. Tutti volevano abbracciarlo. Cos, di braccia in braccia, di bacio in bacio, Gorenflot si trov sospinto verso la porta della strada, che si rinchiuse non appena egli fu uscito, a rinculoni. E l'unica cosa che pot dire, quando si trov nella via, fu:
- Che il diavolo mi porti se non sono tutti diventati pazzi! O, se non lo sono, misericordia, mio Dio! Sono io che sono impazzito!
Tuttavia, non si ferm a meditare a lungo su di una simile probabilit; la paura che gli aveva messo in corpo il priore, fu pi forte di ogni altra considerazione e fu cos che egli si decise ad avviarsi di buon passo verso la porta Bordelle. Vi giunse alle nove, e fatto qualche centinaio di passi, in campagna per mettere quanta pi distanza gli fosse stato possibile fra s e gli arcieri, sedette sul ciglio della strada, meditando con gli occhi rivolti verso la citt, da cui temeva sempre di vedere uscire un gruppo di uomini della legge, lanciati sulle sue peste.
Non era ancora trascorso un quarto d'ora, che vide comparire, un cavaliere che, diretto alla sua volta, mise piede a terra davanti ad una casa che sorgeva a non pi di cento passi dal punto in cui egli si trovava seduto. Il cavaliere buss all'uscio, questo si aperse, ed egli entr nella casa, tirandosi dietro il suo cavallo. Ma non vi rimase a lungo: dopo qualche minuto torn ad uscirne a piedi, avvolto nel suo mantello, e corse a nascondersi in una macchia d'alberi, davanti alla quale era ammucchiata una grande quantit di pietre da costruzione.
- Qui si prepara certamente un agguato - pens Gorenflot. - Se non fossi troppo sospetto agli arcieri, correrei ad avvertirli o, se fossi pi coraggioso, mi ci opporrei.
Era a questo punto delle sue meditazioni, quando l'uomo, avvedutosi di lui, si mise a passeggiare con aria indifferente fra il mucchio dei sassi e gli alberi.
- Ma - esclam in cuor suo Gorenflot, - quel portamento lo conosco! Pure no,  impossibile!
In quell'istante l'uomo si lasci cadere dietro le pietre come se le gambe gli fossero mancate sotto improvvisamente, e tre uomini, due dei quali dall'aspetto di lacch, montati su tre buone mule, le quali portavano anche dei rispettabili bagagli, comparvero sotto la porta Bordelle, venendo da Parigi. L'uomo in agguato si fece ancora pi piccolo, nella postura di un cacciatore all'apposto. La cavalcata pass senza vederlo, e lo sconosciuto rientr nella casa.
- Bene - si disse Gorenflot. - Ecco un buon mezzo per guadagnarsi la colazione, poich coloro che si mettono cos in agguato non desiderano essere visti. E questo  un segreto che io posso mettere a prezzo.
Dettosi ci, Gorenflot pass subito dal pensiero all'azione, ed and a postarsi contro il muro della casa, presso la porta. Cinque minuti dopo questa si aperse, e l'uomo torn a comparire, nuovamente a cavallo.
- Signore - disse il frate avvicinandosi a lui, - se voleste permettermi di pregare per la riuscita dei vostri progetti...
L'uomo volse il capo verso di lui.
- Gorenflot! - esclam.
- Il signor Chicot! - grid il frate tutto meravigliato.
- E dove andate, dunque, compare? - chiese il Guascone.
- Davvero che non lo so. E voi?
- Io, invece, lo so dove vado: diritto davanti a me.
- Lontano?
- Fino a che non mi fermer. Ma d, tu, compare, forse che mi stavi spiando?
- Signore Ges! - esclam il frate. - Io spiarvi? Vi ho visto, ecco tutto!
- A far che?
- Aspettavate il passaggio delle mule, nascosto dietro quei sassi.
- Tu sei pazzo, Gorenflot. Volevo assicurarmi che le pietre fossero di buona qualit, poich sono mie, e con esse voglio farmi costruire una casetta fuori di citt. Ma tu, piuttosto, che fai qui in campagna?
- Ahim, signor Chicot! Io sono proscritto! - esclam il frate con un profondo sospiro.
E, drappeggiandosi nel suo saio, Gorenflot cerc di assumere l'aria pi fiera che gli fu possibile.
- E il brutto - continu poi, -  che non ne so nemmeno la causa!
- Forse ti avranno incontrato questa notte, mentre ti davi buon tempo.
- Non scherzate, signor Chicot. Voi lo sapete benissimo quello che ho fatto, da ieri sera fino a questa mattina.
- Un momento - osserv Chicot. - Io so quello che hai fatto dalle otto alle dieci, ma non quello che hai potuto fate dalle dieci alle tre.
- Come, dalle dieci alle tre?
- Appunto: alle dieci sei uscito.
- Io?
- S tu. E quando ti ho chiesto dove andavi, mi hai risposto che ti recavi a pronunciare un discorso.
- C' del vero, in tutto ci - mormor il monaco.
- Perbacco se c' del vero! Me ne hai persino recitata una parte, del tuo sermone, che conteneva cose tanto terribili contro Enrico terzo, che non mi meraviglierei se ti processassero per quello che hai detto!
- Ah, signor Chicot, voi mi aprite gli occhi! Ora ditemi, vi parevo ben desto, quando vi parlavo?
- A dir la verit, compare, mi sembravi molto strano; ed i tuoi sguardi avevano una fissit che mi spaventava. Si sarebbe detto che fosti sveglio senza esserlo, e che parlassi pur continuando a dormire.
- Tuttavia - si ostin Gorenflot, - sono sicuro di essermi risvegliato al "Corno dell'Abbondanza", questa mattina e ci sarebbe stranissimo, se ne fossi uscito alle dieci.
- E perch? Sei tornato alle tre. Domandalo anche a Bonhomet, che ti ha aperta la porta. Ed eri orgogliosissimo del tuo discorso per il quale, a quanto mi dicesti, avevi anche ricevuti i complimenti del duca di Guisa, del cardinale e del signor de Mayenne, che Dio li conservi! - rispose Chicot, cavandosi il cappello.
- Allora tutto si spiega! Io sono sonnambulo veramente, come dubitavo da tempo.
- Quand' cos - riprese a dire il Guascone trinciando in aria un segno della croce, -  che tu sei preso da qualche maga. Vade retro Satana!
E fece fare uno scarto al suo cavallo.
- Ecco - singhiozz Gorenflot, - anche voi mi abbandonate! Non ve ne avrei mai creduto capace.
Chicot ebbe piet di lui.
- Vediamo - disse, - se c' modo di accomodare le cose. Dove ti hanno mandato in esilio?
- In nessun luogo. Mi hanno soltanto detto di viaggiare, di andare dove volessi. Oh, signor Chicot! prestatemi due scudi perch possa avviarmi!
- Far assai di pi: anch'io debbo fare un viaggio, come ti ho detto, e ti condurr con me, a condizione che ti comporti saggiamente. Denaro ne ho quanto ne occorrer, e forse pi ancora...
- E dove andremo?
- Lo saprai.
- E quando faremo colazione?
- Subito.
- Ma come viagger io? - volle sapere Gorenflot, molto inquieto.
- Nulla di pi semplice: come tu hai un ventre simile a quello di Sileno, e sei un ubriacone come lui, ti comprer un asino.
- Siete generoso come un re, signor Chicot! Comperate un asino piuttosto forte. Ed ora, dove faremo colazione?
- Qui stesso. Se sai leggere, ti avvedrai che siamo arrivati ad un'osteria. Per non perder tempo, mettiti a tavola. Frattanto, io che ho gi mangiato, andr a procurarti l'asino.
Quando Chicot fu di ritorno conducendo un bell'asino, alto e robusto, Gorenflot, che terminava appena di riempirsi lo stomaco, ne fu entusiasmato, tanto che salt al collo dell'animale, che si mise a ragliare.
- Che bella voce! - esclam il frate. - Canteremo assieme qualche volta. Grazie, signor Chicot. Grazie! Lo chiamer Panurgo.
- Benissimo. Ma non attardiamoci pi. Su in sella, ora che hai mangiato, e partiamo. Quando arriveremo a Melun faremo una merenda coi fiocchi.
Gorenflot, con l'aiuto di una seggiola riusc a salire sul basto, e Chicot d'un balzo si trov in sella. Poi si misero in viaggio al piccolo trotto.
La prima tappa fu di quattro leghe, dopo di che Chicot concesse all'asino ed al frate un poco di riposo. Ma, durante quella prima parte del viaggio, aveva compreso come non potesse pretendere, dalle forze combinate dell'asino e di Gorenflot, di compiere pi di dieci leghe al giorno.
-  troppo poco - si disse scuotendo il capo. - Bisognerebbe che riuscissero a farne almeno quindici, se il frate non vuole restare indietro.
E tocc col gomito Gorenflot che, sdraiato sulla proda della strada, si era messo a dormire.
- Su, partiamo! Partiamo! Cos si va troppo adagio, mentre io debbo camminare assai pi in fretta. Invece di far merenda a Melun, ceneremo a Montereau.
Il frate si mise a sedere sull'erba con un gemito.
- Del resto - continu il Guascone, - se vuoi restare indietro, compare, e viaggiare a modo tuo, sei padronissimo di farlo.
- No, no! - si affrett a protestare il frate, spaventato all'idea di dover restare solo. - Vi amo troppo, signor Chicot, per abbandonarvi.
- Allora in sella, compare, in sella!
Chicot prese il gran trotto, e l'asino si mise dietro ragliando, mentre Gorenflot passava qualche minuto terribile, prima di sentirsi ben sicuro sul suo basto.
Tratto tratto, il buffone si rizzava sulle staffe per esplorare la strada davanti a s ma, non scorgendo ci che cercava, aumentava ancora di velocit.
- Ma si pu sapere che diavolo mai cercate? - gli chiese chiese il frate, preoccupato di quel passo che gli sembrava troppo rapido.
- Niente, cerco - rispose Chicot. - Guardo soltanto dove andiamo.
- Ma se andiamo a Melun! Lo avete detto voi!
- No, non ci andiamo, e al galoppo! Al galoppo!
- E voi lo chiamate un viaggio di piacere, questo! - gemette il frate. - Io non mi ci diverto affatto, e Panurgo assai meno di me.
- Allora, addio, compare - disse Chicot, spronando ancora il suo cavallo.
- Oh! - mormor Gorenflot. - Finir col morire di strapazzo. E quando penso che tutto ci mi accade perch sono sonnambulo!
Ad un tratto Chicot, giunto sulla cima di una salita, si arrest bruscamente, ma Gorenflot, cui non fu possibile di arrestare il suo asino cos di botto, continu per qualche passo ancora.
- Su, fermati, dunque, corpo di un bue! - gli grid dietro Chicot.
Con molti sforzi, il monaco riusc finalmente ad arrestare l'asino ma, come lo ebbe fatto voltare indietro per raggiungere il Guascone, vide che questi si era nascosto dietro una roccia, di dove continuava a sbracciarsi per fargli cenno di tornare.
Da questa precauzione, il frate comprese come ci fosse sotto qualche cosa: fiss dunque gli sguardi nella direzione in cui erano avviati prima, e a cinquecento passi di distanza riconobbe i tre uomini e le tre mule che aveva scorte, il mattino stesso, uscire dalla porta Bordelle.
Chicot attese che essi si fossero allontanati, e usc dal suo nascondiglio.
- Ebbene - borbott Gorenflot che incominciava a perdere la pazienza, - spiegatemi un poco, caro signor Chicot, che cosa significa tutto questo.
- Caro amico, volevo soltanto sapere se il tuo asino  di buona razza, e se non ero stato imbrogliato nel prezzo. Ed ora che l'esperienza  fatta, son contento.
Il frate non si lasci ingannare da quelle parole, ma per prudenza non volle chiedere altro e si accontent di lagnarsi d'essere molto stanco e di avere fame.
- Anch'io - rispose Chicot battendogli sulla spalla. - Cos, alla prima osteria che incontreremo, ci faremo servire un grande arrosto di maiale, un paio di polli in fricassea, e un gran vaso di vino. - E come gli parve che Gorenflot dubitasse, soggiunse: - Te lo prometto, compare!
Il tanto desiderato albergo non tard molto a comparire ai loro occhi e sorgeva fra Corbeil e Melun. Ma, con grande sorpresa del frate, Chicot, invece di andar diritto alla porta, fece fare al suo cavallo e a Panurgo un gran giro per passar dietro alla casa. Tuttavia, presto s'accorse del perch di quella manovra: le mule dei tre viaggiatori erano ferme davanti all'uscio.
Cos, almeno per quel giorno, le tribolazioni di Gorenflot parvero terminare poich, fatti ancora un tre quarti di lega, Chicot dette ordine di fermarsi ad un altro albergo, rivale di quello cui s'erano arrestati i tre viaggiatori. Qui si fece dare una stanza che guardava sulla strada, e ordin il pranzo che doveva essergli servito in camera. Tuttavia, si vedeva come il mangiare non fosse ci che lo preoccupava di pi, poich si limit ad inghiottire solo pochi bocconi, non perdendo di vista la strada. Cos giunsero le dieci, e come a quell'ora non aveva ancora visto nulla, tolse l'assedio, ordinando che il suo cavallo e l'asino del frate fossero pronti all'alba, dopo di aver ricevuta doppia razione di biada.
- All'alba! - sospir Gorenflot.
- Perbacco! Tu dovresti averla l'abitudine di alzarti a quelle ore!
- No. Avevo l'esenzione del superiore.
Al mattino del giorno seguente, se Gorenflot non avesse dormito cos sodo, avrebbe visto Chicot, il quale aveva riposato nella stessa stanza, alzarsi e mettersi in osservazione dietro alla finestra ben prima ancora che l'alba fosse spuntata.
Ma non vi rimase a lungo poich, per quanto sapesse che la tendina lo rendeva quasi invisibile, pochi minuti dopo fece un passo indietro, ed il frate, se fosse stato sveglio, avrebbe sentito scalpitare sul terreno le zampe delle tre mule.
Chicot scosse Gorenflot per un braccio.
- S - disse. - Vestiamoci e partiamo.
- Ma, e la colazione?
- La troveremo a Montereau. Svelto, dunque. Io discendo a pagare lo scotto, e se, fra cinque minuti non sarai pronto, partir senza di te.
Un frate non ci mette mai molto a vestirsi, tuttavia Gorenflot ci impieg ben sei minuti e, quando scese vide che Chicot si era gi messo in viaggio. Inforc dunque Panurgo e, spintolo al galoppo, in pochi minuti fu accanto al Guascone, dritto sulle staffe ad esplorare l'orizzonte. Fece, allora, altrettanto, e vide lontano i tre cavalieri che scomparivano, con le loro mule, dietro una collinetta. Trasse un sospiro, poich pens subito che quell'influenza straniera sul loro viaggio gli avrebbe impedito di far colazione a Montereau. Ma, invece, quella volta Chicot mantenne la sua promessa e si fermarono in quella localit.
Quel giorno e l'altro che lo segu, non furono molto diversi fra di loro. Ma, verso il mezzogiorno del secondo, Chicot incominci a perdere il suo buonumore. Quella sera non mangi quasi, e non dorm per tutta la notte. All'alba seguente erano gi in sella, galoppando con tanta frenesia che, verso mezzod tanto l'asino quanto il cavallo parevano sfiniti.
Tuttavia, al ponte di Villeneuve-le-Roi, Chicot pot ottenere, dal guardiano incaricato di riscuotere il pedaggio, una notizia che lo mise di buonumore: la sera prima, alle sette, un gentiluomo e due lacch, montati su mule, erano passati di l.
- Ieri sera alle sette - mormor. - Vuol dire che hanno dodici ore di precedenza su di noi. Su, coraggio, coraggio, dunque!
- Sentite, signor Chicot - protest il frate, - del coraggio per me ne ho, ma n Panurgo, n il vostro cavallo hanno ancora forze sufficienti.
Chicot diede un'occhiata ai due animali, e si avvide che il frate aveva ragione.
- Su, fratello - gli disse, - qui bisogna prendere una grande decisione e separarci, poich tu cammini troppo lentamente.
- Ma che cosa debbo fare, di pi? - chiese Gorenflot disperato. - Questa mattina vi ho seguito per cinque buone ore al gran galoppo!
- Non basta.
- E come fare, con delle cavalcature cos sfinite?
- Compreremo delle mule.
- E vada anche per le mule! - si rassegn Gorenflot.
- Bene. Raccomanda Baiardo e Panurgo alle cure dell'albergatore, mentre io vado ad acquistare le mule.
Infatti, poco dopo Chicot torn con due mule sulle quali, quel giorno fecero venti leghe, di modo che, a sera, Chicot ebbe la gioia di ritrovare le tre mule alla porta di un maniscalco. Tuttavia, cos spoglie dei loro arnesi, le belle bestie parevano irriconoscibili, e per di pi, un mercante di cavalli e due frati francescani parevano esaminarle con cura, come se fossero state in vendita.
- Va a vedere, Gorenflot. Fra voi altri religiosi - disse, - non esistono segreti, e se saprai interrogare quella gente con un po' d'astuzia, saprai di dove vengano quelle mule, il loro prezzo, e quello che  accaduto ai loro proprietari.
Gorenflot si allontan al gran trotto, per tornare dopo un istante.
- Ecco; dunque - disse. - Ci troviamo sulla strada di Lione, il proprietario delle bestie, quello che sembrava un gentiluomo, ha presa la strada di Avignone, che passa per Chteau-Chinon e Prives, assieme ad uno dei due lacch, mentre l'altro ha proseguito solo, per Lione.
- Benone! Chiss, per, perch vada ad Avignone. Credevo che si recasse a Roma...
- Io lo so - disse con tono trionfale Gorenflot. - Va ad Avignone perch S. S. Gregorio terzo ha mandato in quella citt un suo legato con pieni poteri.
- E quanto vuole il maniscalco di quelle mule?
- Quindici pistole ciascuna. Gli altri hanno continuato il viaggio su certi cavalli acquistati da un capitano di cavalleggeri qui per la rimonta.
- Sei davvero un uomo prezioso! - esclam Chicot rivolto a Gorenflot che, a quel complimento, si fece tronfio. - Ora, prendi le nostre due mule e valle a vendere per venti pistole ai francescani che, in fondo, ti dovrebbero un poco di precedenza.
- E me la daranno, altrimenti far rapporto al loro superiore. Ma come faremo a continuare il viaggio?
- A cavallo, caspita! A cavallo!
Il frate si avvicin ai francescani tirandosi dietro le due mule, e Chicot mosse verso la piazza principale del borgo dove, all'albergo del "Gallo Ardito", trov il capitano che si stava vuotando una bottiglia di vino d'Auxerre. In un attimo il Guascone gli compr due cavalli che pot ottenere al modico prezzo di trentacinque pistole per tutti e due, poich l'ufficiale li segn senz'altro come "morti per via". Aveva appena terminato di stringere quel contratto, che Gorenflot comparve, portando in testa le due selle delle mule e le loro briglie sul braccio.
- Ecco il denaro - disse. - Venti pistole.
E fece suonare la tasca piena di moneta di vario conio.
- Su, partiamo! - ordin Chicot, impaziente di mettersi in viaggio.
- Ma io ho sete - osserv il frate.
- Ebbene, mentre io seller i nostri cavalli, tu potrai bere una bottiglia. Ma non di pi.
Gorenflot trov il modo di berne due, poi torn per rendere il resto del denaro al buffone che, per un istante, pens di lasciarglielo, ma riflettendo poi che, il giorno in cui il monaco avesse posseduto due scudi, egli non ne sarebbe pi stato padrone, lo accett di ritorno.
Da quel momento viaggiarono cos bene, che all'indomani a sera, poco prima di Chlons, Chicot riconobbe mastro Nicolas David, sempre in abiti di lacch, e non lo perse pi di vista fino a Lione, di cui varcarono le porte verso il crepuscolo dell'ottavo giorno dalla loro partenza da Parigi.
Era, all'incirca, lo stesso momento in cui Bussy, Saint-Luc e sua moglie giungevano al castello di Mridor.

 CAPITOLO 10.
QUELLO CHE ACCADDE A LIONE.
Mastro Nicolas David, sempre travestito da lacch, si diresse verso piazza des Terraux, per alloggiare nel migliore albergo della citt, che era quello del "Cigno della Croce".
Chicot attese alquanto. Se fosse tornato ad uscire, ci avrebbe indicato che non aveva trovato alloggio ma, non vedendolo ricomparire, disse a Gorenflot:
- Entra l dentro, e fatti dare una stanza, dicendo che aspetti tuo fratello! Infatti, mi attenderai sulla soglia. Io vado a passeggiare, e torner a notte fatta. Cos, conoscendo gi la casa, potrai condurmi nella nostra stanza, senza che io abbia ad imbattermi in anima viva. Hai capito?
- Perfettamente.
- E cerca, possibilmente, d'avere una camera vicina a quella del viaggiatore arrivato adesso. Per di pi, che abbia la finestra sulla strada, di modo che io possa vedere chi entra e chi esce. Soprattutto, non dire il mio nome a nessuno, e prometti mucchi d'oro al cuoco.
Gorenflot seppe compiere quella commissione in modo meraviglioso, tanto da riuscire a farsi assegnare la camera contigua a quella occupata da mastro David, dalla quale non era separata che da una sottile tramezza di legno imbiancato a calce, e facilissima da forare.
- Bravo, Gorenflot! - disse Chicot, approvando quanto il frate aveva fatto. - Per questa sera ti far preparare una cena coi fiocchi, accompagnata da un certo vino di Spagna, famosissimo. Ora, fammi chiamare l'oste, perch debbo parlare con lui.
Ma costui lo preg di pazientare alquanto, poich stava gi chiacchierando con un viaggiatore che, essendo giunto prima di lui, aveva diritto di priorit. Chicot comprese subito chi fosse questo viaggiatore.
- Chiss che cosa avranno da dirsi! - mormor Gorenflot.
- Mah! Qualcosa di molto importante, se un uomo pieno d'arie come il nostro albergatore acconsente a chiacchierare con un lacch.
- Ha cambiato d'abiti - osserv il frate. - Ora  tutto vestito di nero.
- Allora anche l'oste fa parte del complotto. Va a fare una passeggiata in citt, aspettando l'ora della cena, ed eccoti uno scudo per bagnarti il becco.
Gorenflot accett lo scudo con riconoscenza ed usc. Non appena egli fu fuori, Chicot, con un trivello, pratic un foro nella tramezza. Da quello, appoggiandovi l'orecchio, poteva udire quello che i due si dicevano e, mettendovi l'occhio, vedere distintamente l'albergatore. David, a quanto il Guascone pot comprendere, stava vantando la sua fedelt al re, parlando anche di una certa missione che, secondo lui, gli era stata affidata dal signor di Morvilliers.
L'oste lo ascoltava rispettosamente, ma con evidente indifferenza, poich gli rispondeva assai di rado. Anzi, al buffone, parve di sentire nelle sue parole una ben marcata ironia, quando accennava al re.
- Ah.! Ah! - fece tra s e s. - Che sia Leghista? Ma lo sapr presto.
E attese che l'albergatore venisse a fargli visita.
Finalmente l'uscio si apr, e l'oste comparve sulla soglia col berretto in mano,  vero, ma con stampato sul viso quello stesso sorriso sarcastico che gi Chicot aveva notato.
- Sedetevi, per favore - disse all'albergatore. - Prima di accomodarmi definitivamente con voi, intendo raccontarvi la mia storia, se non vi spiace.
L'oste parve sfavorevolmente impressionato da quell'esordio, e fece cenno di voler restare in piedi.
- Come volete - continu Chicot. - Ecco, dunque, ci che avevo da dirvi: voi mi avete visto giungere qui con un frate, no? Ebbene, sappiate che quel frate  un proscritto.
- Ma - obiett l'oste, - non si tratter mica di qualche ugonotto travestito, spero?
Chicot prese un'aria di dignit offesa.
- Ugonotto? - esclam con disgusto. - Egli  mio parente, ed io non ho parenti ugonotti! Andiamo, non dovreste nemmeno pensarle, certe enormit!
- Per, signore, ci  gi accaduto.
- Mai nella mia famiglia, signor albergatore! Questo frate, anzi,  il pi accanito nemico di quella gente, ed  perci che  caduto in disgrazia presso Enrico terzo che, come voi sapete, la protegge.
L'albergatore incominciava ad interessarsi enormemente ai casi di Gorenflot. Si pose un dito sulle labbra e sussurr:
- Silenzio!
- Perch? Avete forse dato alloggio a qualcuno del re?
- Lo temo - rispose l'oste. - L, nella stanza accanto, c' un viaggiatore...
- In questo caso - continu Chicot, - ce ne partiremo subito, il mio parente ed io, perch, come proscritto,  troppo minacciato. Abbiamo ancora due o tre indirizzi, fornitici da un albergatore nostro amico, mastro La Hurire...
- La Hurire! Conoscete dunque La Hurire?
- Perbacco!  lui che mi ha dato il vostro indirizzo, dicendo che il mio parente, qui, si sarebbe trovato al sicuro. Vedete,  che egli ha commesso l'imprudenza di predicare contro gli ugonotti, ottenendo un successo folle, cosa che ha fatto diventar furioso il re, il quale ha dato ordine di arrestarlo. E allora io l'ho rapito, anche dietro consiglio del nostro duca di Guisa.
- Allora - lo interruppe l'oste, - se siete uno degli amici del duca, conoscete questo?
E gli fece, con la mano, il segno di riconoscimento dei Leghisti.
Chicot, durante quella famosa notte trascorsa al convento, aveva notato non soltanto quel segno, ma anche quello con cui bisognava rispondere.
- E come no? - esclam. - E voi, conoscete quest'altro?
E fece, a sua volta, il segno di risposta.
- Quand' cos - disse l'albergatore col pi completo abbandono, - siete a casa vostra. Consideratemi quale un amico, poich io vi considero come un fratello, e se, caso mai, aveste bisogno di denaro...
Per tutta risposta, Chicot trasse di tasca la sua borsa ancora abbastanza ben guernita, e la sua vista parve assai gradita all'oste, il quale comprese come non si fosse atteso da lui nessun sacrificio pecuniario.
- Per maggior vostra tranquillit - continu Chicot, - vi dir che viaggiando noi per propaganda, le nostre spese sono pagate dalla Santa Unione. Volete, dunque, indicarci un albergo dove non abbiamo nulla da temere?
- Qui sarete al sicuro, signore. E se vedessi commettere da parte di quell'uomo - e l'oste accenn verso la stanza attigua - un bench minimo atto di spionaggio, lo scaccer. Parola di Bernouillet.
- Vi chiamete Bernouillet?
- S, signore. Dite una sola parola, e lo metter alla porta.
- E perch? - chiese Chicot. - Lasciatelo qui:  sempre meglio avere i propri nemici vicini, perch almeno si possono sorvegliare. Ma, piuttosto, perch lo credete nostro nemico?
- Perch  arrivato in vesti di lacch, poi ha indossata una specie di tenuta d'avvocato. Ora, egli  avvocato quanto prima era lacch, dal momento che ho scorto, sotto al suo mantello, la punta di una larga spada. Inoltre, ha parlato del re come nessuno ne parla, e si  anche vantato d'aver ricevuto un incarico dal signor di Morvilliers.
In quella, Gorenflot comparve sull'uscio, e la conversazione venne troncata.
La cantina dell'albergo era tanto ben fornita che il frate si ubriac i tre giorni seguenti, durante i quali Chicot non usc un momento dalla stanza, senza cessare di tener d'occhio Nicolas David, al quale l'oste si divertiva a fare mille dispetti.
Ma, almeno in apparenza, l'avvocato non se ne curava. Per nulla al mondo avrebbe voluto lasciare quell'albergo dove era in attesa di Pierre di Gondy, inviato dei Guisa, e si accontentava, una volta uscito l'albergatore, di abbandonarsi ad una mimica furiosa, che divertiva enormemente Chicot. Un giorno, giunse persino a dire:
- Aspetta ancora cinque o sei giorni, birbante, e me la pagherai!
Ma, come si avvicinava questo sesto giorno, tutto ad un tratto Nicolas David si ammal.
L'albergatore, vedendo ci, volle insistere per fargli lasciare l'albergo fin che era ancora in condizione di camminare, ma David chiese di attendere fino al giorno seguente, poich era sicuro che si trattasse soltanto di un malore passeggero. Invece, all'indomani, era aggravato.
Fu l'oste stesso che, con grandi segni di giubilo, ne dette la notizia a Chicot.
- Ha una febbre spaventosa, che lo fa ballare sul letto. Ma lo strano  che, con tutto quel male, ha sempre fame, e batte i miei servitori. I medici non ne capiscono niente. Voleva persino strangolare anche me. E poi grida di stare aspettando l'arrivo di uno che deve arrivare da Avignone, perch lo deve vedere prima di morire.
- Ah! Cos, parla di Avignone? - fece Chicot.
- Ad ogni istante.
- Ebbene, vi parr strano, ma anch'io vorrei che non morisse prima dell'arrivo di quell'uomo, poich a quanto credo, costui verrebbe qui per confessarlo.
Finalmente, il giorno in cui David avrebbe dovuto liberare l'albergo della sua presenza giunse, o parve giungere. Bernouillet piomb tutto ilare nella stanza di Chicot, urlando:
- Finalmente creper! L'uomo che egli attendeva  giunto:  uno piccolino, sottile, e di colorito roseo.
-  proprio lui! - esclam involontariamente Chicot.
- Vedo che lo conoscete davvero. Il nuovo arrivato, ha insistito nel modo pi assoluto di vedere il moribondo, cosicch l'ho dovuto accompagnare nella sua stanza. Una volta l, mi mand via, dicendo di dover confessarlo.
A Chicot balen un'idea luminosa per sbarazzarsi dell'oste al quale non voleva far sapere di stare spiando il suo vicino.
- E perch non andate ad ascoltare all'uscio quello che dicono? - chiese.
- T, avete ragione! - esclam Bernouillet, slanciandosi fuori.
Cos, Chicot pot correre al suo posto d'osservazione.
Pierre di Gondy, infatti, era seduto accanto al letto dell'ammalato, ma entrambi parlavano cos a bassa voce che il Guascone non poteva udire nulla. Del resto, anche se avesse potuto sentire, non ne avrebbe cavato un gran che, perch cinque minuti dopo Pierre di Gondy si lev e usc.
Chicot corse subito alla finestra, e lo vide avviarsi per la via che conduceva a Parigi.
- Perdio! - esclam. - Purch non porti con s quella dannata genealogia secondo la quale i Guisa, quali discendenti diretti di Carlomagno avrebbero diritto di regnare sulla Francia! In tutti i casi, lo raggiunger, dovessi anche far scoppiare dieci cavalli. Tuttavia, sar bene che veda, prima, quel diavolo d'avvocato.
Pose l'occhio al foro, e vide che mastro David, ora che l'inviato era partito, sceso dal letto, camminava a lunghi passi per la sua stanza, come se fosse improvvisamente guarito della sua gravissima malattia.
Era giunto il momento d'agire e, snudando la spada, comparve, pallido e grave, sulla soglia della stanza dell'avvocato.
Questi, riconoscendo il suo nemico mortale, non pot reprimere un gesto di terrore.
- Ah! ah! Caro signor David. - fece Chicot. - Siete dunque proprio voi?
- S - balbett David. - S, sono io.
- Ho molto piacere d'avervi incontrato - riprese il Guascone. - Ora vedrete ci che vuol dire aver da fare con un gentiluomo.
David tent una risata sarcastica.
- S, un gentiluomo! - ribatt Chicot. - E che vi far vedere se  di buona razza, o no.
Chiuse la porta dietro di s, e con la massima calma vi pose il catenaccio.
Tosto David, che si era, il primo momento, trovato alquanto smarrito, si riprese, tanto pi che sapeva di poter fare assegnamento sulla sua ben nota perizia nel maneggio delle armi. Cos, quando il Guascone si volse, dopo di aver terminato di tirare il catenaccio, lo vide appoggiato al letto, col sorriso sulle labbra, e la spada sguainata in mano. Siccome egli non era del tutto vestito, Chicot volle essere cavalleresco fino all'ultimo.
- Vestitevi, signore - gli disse. - Ve ne dar tutto il tempo, poich non voglio avere nessun vantaggio su di voi. So che maneggiate la spada alla perfezione, ma ci non importa.
David si mise a ridere.
- Lo scherzo  bello - disse.
- Almeno, mi sembra tale - ribatt Chicot. - Ma voi non la penserete pi cos fra breve. Sapete che cosa sono venuto a cercare, qui?
- Il resto delle frustate che vi dovevo dare in nome del duca de Mayenne...
- No, signore. Ne ricordo il conto, e potete star tranquillo che sapr renderle a chi me le ha fatte somministrare. Quello che voglio,  una certa genealogia che il signor Pierre di Gondy, senza sapere di che si trattasse, vi ha portata da Avignone.
David impallid.
- Che genealogia? - chiese.
- Quella secondo cui i duchi di Guisa discendono in linea retta da Carlomagno.
- Ah! - fece David. - Siete dunque anche una spia! Io vi credevo solamente buffone.
- Sar tutte e due le cose assieme, se lo volete: spia per farvi impiccare, e buffone per riderne.
- Impiccare?
- Certamente. Come, non siete gentiluomo, non avrete gi la pretesa d'esser decapitato.
- E come ci riuscirete?
- Ah, caro signor David! Mi baster raccontare la storia del conciliabolo di Santa Genoveffa, al quale ho assistito da un confessionale situato esattamente in faccia a quello dove vi nascondevate voi.
- E se io non ve la volessi dare?
- In tal caso, parola di gentiluomo, vi ucciderei.
Chicot non aveva terminato di dire quelle parole, che David, con una risata selvaggia, si slanci su di lui. Chicot lo attese con la spada in pugno.
I due avversari erano, all'incirca, della stessa statura e, per quanto David fosse reputato un temibilissimo avversario per la sua abilit nel maneggio delle armi, Chicot, che negli ultimi tempi aveva fatto esercizi quotidiani di scherma col re, poteva tenergli testa benissimo. E David se ne accorse subito, incontrando sempre il ferro dell'avversario, ogni volta che tentava un attacco. Cos, fece un passo indietro.
- Ah! Ah! - fece Chicot. - Adesso cominciate ad accorgervene, no? Ebbene, ancora una volta vi ripeto: datemi quella carta.
Per tutta risposa David torn a gettarsi su di lui, ma inutilmente, e per la seconda volta, dopo qualche minuto, l'avvocato dovette fare un passo indietro.
- Ora tocca a me - disse Chicot. - Vi insegner il famoso colpo del re.
E fece un passo avanti.
Come camminava, David attacc per fermarlo, ma Chicot par l'attacco, leg il ferro dell'avversario, e termin per piantare fulmineamente la sua spada nella gola di mastro Nicolas. Pi di met della lama attravers il suo collo.
David cadde ai piedi di Chicot, il quale, per quanto sapesse di averlo ferito in modo gravissimo, fece un passo indietro. La belva, talvolta, anche morente, trova forze sufficienti per lanciarsi un'ultima volta sul nemico.
Ma David, invece di tentare di vendicarsi, sembrava volesse, spinto da un istinto naturale, trascinarsi verso il letto.
- Ah! - disse Chicot. - Ti credevo pi furbo. Sei tu stesso che mi mostri dove avevi nascosta quella carta.
E, mentre il suo avversario si torceva ancora nelle convulsioni dell'agonia, il Guascone, sollevato il materasso, trov sotto l'origliere un piccolo rotolo di pergamena che David, non sapendo da quale catastrofe fosse minacciato, non aveva pensato di nascondere meglio. E, al momento stesso in cui egli svolgeva quel rotolo per assicurarsi che fosse proprio quello che cercava, David, fatto un ultimo, rabbioso tentativo per sollevarsi, ricadeva a terra, esalando l'ultimo respiro.
Chicot, trionfante, torn ad arrotolare il documento e se lo nascose in petto, poi, sollevando il corpo dell'avvocato, lo rimise sul letto, col viso rivolto verso la parete, e chiam Gorenflot.
- Svelto, - gli disse, - partiamo!
Scese le scale, fece scivolare dieci scudi d'oro nella mano dell'albergatore, e trasse i due cavalli dalla stalla.
L'oste, salito nella camera di David, poco dopo la partenza del frate e del buffone, trov il cadavere dell'avvocato sul letto, come ve lo aveva messo Chicot.
- Cos muoiono tutti i nemici della nostra santa religione! - disse segnandosi.
Questi fatti accadevano, all'incirca, nello stesso momento in cui Bussy gettava Diana di Mridor fra le braccia del vecchio barone che la credeva morta.

 CAPITOLO 11.
BUSSY CHIEDE GIUSTIZIA.
Mentre questi avvenimenti si svolgevano, era scorso quasi tutto aprile.
La grande cattedrale di Chartres era tutta parata di bianco, mentre ciascuna delle sue colonne era addobbata con ricchi fogliami, una vera rarit, a quella stagione.
Il re, che era venuto in pellegrinaggio per implorare la grazia di un erede, si teneva a piedi nudi nel centro della navata, tutto triste perch il suo fedele Chicot lo aveva ormai abbandonato da tanti giorni, quando una viva emozione si manifest fra tutti gli astanti: un cavaliere, il cui cavallo, tutto fumante e bianco di schiuma era rimasto alla porta della cattedrale, fendeva quella piccola folla di cortigiani, noncurante dell'effetto che facevano i suoi abiti ed i suoi stivali, coperti di fango, per andare ad inginocchiarsi al fianco del duca d'Anjou, pi assorto nelle sue meditazioni che non nella preghiera. Sentendo per la presenza del nuovo venuto, volse il capo, e a voce bassa, piena di meraviglia, esclam:
- Bussy!
- Buon giorno, monsignore.
- Ma sei dunque pazzo, a lasciare il posto dove eri, qualsiasi esso fosse, per venir qui?
-  che, monsignore, debbo parlarvi subito.
- Allora, abbi un po' di pazienza. Alla fine della funzione vieni dove sono alloggiato, poich suppongo che tu abbia delle cose importantissime da dirmi.
- Infatti, monsignore, ho scoperto certe verit di cui voi non dubitate nemmeno l'esistenza.
Il duca guard Bussy con meraviglia.
-  come io vi assicuro - insistette questi.
- Attendi che abbia potuto salutare il re, e sar tutto a tua disposizione.
Francesco d'Anjou and a prendere congedo da suo fratello e, affrettandosi a tornare verso Busy, lo condusse all'albergo dove era sceso, chiudendosi con lui in una delle stanze dell'alloggio che gli era stato riservato.
- Ed ora siedi - gli disse, - e raccontami la tua avventura. Lo sai che ti credevo gi morto?
- Non stento a prestarvi fede, monsignore.
- E lo sai che, molti, a corte, hanno respirato assai pi liberamente, dopo la tua scomparsa? Ma non si tratta di ci. Dimmi la verit, ti eri lanciato sulle peste di qualche bella sconosciuta, o mi sbaglio? Chi  questa donna, e che c'entro, io, in tutto questo affare?
- C'entrate, monsignore, poich dovrete raccogliere quello che avete seminato, vale a dire molta vergogna.
- Come sarebbe a dire? - chiese il duca, aggrottando il cipiglio.
- Vostra Altezza ha compreso bene - rispose freddamente Bussy.
- Spiegatevi, signore, e lasciate egli indovinelli a Chicot.
- Oh, nulla di pi facile: e mi accontenter di pregarvi di ricordare. Ho parlato con quella donna che monsignore credeva, a buon diritto, morta e forse sperava che lo fosse davvero.
Il duca impallid, soprattutto per la rude franchezza di quelle parole.
- Ebbene, monsignore - continu allora Bussy, - quella fanciulla  sfuggita al martirio, ma per cadere in una disgrazia ben pi grande della morte stessa. Un uomo, Altezza, le ha salvata la vita, ma per farsi pagare cos caro il suo servizio da far rimpiangere che lo abbia reso.
- Ma che  mai successo? Parla, dunque!
- Ecco, monsignore: madamigella di Mridor, per sfuggire alle braccia del duca d'Anjou, s' gettata fra quelle di un uomo che odia. Oggi ella si chiama signora di Monsoreau!
L'ira fece affluire il sangue con tanta violenza al viso del duca, da parere che gli volesse schizzare dagli occhi.
- Sangue e dannazione! - esclam. -  mai possibile?
- Dal momento che ve lo assicuro io!
- E tu, che avresti fatto, al suo posto?
- Vi avrei avvertito che il vostro onore era in pericolo.
- Un momento, Bussy - disse il principe, ridivenuto calmo. - Ascoltatemi, caro amico, e credete che, narrandovi i fatti, non lo faccio per giustificarmi. Io avevo, s, l'intenzione di farmi amare dalla signorina di Mridor, ma senza impiegare, in alcun caso, la violenza. Ma il signor di Monsoreau ha combattuto queste mie intenzioni fino all'ultimo momento con tutta la logica di cui era capace.
- Come, monsignore? Quest'uomo vi ha spinto a disonorare Diana?
- S, con i suoi consigli e con le sue lettere. Attendi un momento, e vedrai.
Il duca corse ad una piccola cassa, sempre custodita da un paggio nel suo gabinetto da lavoro, e ne trasse un foglio che porse a Bussy, il quale, presolo con mano tremante, lesse:
"Monsignore,
"Che Vostra Altezza si rassicuri: il colpo di mano sar fatto senza rischio alcuno, poich la giovane parte questa sera per andare a passare otto giorni al castello di Lude, da sua zia. Io mi incarico di tutto, e Vostra Altezza pu restar tranquilla. In quanto agli scrupoli della damigella, questi scompariranno non appena ella si trover alla vostra presenza. Frattanto, io agir: questa notte ella sar gi al castello di Beaug.
"Il rispettoso servitore di Vostra Altezza
"Bryant di Monsoreau".
- Ebbene, che ne dici, Bussy? - chiese il principe.
- Dico che siete servito bene, monsignore.
- Vuoi dire che sono tradito! Il miserabile! Farmi credere nella morte di una donna! Che faresti, tu, al mio posto? Dimmelo. E dimmi che ha fatto, lui!
- Ha fatto credere al padre della giovane che il rapitore eravate stato voi, e ha offerto il suo appoggio alla fanciulla, presentandosi a Beaug con una lettera del barone di Mridor. Poi, rapita la prigioniera una seconda volta, e chiudendola nella casa che voi conoscete,  riuscito a costringerla, terrorizzandola continuamente, a diventare sua moglie.
- E non  forse un infame tradimento? - grid il duca. - Ah, Bussy. Vedrai come mi sapr vendicare!
- I principi non si vendicano, Monsignore: castigano. Voi punirete l'infamia di questo Monsoreau rendendo la libert alla contessa il cui consenso  stato ottenuto con la forza. Quindi, il matrimonio  nullo. Fatelo annullare, e agirete da degno gentiluomo e da nobile principe.
- Ah! Ah! - fece il duca, sempre sospettoso. - Quanto calore! Si direbbe che ci sei anche tu interessato, Bussy!
- Io? Affatto! Ma voglio, monsignore, che non si possa dire che Luigi di Clermont, conte di Bussy, serve un principe perfido e un uomo senza onore.
- Ebbene, vedrai quello che far. Ma come fare a disciogliere questo matrimonio?
- Nulla di pi facile. Basta fare agire il barone di Mridor, che ora si trova a Parigi, presso sua figlia. Parlategli, monsignore, e ditegli che pu contare su di voi, e che, invece di un nemico, pu contare, nella vostra persona come su di un protettore.
- , nel suo paese, molto potente, e dicono pure che gode molta influenza in tutta la sua provincia.
- S, monsignore. Ma in lui ora dovete vedere soltanto il padre reso infelice dall'infelicit di sua figlia.
- Va bene: lo ricever non appena torner a Parigi.
- E quando potr rivedervi, monsignore?
- Domattina al Louvre, verso mezzogiorno, al levarsi del re.
- Non mancher, monsignore. Addio.
Bussy non perse un istante e, pochi minuti dopo essersi congedato dal duca, galoppava gi sulla strada che conduceva a Parigi.
Al mattino seguente, quando, alle undici, in tutto il Louvre non si udiva un rumore, poich bisognava lasciar riposare il re, stanco del suo pellegrinaggio, due uomini, giunti da strade opposte, giunsero davanti al portone del palazzo reale, dove si fermarono faccia a faccia.
- Signor di Chicot! - esclam il pi giovane dei due, salutando con cortesia. - Come state?
- Toh,  il signor di Bussy! Io sto benone, signore, - rispose Chicot con una disinvoltura e una cortesia che dimostravano il gentiluomo.
- Venite per il levarsi da letto del re, signore? - chiese Bussy.
- E voi anche, no?
- No. Io vengo a presentare i miei omaggi al duca d'Anjou. Voi sapete, caro signor di Chicot - soggiunse poi Bussy sorridendo, - che io non ho la fortuna di potermi calcolare fra i favoriti del re.
- Questo  una cosa di cui bisogna rimproverare il re, e non voi, signore!
Bussy s'inchin come per ringraziare. Poi chiese:
- Arrivate di lontano? Vi si diceva in viaggio.
- S, signore. Ero assente per una partita di caccia. Ma anche voi eravate fuori, no?
- Infatti, ho compiuto un viaggetto in provincia. Ed ora, caro signore, vorreste essere tanto cortese da rendermi un servizio?
- Perbacco! Il signor di Bussy mi far sempre un grande onore - rispose Chicot, - rivolgendosi a me quando avr bisogno di qualcosa.
- Ebbene: dal momento che voi, da quel privilegiato che siete, potete entrare nel Louvre, mentre a me toccher di rimanere in anticamera, volete fare avvertire il duca d'Anjou che sono qui ad attenderlo?
- Il signor duca d'Anjou assister, senza dubbio, alla toeletta del re. Perch non entrate con me, signore?
- Temo il cipiglio del re.
- Non importa. Del resto - lo rassicur Chicot, -  cosa che non durer pi a lungo. Fra qualche tempo, tutto sar cambiato, e ve lo dico io che sono un po' profeta. Su, dunque, entrate con me, signor di Bussy.
Enrico terzo si era appena destato, ed aveva chiesta la sua colazione, quando Chicot fece il suo solenne ingresso nella stanza del suo augusto padrone e, prima ancora di salutarlo, si mise a mangiare nel suo piatto e a bere nella sua tazza d'oro.
- Corpo di Bacco! - esclam il re in estasi, per quanto volesse darsi l'aria d'essere molto in collera. - Ma  quel briccone di Chicot, credo. Quell'evaso, quel vagabondo, quel pendaglio da forca! Ma dimmi: che cosa  stato, di te, durante questo tempo? T'ho fatto cercare in tutti i pi malfamati luoghi di Parigi.
- E, come sempre, hai battuto una strada falsa, e ti sei completamente ingannato.
- Non mi verrai a dire che stavi facendo i tuoi esercizi spirituali, no?
- Eppure era proprio cos.
In quel momento entr nella stanza il signor di Monsoreau, che salut il re profondamente.
- Ah! Siete voi, il Gran Maestro delle Cacce - disse Enrico. - Vediamo, quando ci farete fare una qualche bella battuta?
- Quando Vostra Maest ne avr desiderio. Ho sentito dire che, a Saint-Germain-en-Laye ci sono moltissimi cinghiali.
- Il cinghiale  molto pericoloso - osserv Chicot. - Mi ricordo che Re Carlo IX per poco non  stato ucciso in una di queste cacce.
Il signor di Monsoreau lanci un'occhiata di sbieco al Guascone.
- Guarda - disse Chicot al re, - il signore deve avere incontrato da poco un lupo.
- E perch? - Perch, come le nubi di Aristofane, ne ha conservato il viso. Guarda soprattutto l'occhio.
Il signor di Monsoreau si volse e, impallidendo, disse a Chicot.
- Signor Chicot, io sono poco avvezzo ai buffoni, e vi avverto che non amo di essere umiliato davanti al mio re, specialmente quando si parla di servizio.
- Ebbene, signore - ribatt Chicot. - Noi siamo tutto il contrario, ed abbiamo ben riso dell'ultima buffonata del re, quella di nominarvi suo Gran Cacciatore...
Monsoreau lanci un terribile sguardo al Guascone.
- Su, su, signori - disse il re che presentiva una lite, - parliamo d'altro, signori.
E si mise a chiacchierare con i gentiluomini che si trovavano pi vicini a lui.
- Signore - sussurr allora Monsoreau a Chicot, - vorreste andare ad attendermi nel vano di quella finestra?
- Col pi grande piacere, signore! - protest il Guascone. - Anche in un bosco, se vi conviene.
- Basta con i lazzi! - disse Monsoreau raggiungendo Chicot. - Sono inutili, adesso, tanto pi che non c' pi nessuno per riderne. Ed ora, faccia a faccia, signor buffone, un gentiluomo vi proibisce di ridere di lui, se non volete che vi si faccia trattare come gi fece il signor de Mayenne.
- Ah! - fece Chicot, in apparenza impassibile, ma con una scintilla nell'occhio nero. - Ah, signore! Voi mi ricordate tutto ci che io debbo al signor de Mayenne. Volete dunque che vi metta assieme a lui, per avere diritto ad altrettanta parte della mia riconoscenza, e per pagarvi, poi - continu con un sorriso sinistro, - come  stato pagato l'altro mio creditore, mastro Nicolas David?
In quella, Bussy li raggiunse.
- Ah, signor di Bussy - disse Chicot. - Venite voi in mio aiuto! Il signor di Monsoreau crede di giuocare con me come se cacciasse un cervo. Diteglielo voi, signore, che si sbaglia, e che, invece, ha da fare con un cinghiale, di quelli che si lanciano sul cacciatore.
- Signor Chicot - rispose Bussy, - credo che facciate torto al nostro Gran Cacciatore, pensando che egli non vi ritenga per quel buon gentiluomo che siete. Signore - aggiunse poi, rivolgendosi al conte, - ho l'onore di avvertirvi che il signor duca d'Anjou desidera parlarvi.
- Monsignore vuol parlare con me? - chiese Monsoreau inquieto.
- Precisamente, signore. Io, intanto, corro a prevenire Sua Altezza della vostra venuta.
Come Bussy comparve nella stanza dove il duca d'Anjou attendeva il conte di Monsoreau, Sua Altezza gli chiese, quasi con amicizia:
- Ha dubitato forse di qualcosa?
- E quand'anche fosse? Non  creatura vostra? Voi che l'avete tratto dal nulla, non potete forse ricacciarlo l di dove lo avete tratto? D'altronde, tutta la questione sta in un solo punto: costui ha rapito, col tradimento una fanciulla nobile e l'ha sposata usando mezzi indegni di un gentiluomo. Dunque: o chieder lui stesso l'annullamento di questo matrimonio, o voi lo chiederete per lui.
- La fanciulla sar resa libera, Bussy, te ne d la mia parola.
In quel momento si udirono dei passi nel vestibolo.
- Eccolo - disse Bussy.
- Fate entrare il signor di Monsoreau - grid Francesco con un tono severo che a Bussy parve di buon augurio.
E cos, con l'animo pieno di speranze, usc nel corridoio ingombro di gentiluomini venuti per fare la loro corte al duca. Ma non si lasci distrarre dalla loro compagnia, e attese con l'animo sospeso, il risultato del colloquio, trasalendo di gioia, quando ud levarsi imperiosa, la voce del duca.
- Ah! - si disse. - Questa volta mantiene la sua parola!
Tuttavia, siccome a quello scoppio di voce non ne aveva seguito nessun altro, egli torn a credere nelle sue ansie. Le quali durarono un buon quarto d'ora, dopo il quale la porta della stanza del duca torn ad aprirsi, per lasciar uscire il Monsoreau a rinculoni, accompagnato fin sulla soglia da Francesco d'Anjou il quale, nel congedarlo, disse:
- Addio, amico! Allora la cosa  stabilita.
- Amico? - pens Bussy. - Che  mai accaduto?
- Allora - rispondeva frattanto Monsoreau, - questa sera stessa la presenter al re?
- Come vi ho detto. Ed io avr preparato il terreno.
Monsoreau salut ancora una volta il duca che, senza scorgere Bussy, nascosto dalla portiera, faceva scorrere lo sguardo sui gentiluomini e, voltosi a questi, disse ad alta voce, con tono di molta soddisfazione:
- Signori, permettetemi di darvi una grande notizia: monsignore mi permette di rendere di ragione pubblica il matrimonio, avvenuto gi da un mese, tra me e la signorina Diana di Mridor, e sar sotto i suoi auspici che, questa sera stessa, la presenter a corte.
Bussy si sent mancare la terra sotto i piedi e, facendo un passo avanti, diede un tale sguardo di sprezzo al duca, che questi si sent preso dal terrore, tanto che si affrett a rientrare nella sua stanza, chiudendovisi a chiave.
Il gentiluomo, tradito nelle sue speranze pi care, comprese che, se fosse rimasto ancora l, non avrebbe mancato di dar spettacolo del suo folle dolore e, fuggito dal palazzo, salt sul suo cavallo, lanciandolo al gran galoppo verso via Sant'Antonio.
Il barone e Diana che attendevano per sapere da lui la risposta promessa dal duca, lo videro comparire pallido e stravolto, con gli occhi iniettati di sangue.
- Signora - grid, - disprezzatemi! Odiatemi! Credevo di contare per qualcosa in questo mondo, e invece non conto pi di un atomo! Credevo di poter fare qualcosa, e non posso nemmeno strapparmi il cuore. Signora, voi siete davvero la moglie del signor di Monsoreau, quella che questa sera egli presenter a corte, mentre io non sono che un povero pazzo, signor barone. O meglio, come sostenevate voi,  il duca d'Anjou che  un pazzo ed un infame!
E lasciando il padre e la figlia tutti atterriti, folle di dolore e di rabbia, Bussy lanci il suo cavallo al gran galoppo, seminando sul suo passaggio vertigini e terrori.
Ma che era dunque avvenuto fra il duca d'Anjou ed il Gran Cacciatore del re?
Francesco d'Anjou aveva ricevuto il signor di Monsoreau con uno di quei suoi cipigli severi che, a corte, facevano tremare tutti coloro che ben conoscevano il suo spirito vendicativo.
- Vostra Altezza mi ha fatto chiamare? - chiese Monsoreau, fissando la tappezzeria, ben conoscendo quale incendio divorasse il cuore del duca.
- Non temete nulla, signore - disse il duca. - Dietro a quelle tende non si nasconde nessuno, e potremo chiacchierare liberamente e con tutta franchezza.  vero, signor Gran Cacciatore di Francia, che siete un mio buono e affezionato servitore?
- Almeno, cos spero, monsignore!
- Io ne sono sicuro. Molte volte, mi avvertiste dei complotti orditi contro di me, e mi aiutaste nelle mie imprese, non curando i vostri interessi, ed esponendo la vita. Anche ultimamente, ed  bene che ve lo ricordi, in quella disgraziata avventura della signorina di Mridor... Povera ragazza! Credetemi, c' voluta tutta l'amicizia che provo per voi, per farmi scordare che, senza i vostri consigli, io non l'avrei mai rapita.
Monsoreau sent la botta.
- Che si tratti solo di rimorsi? - pens. Poi si rivolse al duca. - Monsignore - disse, -  la vostra bont naturale che vi spinge ad esagerare. N voi n io abbiamo colpa alcuna della morte della fanciulla.
- E, d'altronde - ribatt il duca con voce vibrante, piantando ben fisse le sue pupille in quelle del suo interlocutore, - la morte ha avvolto il tutto nel suo eterno silenzio!
- Non si tratta di rimorsi - pens Monsoreau questa volta. E, ad alta voce, disse al duca: - Monsignore, volete che vi parli francamente? Con un principe tanto nobile e tanto intelligente quale voi siete, la franchezza deve essere l'elemento principale in questa nostra discussione. Forse, Vostra Altezza intendeva farmi comprendere come la signorina di Mridor non sia morta, e sollevarmi cos dai miei rimorsi.
- Oh, vedo che mi avete ben compreso, signore! In parola mia d'onore, siete un fedele servitore. M'avete lasciato tanto tempo in preda ai rimorsi e alla tristezza, quando, con una sola parola avreste potuto risparmiarmi quelle pene! Come debbo qualificare questa condotta, traditore? Dimmelo tu, che mi hai ingannato, m'hai rapito la donna che amavo!
Monsoreau impallid spaventosamente, ma non perse nulla della sua fiera calma.
- Tutto quello che ho da dirvi, monsignore - rispose poi con tono sommesso, -  che io amavo ardentemente quella fanciulla.
- Anch'io! - ammise il duca con una inesprimibile dignit.
-  vero, monsignore. E voi siete il mio padrone: ma ella non vi amava.
- Perch amava te, forse?
- Pu darsi... - mormor il conte.
- Tu menti! Tu le hai usata violenza, come gliela ho usata io. Soltanto io, il padrone, non sono riuscito l dove sei riuscito tu, il servitore! E ci perch io non ho che la potenza, mentre tu hai usato il tradimento!
- Monsignore, state in guardia! - ribatt Monsoreau, raccolto come una tigre che stia per slanciarsi sulla preda. - L'amavo, vi ho detto, e non sono uno dei vostri valletti! Mia moglie  mia, come le mie terre, e nemmeno il re me la pu togliere. Io l'ho sposata davanti a Dio!
- Se  tua moglie davanti a Dio, - grid il duca, - tu la renderai agli uomini! Questo matrimonio, sar annullato. Lo far disciogliere io, anche se te l'avessero santificato cento volte tutti gli dei che hanno regnato nei cieli. Domani, la signorina di Mridor sar resa a suo padre, e tu partirai per il luogo d'esilio che io ti indicher. E, fra un'ora, tu avrai venduta la tua carica di Gran Cacciatore o, bada vassallo, ti infranger come infrango questa coppa!
E, presa una preziosissima coppa di cristallo, la lanci furibondo contro la parete spezzandola in minutissime schegge.
- Non render mia moglie, non vender la mia carica, e rester in Francia - rispose Monsoreau, facendosi incontro al duca stupefatto, - perch chieder grazia al re eletto all'abbazia di Santa Genoveffa, e questo nuovo sovrano, cos buono e generoso e nobile non rifiuter di ascoltare il primo postulante che gli presenter una supplica!
Francesco impallid a sua volta, fece un passo indietro e, prendendo Monsoreau per la mano, disse con voce spezzata, come se fosse ormai senza pi forza:
- Va bene... va bene, conte. Questa supplica... fatela a voce pi bassa... Vi ascolto.
- Ebbene, parler umilmente - disse Monsoreau, rifattosi tranquillo, - come conviene ad un umilissimo servitore di Vostra Altezza. Vi dicevo, monsignore, che la colpa va tutta data a quell'amore fatale che, impadronendosi di me, m'ha fatto scordare che Vostra Altezza aveva gettato i suoi occhi su Diana. Non mi condannate, Monsignore, finch non vi avr detto quello che pensavo. Ed ecco quello che passava per la mia mente: vi vedevo ricco, giovane, felice. Vi ritenevo il primo principe del mondo cristiano... poich lo siete. Tra voi e quel rango supremo non c' pi che un'ombra facile a dissipare... Io prevedevo tutto lo splendore del vostro avvenire, e paragonando questa immensa fortuna col poco che desideravo, mi sono detto: lasciamo a questo principe i suoi sogni di gloria, i suoi grandiosi progetti. Quelli sono lo scopo della sua vita. Io, cerco la mia felicit nell'ombra. Ed egli non si accorger nemmeno del mio ritiro, sentir appena la mancanza della piccola perla da me sottratta al suo serto regale.
- Conte! Conte! - mormor il duca, lusingato a suo malgrado da quella visione.
- Mi perdonate, dunque, monsignore?
In quell'istante il duca lev gli occhi, e scorse, appeso al muro il ritratto di Bussy.
- No - disse. - Non posso perdonarvi. Non sono io l'offeso, e Dio ne  testimonio. Sono un padre offeso, indegnamente ingannato che reclama sua figlia, ed una donna forzata a sposarvi, quelli che chiedono giustizia. Ed io la devo loro rendere, perch questo  il primo dovere di un principe! Rinunciate a questa donna, conte, ed io ve ne ricompenser concedendovi tutto quello che mi chiederete.
- Vostra Altezza ama dunque ancora Diana di Mridor? - insinu Monsoreau, pallido di gelosia.
- No, no! Ve lo giuro, no!
- Riflettete, Sire!
Il duca asciug la fronte dal sudore freddo che quel titolo, datogli dal conte, ne aveva spremuto.
- Avreste il coraggio, dunque, di denunciarmi?
- Al re detronizzato da voi, s, Maest, perch se il mio nuovo sovrano mi ferisce nell'onore, nella felicit, tornerei all'antico.
-  infame, ci!
-  vero, Sire, ma io amo abbastanza da rendermi infame!
Il duca fece un passo verso Monsoreau, ma questi lo arrest con un solo sguardo.
- Non guadagnereste nulla, uccidendomi, monsignore - disse. - Ci sono dei segreti che sopravvivono ai cadaveri! Rimaniamo, dunque, quali siamo: voi un re pieno di clemenza, ed io il pi sottomesso dei vostri sudditi!
Parlando, il conte si torceva le dita come se avesse voluto spezzarle.
- Andiamo, dunque - concluse, - fate qualcosa per colui che, fra tutti gli altri, vi ha servito meglio!
- Che chiedete? - disse Francesco.
- Che mi perdoniate, che mi facciate riconciliare col barone di Mridor, e che ratifichiate, con la vostra firma, il mio matrimonio con sua figlia.
- Ebbene, vi concedo tutto, - rispose il duca con voce soffocata.
- E cos conserverete il trono sul quale vi ho fatto ascendere - conchiuse Monsoreau, quasi soffiando le parole all'orecchio del duca. - Addio, Sire.
Questo saluto parve di un'armonia celestiale al duca.
- Ed ora - pens Monsoreau ritirandosi, - non mi resta pi che a sapere chi abbia informato il duca.

 CAPITOLO 12.
PARIGI IN FERMENTO.
Quella stessa sera in cui il signor di Monsoreau aveva presentata sua moglie a corte, Enrico si era ritirato presto e molto preoccupato: il signor di Morvilliers gli aveva ricordato che, il giorno seguente, avrebbe dovuto presiedere il gran consiglio.
Ma non gli riusc di dormire pi di tre o quattro ore e, in preda ai gravi pensieri che lo occupavano, and a svegliare Chicot il quale, di quei giorni, occupava la stanza che era stata testimonio delle felici nozze della signorina di Brissac.
Dormiva cos sodo che il re dovette chiamarlo ad alta voce, scuotendolo rudemente per un braccio, prima di riuscire a fargli aprire un occhio.
- Chicot, - disse il re, - come puoi dormire quando il tuo re veglia?
- Ti avranno avvelenato! Dio mio, come sei pallido!
-  la mia maschera di tela, amico mio.
- Dunque non sei ammalato?
- No.
- E perch vieni a svegliarmi?
- Perch ho molti dispiaceri.
- Meglio: i dispiaceri ci spingono a riflettere, e cos rifletterai anche tu. E comprenderai come non si sveglia un galantuomo a queste ore, se non per portargli un regalo. Che cosa m'hai portato?
- Niente, Chicot. Il signor di Morvilliers  venuto ieri sera a Corte, per chiedermi udienza. Chiss che cosa avr mai da dirmi!
- Sciagurato! E tu mi svegli alle due del mattino per chiedermi di queste cose? No, no. Va a letto Enrico, e dormi tranquillo. Il signor di Morvilliers dirige cos bene la tua polizia che non avr certamente nulla da dirti!
E tornando a voltarsi sul fianco, senza pi rispondere una sola parola, Chicot si rimise a russare cos forte da sembrare un lontano rumore di artiglierie, cosa che tolse al re ogni speranza di riuscire a svegliarlo una seconda volta. Ed Enrico torn, sospirando, alle sue stanze.
Il giorno seguente, il consiglio fu radunato. Questo consiglio, che variava sempre secondo le mutevoli simpatie del re, in tale occasione si componeva di Qulus, di Maugiron, di d'pernon e di Schomberg, i quali godevano i favori reali da circa sei mesi; Chicot sedeva ad uno dei capi della tavola. I valletti annunciarono il signor di Morvilliers.
Questi entr, indossando il pi cupo dei suoi costumi, e assumendo il pi lugubre dei suoi aspetti. Dopo un profondo saluto, che gli fu reso da Chicot, si avvicin al re.
- Mi trovo, - chiese, - davanti al consiglio di Vostra Maest?
- S. Siete alla presenza dei miei migliori amici. Parlate pure.
- Ebbene, sire, sono venuto a denunciare a Vostra Maest un terribile complotto.
- Un complotto? - esclamarono il re ed i favoriti.
Chicot si accontent di tendere l'orecchio.
- S, Maest, un complotto! - conferm il signor di Morvilliers, abbassando il tono della sua voce.
In quella il duca d'Anjou, che doveva pure prendere parte al consiglio, entr nella sala.
- Avete sentito, fratello mio? - disse Enrico dopo il cerimoniale. - Il signor di Morvilliers  venuto a denunciarci un complotto contro la sicurezza dello Stato.
- Un complotto? - mormor anche il duca con voce malferma. - Diteci dunque di che si tratta, signor cancelliere!
- Io ascolto, - disse il re.
Il cancelliere assunse l'aspetto pi grave e pi misterioso che gli fu possibile:
- Sire, - disse, -  da lungo tempo che sto sorvegliando le mene di alcuni malcontenti...
- Oh, - lo interruppe Chicot, - soltanto alcuni? Siete ben modesto, signor di Morvilliers!
- Si trattava, - continu i cancelliere, - di gente da poco, bottegai, artigiani, o piccoli avvocati con, qua e l, qualche frate e qualche secolare...
- Non sono grandi principi, quelli! - mormor Chicot, come astratto.
Il duca d'Anjou si sforz a sorridere.
- Adesso vedrete, sire, - riprese il cancelliere. - Sapevo come i malcontenti si approfittino sempre di due occasioni principali, la guerra e la religione, e cos fu in questi campi che mi misi a tastare il terreno. Nell'esercito, avevo degli ufficiali che mi tenevano informato di tutto, ma nel campo religioso le cose non erano cos semplici. Ed allora ho messo qualcuno dei miei uomini in campagna, riuscendo a far spiare i predicatori che eccitano il popolo contro Vostra Maest.
- Oh! Oh! - pens Chicot. - Che costui sappia il nome del mio amico?
- Questa gente riceve delle ispirazioni, non gi da Dio, ma da un partito molto ostile alla corona, partito che ho studiato, riuscendo a comprenderne le speranze.
Le ultime parole, il signor di Morvilliers le disse in tono di trionfo.
- Meraviglioso! - esclam Chicot.
Il re fece cenno al Guascone di tacere, mentre il duca d'Anjou non perdeva di vista l'oratore, nemmeno per un momento.
- Durante pi di due mesi, - disse di Morvilliers, - Ho stipendiato, in nome di Vostra Maest, uomini abilissimi, di un coraggio a tutta prova, sebbene di una avidit insaziabile, che per ho saputo far mettere al servizio della corona. Da costoro venni a sapere che, pagando una forte somma, sarei stato informato della prima adunanza dei cospiratori. Sire, si tratta, nientemeno, che di una seconda notte di San Bartolomeo, da scatenare contro gli ugonotti!
Gli astanti si guardarono in faccia meravigliati.
- E quando vi  costata, all'incirca, quest'informazione? - chiese Chicot.
- Centosettantacinque mila lire.
- Se vuoi, - disse Chicot volgendosi al re, - per mille scudi ti dir il segreto del signor di Morvilliers.
Questi fece un gesto di sorpresa. Il duca d'Anjou ricevette il colpoo senza batter ciglio.
-- D pure, - fece il re.
- Non si tratta d'altro che della Lega, di quella stessa Lega nata da dieci anni. Il signor di Morvielliers  venuto a scoprire quello che ogni buon parigino sa come il suo Pater Noster. Dico la verit, e lo prover.
- Allora, dove si radunano i leghisti? - chiese il cancelliere, furioso.
- Ma nelle pubbliche piazze!
- Il signor Chicot ha voglia di scherzare,. - disse il signor di Morvilliers con una brutta smorfia. - Qual' il loro segnale di adunata?
- Che son vestiti da parigini, e camminando muovono le gambe.
Una risata generale accolse queste parole, ed il signor di Morvilliers ritenne di buon gusto farvi eco. Ma tosto, rifattosi cupo, continu:
- E, infine, il mio informatore ha assistito ad una delle loro sedute, ed in un luogo sconosciuto al signor Chicot.
Il duca d'Anjou impallid.
- E dove? - chiese il re.
- All'Abbazia di Santa Genoveffa.
- E che vi hanno fatto, signor cancelliere? Che cosa hanno deciso? - volle sapere il re.
- Hanno deciso di nominare dei capi rappresentanti della capitale insurrezionale in ogni provincia e di massacrare, in un giorno da designare, tutti gli ugonotti tanto cari a Sua Maest. Questa fu la loro frase precisa.
- Ed  tutto l? - chiese il duca d'Anjou.
- No, Monsignore... ci sono dei capi...
Chicot vide il petto del duca sollevarsi sotto il giustacuore.
- I nomi di questi capi? - chiese il re. - Come si chiamano?
- Il primo di tutti  quello di un predicatore, un frate di Santa Genoveffa, un vero energumeno fanatico: fratel Gorenflot. Per saperlo, ho speso diecimila lire.
- Povero Gorenflot! - si disse il Guascone, pieno di commiserazione. - Era proprio scritto che questa avventura non dovesse riuscirgli bene.
- Gorenflot, - disse il re, scrivendo quel nome. - Bene, e poi?
- Poi... poi... Ma  tutto qui! - confess il cancelliere, dandosi attorno un'occhiata come per dire che, se fossero stati soli, avrebbe potuto dire al re molto di pi.
- Dite pure, cancelliere, - sollecit il re. - Qui non ho che amici...
- Oh, sire! Anche quello che esito a nominare ha, dappertutto, degli amici assai potenti...
- Pi potenti di me? - chiese il re, pallido per l'ira e l'inquietudine.
- Sire, un segreto non si pu dire ad alta voce. Perdonatemi, ma io sono uomo di stato...
- Signore, - disse allora il duca d'Anjou, - noi presentiamo al re i nostri, rispetti, se la comunicazione non pu avvenire in nostra presenza.
Il signor di Morvilliers esitava. Il re, fatto cenno al duca di rimanere, chiam a s il cancelliere, mentre Chicot li guardava entrambi, chiedendosi se davvero il capo della polizia fosse venuto a scoprire qualcosa di pi importante.
Subito, il signor di Morvilliers si chin all'orecchio di Enrico terzo, ma non aveva ancora potuto muovere labbro che un immenso clamore si lev nel cortile del Louvre. Il re si raddrizz, Qulus e d'pernon si precipitarono alla finestra, e il duca port la mano alla spada, come se tutto quel trambusto avvenisse contro di lui.
Chicot, alzandosi sulla punta dei piedi, fu il primo ad avvertire il re di ci che accadeva.
- T, - esclam, - il duca di Guisa che entra nel Louvre!
- Il duca di Guisa? - balbett il duca.
- Ecco, una cosa strana, - disse, parlando lentamente, il re che aveva letto, negli occhi del cancelliere il nome che questi stava per pronunciare - Il duca a Parigi? - poi, a voce bassa, sussurr al magistrato: - Forse che si tratta di lui?
- S, sire. Era lui che presiedeva l'assemblea.
- E gli altri, chi erano?
- Non ne conosco altri.
Enrico consult Chicot con un'occhiata.
- Capperi! - esclam il Guascone, assumendo arie regali. - Fate entrare mio cugino il duca di Guisa! - Poi chinandosi all'orecchio del re, soggiunse con voce cos bassa che parve un soffio: - Eccone uno. Il suo nome lo conosci cos bene da non esser necessario di trascriverlo.
Gli uscieri spalancavano gi gli usci.
- Un battente solo, signori, - disse il re. - Uno solo! Due  per il re.
Il duca di Guisa era gi abbastanza vicino per sentire quelle parole, tuttavia non modific in nulla il sorriso col quale aveva deciso di presentarsi al re. Dietro a lui venivano gran numero di ufficiali e di cortigiani: ultimo il popolo, scorta assai meno brillante ma pi sicura e soprattutto pi temibile.
Per, quest'ultima parte della scorta era rimasta alle porte, e continuava a lanciare grida anche quando il duca di Guisa era gi entrato nella galleria.
Alla vista di quella folla che faceva corteo dietro all'eroe parigino tutte le volte che questi compariva nelle vie, le guardie avevano prese le armi e, in rango dietro al loro valoroso colonnello, lanciavano al popolo sguardi di minaccia.
Guisa, notando l'atteggiamento di quei soldati, aveva fatto un piccolo saluto pieno di grazia a Crillon che, con la spada in pugno, rimase rigido e impassibile nella sua sdegnosa immobilit. A quella vista, la fronte del duca si oscur per un momento, per rischiararsi, poi, man mano s'avvicinava al re.
- Siete dunque voi, cugino mio? - chiese Enrico. - Quanto rancore suscitate! Forse che le trombe non suonano?
- Sire, - rispose il duca, - a Parigi non suonano che per il re, in campo che per il generale. Qui farebbero troppo rumore per un suddito, e l non ne farebbero mai a sufficienza per un principe.
Enrico si morse le labbra.
- Perdio! - disse dopo un istante durante il quale parve divorare con gli occhi il principe lorenese. - Siete ben rilucente, cugino? Siete arrivato oggi dall'assedio di La Charit?
- Oggi, sire, - rispose il duca con un fuggevole rossore.
- Ebbene, in fede mia, la vostra visita ci fa grande onore, grande onore, grande onore.
Era il vezzo di Enrico terzo, quello di ripetere le frasi quando voleva nascondere i suoi sentimenti.
- Grande onore, - ripet Chicot, con una intonazione cos perfetta, da far credere che le due parole fossero ancora state ripetute dal re.
- Sire, - osserv il duca, - senza dubbio Vostra Maest scherza. Come mai la mia visita potrebbe onorare colui dal quale ogni onore ci giunge?
- Volevo dire, signor di Guisa, - replic Enrico, - che ogni buon cattolico usa, di ritorno da una campagna, recarsi dapprima a visitare Dio in qualcuna delle sue chiese. Il re viene dopo Dio. Onorare Dio e servire il re, caro cugino,  un assioma per met religioso e per met politico.
Il duca di Guisa arross, ed il re se ne accorse, come si accorse, volgendo l'occhio, del subito pallore del duca d'Anjou. E allora prese quel tono affabile, sotto il quale nessuno come lui sapeva nascondere gli artigli.
- In ogni caso, duca - disse, - vedo con piacere che siete stato risparmiato dai pericoli della guerra, bench sappia che li cerchiate. Ma vedo che sono essi, caro cugino, che vi sfuggono, ben conoscendo il vostro valore. - Qui il duca si inchin in segno di ringraziamento. Ed il re prosegu: - Cos, vi consiglierei, caro cugino, di non cercar troppo i pericoli mortali, cosa che sarebbe ben dura per dei poltroni come noi, che non sappiamo far altro che dormire, mangiare, cacciare, e inventar nuove preghiere.
- S, sire, - rispose il duca, afferrando quest'ultima parola. - Vi sappiamo principe pio e illuminato, attento alla gloria di Dio e agli interessi della Chiesa. Per questo siamo venuti, pieni di fiducia, verso Vostra Maest.
- Con fiducia? - rispose Enrico. - Non venite sempre da me con fiducia?
- Sire, la fiducia di cui parlo,  in rapporto con la proposizione che conto farvi.
- Quand' cos, parlate pure, come dite voi, con tutta fiducia. Che cosa avete da proporci?
- L'esecuzione di una delle pi belle idee che abbiano mai commosso il mondo cristiano, da quando le crociate sono divenute impossibili.
- Dite, dunque.
- Sire, - continu il duca, alzando, per, questa volta la voce per farsi sentire anche in anticamera, - Sire, quello di re cristianissimo non  un titolo vano, e obbliga a difendere la religione.
Enrico terzo accavall le gambe, e posando il gomito sul ginocchio appoggi il mento alla mano.
- Forse la Chiesa,  minacciata dai Saraceni, caro duca? - chiese. - O forse  che voi aspirate al titolo di re... di Gerusalemme?
- Sire, - riprese il duca, - questo favor di popolo che mi segue dappertutto, mi viene dallo zelo che impiego nella difesa della fede. Avevo gi avuto l'onore, prima dell'avvento di Vostra Maest al trono, di parlarvi d'un progetto d'alleanza fra tutti i veri cattolici.
- S, s, - fece Chicot. - Me ne ricordo, sangue di bacco! Enrico la Lega per San Bartolomeo; la Lega, mio re. Che memoria labile hai mai, figlio mio, per esserti scordato di un'idea cos trionfale!
A queste parole il duca si volse lasciando cadere uno sguardo sprezzante sul buffone, senza sapere quanto esse avessero pesato sull'animo del re, sovrattutto dopo le recenti rivelazioni del signor di Morvilliers. Anche il duca d'Anjou ne fu scosso, e appoggi il dito sulla bocca, fissando intensamente il duca di Guisa.
Enrico non si era accorto di nulla, questa volta, ma Chicot, chinatosi con un pretesto all'orecchio del re, gli sussurr:
- Guarda tuo fratello, Enrico!
L'occhio del re si lev e, per quanto il duca si affrettasse ad abbassare il dito scorse il gesto.
- Sire, - continu il duca di Guisa che, pur avendo visto l'atto del Guascone, non ne aveva potuto sentire le parole, - i cattolici hanno, effettivamente, chiamato questa unione Santa Lega. Il suo scopo  quello di consolidare il trono contro gli Ugonotti, suoi nemici mortali. Ma bisogna darle un capo. Ora, in un regno come la Francia, parecchi milioni d'uomini non si radunano senza il consenso, per quanto tacito, del re.
- Parecchi milioni d'uomini? - esclam il re, incredulo. - Ma vediamo. Che cosa volete dunque da me?
- Soltanto questo, sire: che Vostra Maest dimostri chiaramente che, come  superiore a noi in tutto, lo  anche per lo zelo religioso, togliendo cos ai malcontenti ogni pretesto per ricominciare la guerra. Ma non confondiamo su questa parola, - si affrett poi ad aggiungere vedendo incupirsi il cipilio del re. - Al tempo d'oggi, i re debbono sostenerne due di guerre: quella morale, se posso chiamarla cos, e quella politica. Vale a dire la guerra contro le idee e la guerra contro gli uomini. Ora, gli uomini sono esseri visibili e tangibili, contro i quali la guerra  relativamente facile. Ma come si fa a combattere contro le idee, Sire? Le idee scivolano e si insinuano invisibili, e si nascondono agli occhi di coloro che le vogliono distruggere. Un'idea, una volta annidata in un'anima, vi getta radici profonde, e pi si tagliano i rami imprudenti che sporgono troppo in fuori, pi le radici si fanno forti e inestricabili. Un'idea, Sire,  come una scintilla che cada su di un mucchio di fieno: di pieno giorno ci vogliono degli occhi eccellenti per scoprire il principio dell'incendio, ed ecco perch, sire,  necessario poter contare su milioni di sorveglianti. Ed era appunto perch potesse vegliare su questa sorveglianza, che proponevo a Vostra Maest di nominare un capo alla Santa Lega.
- Credo che abbiate ragione, cugino, - disse il re dopo qualche istante di meditazione. - Convocate pure, dunque, i vostri principali leghisti, venite da me mettendovi alla loro testa, ed io sceglier l'uomo che ci vuole per la religione.
- E quando, sire? - chiese il duca.
- Domani stesso.
Pronunciando queste ultime parole, il re divise abilmente il suo sorriso. Il duca di Guisa ne ebbe la prima parte, il duca d'Anjou la seconda. E, mentre quest'ultimo stava per ritirarsi con la corte, il re lo richiam:
- Rimanete, fratello. Ho bisogno di parlarvi.
Il duca di Guisa appoggi un istante la mano sulla fronte, come per calmare i pensieri che vi ribollivano, e part col suo seguito. Un istante dopo si udirono le grida della folla che lo salutavano all'uscita dal Louvre come lo avevano salutato all'entrata.
Ma il duca pareva irrequieto e, avvicinandosi a suo fratello, disse:
- Mi perdoni Vostra Maest, ma io vorrei ritirarmi. Il duca di Guisa, dopo di aver reso a voi l'onore della sua prima visita, verr certamente da me, poich sa che l'attendo...
- Da voi? Ma ho sentito le grida che lo hanno salutato all'uscita!
-  vero. Per, uscito dalla porta grande,  rientrato dalla porta segreta, ed ora mi attende nei miei appartamenti.
Quando il duca d'Anjou si fu allontanato, il re rimase ancora qualche minuto come assorto, mentre Chicot faceva le viste di dormire in un canto. Poi, levandosi, si avvi per il corridoio segreto che conduceva alla stanza che, stata un tempo quella di Margherita di Navarra, era ora assegnata al duca d'Anjou, giunse ad una specie di bussola dalla quale poteva sentire facilmente tutto ci che si sarebbe detto fra il duca di Guisa e il duca Francesco.
Quest'ultimo, che aveva gi raggiunto il duca di Guisa, parlava a mezza voce; pure la bussola era tanto sonora da permettere ad Enrico terzo di sentire ogni loro parola. N i due si curavano di abbassare di pi il loro tono: il re era sembrato tanto ben disposto che, da quella parte, credevano di potere star sicuri.
- Temo, - diceva il duca d'Anjou, - che la Lega, sia in pericolo. Il re ha dimostrata troppa acquiescenza, per non meditare qualche colpo.
- Monsignore, - ribatt il duca di Guisa, - credo, invece, che se avesse avuto tale idea, non avrebbe acconsentito, ma avrebbe senz'altro risposto con un rifiuto. Mi ha accolto abbastanza male, e non avrebbe esitato a continuare su quella via. A meno che non voglia trarmi in inganno...
- Il che  molto probabile, - rispose il duca d'Anjou. - Del resto, forse avremmo un modo per salvare tutto: quello di nominare me capo della Lega, al vostro posto.
- Ah! - fece il duca di Guisa, cui una vampata di collera aveva arrossato per un istante il viso. Ma si contenne, e continu: - Se otterrete tanto, monsignore, dimostrerete d'essere un abile politico.
- E lo far. Ho gi tastato l'umore del re in proposito, e credo di poterlo convincere.
- Quand' cos, posso dirvi fin d'ora, monsignore, non dove questo accordo ci condurr, perch questo lo sa soltanto Iddio, ma a che cosa ci potr servire, - disse il duca di Guisa. - La Lega equivale ad un secondo esercito: il primo lo tengo in pugno io, mio fratello, il cardinale, tiene in pugno la Chiesa, e cos nulla ci potr resistere finch resteremo uniti.
- Senza contare - disse il duca d'Anjou, - che io sono l'erede presuntivo della corona.
- Ah! Ah! - fece tra s e s Enrico.
-  vero, - obiett il duca di Guisa, - ma, Monsignore, non dovete dimenticare le probabilit sfavorevoli. Per esempio, c' il re di Navarra...
- Oh, di quello non mi preoccupo davvero!  soltanto occupato dai suoi amori...
- Quello, invece, monsignore, sta all'affusto, e non perde di vista n voi, n vostro fratello: ha troppo desiderio di sedersi sul vostro trono. Aspettate che accada qualche incidente a colui che lo occupa ora, e vedrete se non piomber da Pau a Parigi con un solo salto! Vedrete, monsignore, vedrete!
- Un incidente a colui che occupa ora il trono? - ripet lentamente Francesco, fissando interrogativamente ii duca di Guisa.
- S, monsignore, un incidente! Non sono davvero rari, nella vostra famiglia, questi casi improvvisi!
Il re si sent imperlare la fronte di sudore diaccio.
-  vero, - ammise il duca d'Anjou con voce cupa. - I principi della mia casa nascono sotto influenze fatali, ma, grazie al cielo, mio fratello  vivo e sano!
-  vero, Monsignore, anche questo. Per, ricordate come  morto vostro padre, Enrico II, per un incidente di torneo. La fatalit volle che la lancia del Montgommery trovasse il varco aperto nella corazza. E vostro fratello, il defunto re Francesco,  morto anche lui, disgraziatamente. E si dice anche che quel destino che gli aveva comunicato, per la via di un orecchio, la malattia di cui  morto, portasse un nome molto conosciuto.
- Duca! - esclam Francesco d'Anjou, arrossendo.
- E che dire di Antonio di Borbone che, eletto re, ricevette nelle spalle quel colpo di archibugio che gli valse la morte? E dove metteremo noi Giovanna d'Albret, madre del Bearnese, morta per avere annusato un paio di guanti profumati, di cui aveva fatto acquisto dal Fiorentino del ponte San Michele? E la morte di Carlo IX, morto del veleno volatile nascosto fra le pagine di un libro di caccia, che egli amava sfogliare?
- Duca! Duca! - torn a ripetere con pi forza il duca d'Anjou. - Credo che vi divertiate ad immaginare delitti puramente fantastici.
- E chi vi parla di delitti? - chiese Guisa. - Monsignore, non facevo che ricordare certi casi incidentali, ecco tutto! Non fu, forse, anche un incidente, quella tale avventura accaduta a re Carlo IX durante una certa partita di caccia? Voi sapete benissimo, monsignore, a che voglio alludere: quando, nella generosa intenzione di salvare il re, aggredito da un cinghiale inferocito, voi faceste fuoco ma, pur buon tiratore come siete, invece di colpire il selvatico, sparaste con tanta precipitazione da ferire colui che volevate salvare. Quel colpo d'archibugio, monsignore, prova appunto come bisogni diffidare di certi incidenti. Qui, alla corte, dove tutti conoscono la vostra abilit, la malvolenza ha fatto correre la voce che il re sarebbe morto se il re di Navarra non fosse riuscito ad uccidere, lui, il cinghiale che Vostra Altezza aveva mancato.
- Ma, - osserv il duca d'Anjou, cercando di mostrarsi sicuro a malgrado della ironia del Guisa, - che interesse avevo io, a veder morire Carlo IX, dal momento che il suo successore doveva chiamarsi Enrico terzo?
- Un momento, monsignore! C'era gi, vacante, il trono di Polonia; la morte di Carlo IX lasciava libero quello di Francia. Senza dubbio, il vostro fratello maggiore avrebbe scelto quest'ultimo: per, quello di Polonia non era da disprezzare. C' tanta gente che si accontenterebbe anche del piccolo trono del re di Navarra! Enrico terzo  ben tornato, in dieci giorni, da Varsavia! E perch voi non avreste fatto lo stesso?
- Con questo, che vorreste concludere? - chiese il duca d'Anjou, cercando di metter fine a quel colloquio durante il quale era trasparito tutto il malcontento del duca di Guisa.
- Che ogni re pu esser vittima di un incidente. Ora, voi siete colui che rappresenta il pericolo di un incidente per Enrico terzo, e soprattutto se voi sarete a capo della Lega, e senza contare che, in tali condizioni, voi venite a sopprimere il probabile incidente che potrebbe toccare a voi, vale a dire il Bearnese.
- Cos, dovrei accettare questo incarico? - chiese il duca d'Anjou.
- Ve ne supplico, monsignore. Questa notte stessa, Parigi sar in subbuglio.
- Ebbene, a questa sera! - concluse Francesco d'Anjou.
- A questa sera, Monsignore!
Alle otto di sera, Parigi presentava lo spettacolo di una strana animazione. Una folla di borghesi, vestiti dei loro abiti migliori, si dirigeva verso le chiese per firmare l'adesione alla Santa Lega. Il loro contegno, era allo stesso tempo allegro e minaccioso, e le loro grida, le loro bravate, avrebbero certamente messo in orgasmo il signor di Morvilliers, se questo magistrato avesse conosciuto di meno i suoi buoni parigini che, pur amanti delle facezie e talvolta addirittura noiosi, erano incapaci di far del male a coloro che li governavano. A questa folla erano commiste - cosa che contribuiva ad aumentare grandemente il trambusto - molte donne le quali avevano voluto seguire i loro mariti, conducendo dietro per di pi i figli.  cosa nota che i monelli di Parigi, in ogni tempo ed in ogni occasione, amano la via, e soprattutto il portare delle armi, passione, quella sera divenuta generale, poich ciascuno si era agguerrito come aveva potuto.
Di quando in quando, qualche gruppo dei pi scalmanati, passando davanti a certe case note per dar ricetto a famiglie di ugonotti, sfoderava le vecchie spade, mentre i ragazzi gridavano a squarciagola: "San Bartolomeo! San Bartolomeo!" ed i padri facevano eco: "Al rogo gli ugonotti! Al rogo!".
L'animazione maggiore, per, si notava in via dell'Arbre-Sec, e precisamente davanti ad una locanda che portava l'insegna della "Bella Stella", sulla cui soglia un personaggio che brandiva una spada nuda, agitando con la mano libera un registro i cui fogli erano gi quasi completamente coperti di firme, invitava i buoni cattolici ad entrare a bere, a ristorarsi, ed a firmare.
La sua voce era arrochita, perch era gi fin dalle quattro del pomeriggio che urlava, ma il successo era grande: il registro di mastro La Hurire era arricchito da un grandissimo numero di firme, e la cosa era molto lusinghiera per lui, poich Saint-Germain-l'Auxerrois, poco distante gli faceva una terribile concorrenza.
Mentre la gente si affollava dunque per firmare, si vide giungere, fendendo la calca a spintoni, un uomo che, presa la penna di mano a chi gliela tendeva, tracci la sua firma con tanti ghirigori e tanti svolazzi che, bench brevissima, riusc, da sola, a riempire mezza pagina. Poi pass la penna a colui che gli stava pi vicino.
- Chicot - lesse costui. - Peste! Eccone uno che sa scrivere superbamente!
Dopo aver firmato sul registro di La Hurire, Chicot pass ad uno degli aiutanti dell'oste, che teneva un altro registro, e presa la penna da un mercante, torn a vergare anche sul nuovo registro quella sua rutilante firma. Quindi chiese a La Hurire se non avesse un terzo registro, ma La Hurire, che non tollerava gli scherzi, lo guard di traverso, masticando il nome di ugonotto. Chicot rispose con l'epiteto di bettoliere, e la cosa sarebbe certamente terminata male se, al momento in cui stava per metter mano alla spada, Chicot non si fosse sentito pizzicare il braccio. Si volse e, non senza stupore, riconobbe il re con Qulus e Maugiron. Erano tutti e tre camuffati da borghesi, e oltre alle lunghe spade portavano ciascuno un archibugio sulla spalla.
- Ebbene, ebbene, - disse il re, - che succede? Come mai queste beghe fra buoni cattolici?
Chicot stava per rispondere, quando si fece un nuovo trambusto. Erano il cardinale e suo fratello, il duca de Mayenne che sopraggiungevano.
- Viva il signor di Guisa! - urlava la folla. - Viva il cardinale! Viva il signor de Mayenne!
- Oh, oh! - fece Enrico terzo, aggrottando la fronte. - Che cosa sono questi urli?
- Sono grida che provano come ciascuno stia bene al suo posto. Vale a dire, il signor di Guisa nella strada, e voi al Louvre. Tornateci, quindi, sire. Tornateci!
Qulus e Maugiron si posero davanti al re per rompere la folla, ed Enrico terzo, assieme al suo buffone, si mise alle loro calcagna.
Ma ecco che, al Ponte Nuovo, un altro numeroso assembramento attrasse la loro attenzione. Chicot si lev sulla punta dei piedi, e scorse, al centro di quella piccola folla, un grosso fratacchione montato a cavallo di un asino che, pochi minuti dopo, spinto dalla ressa, venne a fermarsi, ragliando, quasi ai piedi del re il quale, per vedere meglio ci che accadeva, era salito sullo zoccolo di un monumento.
- Capperi! - esclam Chicot. - Ti avevo parlato di un famoso oratore che di questi giorni predica a Saint-Mry, ma non  pi necessario di andare fin l. Sentiamo questo.
Il frate, infatti, come se avesse compreso, fece arrestare la sua cavalcatura e, alzandosi sulle staffe il pi che gli fu possibile, incominci a parlare, trinciando in aria dei grandi gesti. Ma, alle sue prime parole, ecco che l'asino prese a ragliare cos allegramente che la folla scoppi a ridere.
- Taci, Panurgo, taci! - grid il monaco. - Parlerai quando sar giunto il tuo turno, ma lascia che parli io per il primo!
- Fratelli! - riprese poi lo strano predicatore. - Questo mondo non  se non una valle di lacrime, dove l'uomo pu dissetarsi soltanto con le lacrime spremute dai suoi stessi occhi.
-  ubriaco fradicio! - osserv il re.
- Certamente! - approv Chicot.
- Io stesso che vi parlo, torno ora dall'esilio, e sono otto giorni che Panurgo ed io viviamo di elemosine e di privazioni! Ora, siamo di nuovo a Parigi, per vedere ci che accade. Volete dirmi quel che avviene?  oggi che sar deposto Erode?  oggi che, finalmente, il re sar costretto ad entrare in un convento? Povero me! - continu poi il frate, cui il troppo vino impediva di seguire il filo del discorso. - Io sono uscito da Parigi con due compagni di viaggio: Panurgo, che  il mio asino, e Chicot, che  il buffone di Sua Maest. Signori, potete dirmi che cosa  stato di Chicot?
- Ah! - disse il re, mentre Chicot faceva una smorfia. -  tuo amico?
Qulus e Maugiron scoppiarono a ridere.
-  Gorenflot, Enrico, - disse il buffone. - Sai, quel caro Gorenflot di cui ti ha parlato il signor di Morvilliers.
- Allora lo far impiccare.
-  impossibile: non ha collo.
- Fratelli, - badava intanto a dire Gorenflot, - ecco davanti a voi un vero martire. In questo momento, si sta difendendo la mia causa, assieme a quella di tutti i buoni cattolici. A Lione, abbiamo gi dovuto uccidere un ugonotto! Ma uno solo non basta! Bisogna sterminarli tutti. Tutti! Alle armi, fratelli miei, dunque. Alle armi!
Varie voci ripeterono: "Alle armi!".
- Se non tace, quello fa scoppiare davvero una seconda notte di San Bartolomeo, - disse il re.
- Aspetta, - disse Chicot.
E presa una cerbottana dalle mani di Qulus, si avvicin al monaco scaricandogli con tutte le sue forze un colpo di tale strumento sulle spalle.
- All'assassino! - url il frate.
- Non vuoi dunque star zitto, animale?
- Al diavolo tutti i Guasconi! - strill il monaco avendo riconosciuto Chicot.
Ed avrebbe ancora continuato se un secondo colpo, non pi di cerbottana, ma di bastone, non fosse caduto sulle spalle di Gorenflot, il quale si lasci sfuggire un vero ruggito di dolore. Chicot, stupito, si guard attorno, ma colui che aveva menata quella gran botta, cercava di perdersi nella folla.
- Oh, oh! - pens il Guascone. - Chiss chi  stato colui che ci ha vendicato cos!
E si mise ad inseguire l'uomo del bastone, che si allontanava lungo le rive della Senna, scortato da un solo compagno.
Chicot era dotato di un paio di gambe eccellenti, ed avrebbe potuto raggiungerlo con molta facilit, se non si fosse avveduto, dal portamento dei due, di alcunch di minaccioso e pens esser pi prudente non provocare un loro troppo improvviso riconoscimento, dappoich avevano l'aria di volerlo evitare.
Si mise, dunque, a seguirli, con ogni precauzione, fino alla via della Ferronerie, dove, non senza meraviglia, si avvide che i due erano il re Enrico di Navarra, ed il suo fedele compagno Agrippa d'Aubign.
- Vediamo un poco - si disse allora Chicot. - Devo informare il re della presenza del Bearnese a Parigi? - Medit un istante, e poi croll la testa. - No, - soggiunse, - no! Non sar io colui che denuncier due uomini che si nascondono: Bene, per, questa  stata una giornata magnifica! Ho visto il cardinale di Guisa, ed il duca de Mayenna. Ho visto il re Enrico di Valois, ed il re Enrico di Navarra. Alla mia collezione manca soltanto il duca d'Anjou, ma lo voglio trovare. Vediamo un poco dove si sar cacciato...
E si avvi a lunghi passi verso Saint-Germain-l'Auxerrois. Tuttavia, egli non era il solo, a cercare il duca d'Anjou, anche i Guisa lo volevano vedere, ma il principe pareva scomparso. In via Bthing, il buffone incontr il signor di Monsoreau ed il duca di Guisa, occupatissimi a versare ripetutamente da bere, sulla soglia di un'osteria, a un oratore in cui speravano, cos, di eccitare la balbettante eloquenza.
E questo oratore era Gorenflot, che ubriaco fradicio, stava narrando il suo viaggio a Lione, e la storia del duello, dicendo d'esser stato lui a battersi, con un seguace di Calvino, in un albergo.
Quella confessione spavent il Guascone il quale temeva che, da un momento all'altro, il frate si lasciasse sfuggire il suo nome. Quindi non perse tempo: tagli le redini di un paio di cavalli legati agli anelli infissi nei muri delle case e a scudisciate li lanci al galoppo contro il gruppo di curiosi che stavano ascoltando il frate. La folla si sband e Chicot si lanci sul monaco, caricandolo di improperi.
- Assassino! Pagano! Infame! Ti nutro, ti riempio lo stomaco e le tasche, e tu mi tradisci cos!
- Ah, signor Chicot! - fece il frate, intenerito.
- Niente ah! Ecco quello che ti meriti!
E gi una scarica di legnate sull'asino, per farlo correre, e sulle spalle di Gorenflot per punirlo. Panurgo prese il trotto, e in breve i tre giunsero al "Corno dell'Abbondanza" dove due aiutanti di mastro Bonhomet scaricarono il frate come se fosse stato un sacco e lo portarono nello stanzino gi conosciuto dai nostri lettori, dove Gorenflot si mise subito a russare.
- Bene, - disse allora Chicot a Bonhomet che era venuto a portargli quella notizia. - Ma siccome un giorno o l'altro si sveglier, ed io non voglio che sappia come  tornato qui, mi raccomando di tacere. Non sarebbe nemmeno tanto male se gli lasciaste credere che non  mai uscito di qui, da quella famosa notte, e che quello che  accaduto dopo sia tutto un sogno che ha fatto.
- Ho capito e basta, signor Chicot, - rispose l'oste. - Ma che cosa gli  accaduto?
- Una grande disgrazia: sembra che, a Lione, abbia fatto questione con un inviato del signor de Mayenne, e lo abbia ucciso! Il signor de Mayenne, a quanto pare, ha giurato di farlo arrotare vivo, se lo prende...
- State pur tranquillo che non uscir di qui, signor Chicot, - promise Bonhomet.
- Alla buon'ora! - esclam il Guascone.
E rassicurato sulla sorte di Gorenflot, si rimise in cammino verso il palazzo di Francesco d'Anjou.

 CAPITOLO 13.
FUGHE VERSO LA PROVINCIA.
Tornato al suo palazzo, Bussy, dopo l'affronto ricevuto dal duca d'Anjou, fu preso da un fortissimo accesso di febbre, che il buon Remy seppe curare con affettuosa sollecitudine, tanto che il giorno stesso in cui Chicot andava cercando dappertutto il duca d'Anjou, il gentiluomo pot uscire, al braccio del suo medico, per una breve passeggiata da lui consigliatagli.
Sebbene ancor debole, Bussy accett il consiglio, e si appoggi al braccio di Remy che, chiacchierando senza fermarsi un istante per cercare di rendergli un po' di buon umore, lo condusse verso la chiesa di Santa Maria l'Egiziaca.
- Che buffa idea la tua! - esclam il conte quando vide dove il suo medico lo aveva condotto. - Non ho nessuna voglia di perder del tempo qui, oggi. Andiamocene!
- No, - rispose Remy. - Aspettiamo almeno la fine del servizio divino che, d'altronde,  gi quasi terminato.
E le Handouin trattenne il conte per un braccio. Tuttavia, non ebbero a rimanere a lungo, poich, di l a qualche istante, i fedeli incominciarono a svuotare il tempio e Bussy, come gli altri, si diresse verso la porta, cos assorto nei suoi pensieri da nemmeno accorgersi di quello che gli accadeva attorno. E fu ancora Remy che lo richiam alla realt.
- Ebbene, - disse, - uscite dunque senza nemmeno prendere l'acqua benedetta. Dove avete mai la testa?
Bussy, docile come uno scolaretto si avvi verso la pila e le Handouin seppe destramente approfittare di quel suo movimento per fare un cenno ad una giovane donna che tosto mosse verso lo stesso punto cui si dirigeva Bussy. Cos, nel momento stesso in cui egli immergeva le dita nell'acqua benedetta, una mano di donna, un po' rossa, un po' grossa, forse, faceva altrettanto. Bussy non pot fare a meno di risalire con lo sguardo da quella mano al viso della donna ma, non appena vi ebbe posti gli occhi, impallid dando un passo indietro, perch aveva riconosciuta Gertrude, sebbene questa celasse il viso a met sotto un velo nero.
Fu tanta la sua meraviglia che rimase l, a braccio teso, senza pensare di segnarsi, mentre Gertrude, passando, lo salutava, avviata verso il portico esterno della chiesa. E, a due passi dietro di lei che camminava tenendo i gomiti allargati come per farsi strada fra la gente, seguiva una donna accuratamente avvolta in una mantiglia di seta. Una donna che Bussy riconobbe immediatamente.
Remy ora non aveva pi nulla da dire, e si accontentava di stare a guardare. Ora, Bussy che aveva compreso perch il medico lo avesse condotto l, si era messo a seguire la donna, mentre Remy si era posto alle sue calcagna.
Era una strana sfilata, quella delle quattro figure che si seguivano a passo uguale, e se il pallore e la tristezza di due di esse non avessero denotato il loro dolore, vi si sarebbe potuto anche trovare una certa nota umoristica.
Gertrude, che precedeva, svoltata in via Montmartre che segu per qualche poco, ad un tratto si gett in un vicoletto a destra, dove s'apriva una porta.
Bussy esit a seguire le due donne, ma Remy lo incit. Gertrude, davanti a quella porta, trasse di tasca una chiave, ed aperse, facendo entrare la sua padrona la quale pass senza nemmeno volgere il capo. Le Handouin disse qualche parola alla cameriera, e si scost per fare entrare Bussy. Poi entr anch'egli assieme a Gertrude, che chiuse l'uscio. Erano circa le sette e mezzo della sera, e la temperatura, in quei primi giorni di maggio, era davvero primaverile.
Bussy si guard attorno, e si accorse di trovarsi in un giardino: sotto ad un pergolato gi coperto di tenere foglie di gelsomini e di clematidi, Diana sedeva su di una piccola panca di legno, con la fronte china e le braccia penzoloni. I due giovani erano soli, poich Remy e Gertrude si erano tratti discretamente in disparte. Bussy si avvicin a Diana, ed ella lev il capo.
- Signor conte, - diss'ella con voce timida, - ogni dissimulazione sarebbe indegna di noi. Non  stato il caso a condurvi a Santa Maria l'Egiziaca dove mi avete incontrata poco fa.
- Signora, - rispose Bussy, - io vi giuro che non sapevo di trovarvi l.  stato Remy...
- V'ingannate sul senso delle mie parole, signore, - disse tristemente Diana. - Ma, ditemi, se voi aveste saputo perch Remy vi conduceva l, ci sareste venuto?
- Oh, signora!
-  naturale... Signore, voi mi avete reso un grande servigio, ed io non vi avevo ancora ringraziato. Per questo...
- Signora! - balbett Bussy, tanto stordito da non essere nemmeno capace di trovare un'idea n una parola.
- Io ho voluto provarvi, - continu Diana animandosi a poco a poco, - che non sono una donna ingrata e che il mio cuore non dimentica. Sono stata io a pregare il signor Remy di procurarmi l'onore di questo colloquio, fissando anche il luogo. Se ci vi  dispiaciuto, perdonatemi.
- Oh, signora! Non pensatelo nemmeno! - esclam Bussy, portandosi una mano al cuore, mentre le idee gli tornavano chiare al cervello.
- So, - continu Diana che era la pi forte poich da tempo andava preparandosi a quell'incontro, - quanta fatica vi sia costato ci che avete fatto per me. Conosco la vostra delicatezza, come conosco, credetemi, e apprezzo voi stesso. Immaginate, dunque, quanto ho dovuto soffrire temendo che non mi comprendeste.
- Signora, - disse Bussy, - son tre giorni che sono ammalato.
- Lo so, - rispose Diana arrossendo, - ed io soffrivo pi di voi, poich il signor Remy mi lasciava credere...
- Che fosse il vostro oblio quello che causava le mie sofferenze. Ebbene, era vero!
- E cos ho dovuto fare questo passo per vedervi, per ringraziarvi e per giurarvi una riconoscenza eterna. Credete che vi parlo con tutto il cuore.
- Signora, - disse Bussy, scuotendo tristemente il capo, - chi prova dell'amicizia per qualcuno la dimostra come pu. Voi, la sera della vostra presentazione a corte, sapevate che io ero l; dovevate sentire i miei sguardi su di voi, eppure non avete levato gli occhi verso di me nemmeno per un istante. Ma forse sono io che ho torto, signora: voi non mi avevate visto che due volte, e forse non mi avete riconosciuto.
Diana rispose con uno sguardo di rimprovero cos triste che Bussy ne fu sconvolto.
- Perdonatemi, signora, perdonatemi! Voi, pur non essendo una donna come le altre, accettate questo matrimonio, pur cos facile a disciogliere.
-  insolubile, invece.
- Ma nulla vi diceva come, vicino a voi, vegliasse un uomo devoto?
- Era appunto ci, che mi spaventava, - rispose ella, abbassando gli occhi e, continuando a parlare con grande dignit, soggiunse: - Una donna non cambia di nome senza grave danno per il suo onore, soprattutto quando vivono ancora due uomini dell'uno dei quali ella ha lasciato il nome per prendere quello dell'altro.
- Ma voi avete conservato quello di Monsoreau, dunque lo preferite!
- Lo credete? - balbett Diana. - Ebbene, tanto meglio.
E gli occhi le si riempirono di lacrime, mentre Bussy si metteva a passeggiare come una belva in gabbia.
- Del resto, - disse poi, - eccomi ridivenuto, signora, quello che ero prima, per voi: uno sconosciuto!
- Ahim! - sospir Diana.
- Il vostro silenzio lo prova.
- Non posso farmi comprendere che tacendo.
- Il vostro silenzio, signora,  la continuazione della vostra accoglienza al Louvre. L non mi avete visto: qui non mi parlate.
- Al Louvre c'era il signor di Monsoreau, che  terribilmente geloso.
- Geloso? Ma che cosa vuole, dunque, Dio mio? Che felicit pu ancora desiderare, quando tutti gli invidiano la sua?
- Vi dico che  geloso, signore. Da qualche giorno ha notato che qualcuno si aggirava attorno alla nostra nuova casa...
- Non abitate dunque pi in via Sant'Antonio?
- Come? - grid Diana senza riflettere. - Non eravate, dunque voi?
- Signora, da quella sera, io sono stato a letto, morente per la febbre che mi divora. Vedete dunque che vostro marito non pu essere geloso di me, perch quello che si aggirava attorno alla vostra casa, non ero io!
- Ebbene, signor conte, se  vero che desideravate rivedermi, ringraziate quello sconosciuto.  per causa sua che, conoscendo il signor di Monsoreau come lo conosco io, ho tremato per voi ed ho voluto vedervi per pregarvi di non esporvi cos, e di non rendermi pi infelice di quanto lo sono gi.
- Rassicuratevi, signora. Davvero non ero io.
- Ed ora, lasciatemi terminare tutto ci che avevo da dirvi. Per paura di quell'uomo il signor di Monsoreau pretende che io lasci Parigi. Cos, - aggiunse ella levandosi e tendendo la mano a Bussy, - questa  l'ultima volta che ci vediamo. Domani partir per Mridor. Non ho che questo mezzo per rassicurare il signor di Monsoreau, e per ritrovare la mia tranquillit. D'altra parte, io odio Parigi, la societ, il Louvre e sono contenta di potermi isolare coi miei ricordi di ragazza: forse, cos, potr ritrovare un poco dell'antica felicit. Mio padre mi accompagner, e laggi ritrover i due Saint-Luc, che si dolgono di non avermi l con loro. Addio, signor di Bussy.
- Allora tutto  finito, per me! - gemette Bussy, coprendosi il viso con le mani.
- Ma che dite mai? - esclam Diana.
- Dico, signora, che quest'uomo, esiliandovi, mi toglie l'ultima speranza che ancora mi fosse rimasta, quella di respirare la stessa aria che avreste respirato voi, quella di potervi intravvedere, qualche volta, dietro la finestra, di sfiorare il vostro abito passando. In una parola, la speranza di adorare un essere vivente e non un'ombra. Perci vi dico che quest'uomo  mio nemico mortale, e che io, dovessi rimetterci la vita, lo distrugger con le mie mani.
- Oh, signor conte!
- Il miserabile! - continu Bussy. - Non gli basta d'aver per moglie la pi bella, la pi casta delle creature, ed  ancora geloso! Mostro ridicolo!
- Oh, calmatevi, conte, calmatevi, in nome di Dio! Forse  da scusare.
- Da scusare? E siete voi che lo difendete, signora?
- Oh, se sapeste! - e Diana si copr il volto con le due mani, come se avesse temuto che Bussy, a malgrado dell'oscurit, si avvedesse del suo rossore.
- Se sapessi? - ripet Bussy. - So soltanto, signora, che si ha torto di restare al mondo quando si  vostro marito!
- Ma... - os Diana con voce rotta, sorda e ardente, - se vi ingannate? Se egli non lo fosse?
Dette queste parole, Diana, sfiorate con le sue mani gelide quelle brucianti di Bussy, fugg leggera come un'ombra prima ancora che Bussy pazzo di radiosa felicit, avesse soltanto il tempo di tendere le braccia per trattenerla.
Si lasci sfuggire un grido, e barcoll: Remy giunse appena in tempo per raccoglierlo fra le braccia, e farlo sedere sulla panchina su cui era stata seduta Diana.
Mentre Bussy, al quale ormai pareva essersi schiuso il paradiso, tornava a casa, a d'pernon e a Schomberg, che per bravata si erano staccati dalla scorta del re, pochi minuti dopo d'essere usciti con lui dal Louvre, accadeva un'avventura per met comica e per l'altra met tragica, la quale ebbe il dono di mettere il colmo al malumore di Enrico terzo, il quale era gi tornato al Louvre furibondo per tutte quelle grida di "Evviva il duca d'Anjou!" che aveva udite per le vie, e per le forsennate prediche ascoltate in tutte le chiese nelle quali era entrato.
D'pernon e Schomberg, in vena di commettere qualche bravata, si erano divertiti il primo, a dar lo sgambetto ad un borghese che correva, mandandolo a ruzzolare a dieci passi di distanza, e il secondo a togliere la cuffia ad una donna. Tanto il borghese quanto la donna si erano messi a strillare, e in breve i due furono presi in mezzo da una folla inferocita. D'pernon, il meno coraggioso dei due, riusc a fuggire, ma non senza che gli venissero strappati di dosso gli abiti, e Schomberg, il quale aveva tentato di reagire, venne preso e tuffato in una vasca d'indaco nella bottega di un tintore, uscendone tutto azzurro, dalla punta del capo alla punta dei piedi. Non contenti di ci, i borghesi avevano costretti entrambi i favoriti del re a gridare "Evviva il duca d'Anjou!" e ci proprio mentre Bussy passava in quei paraggi per tornare a casa.
Una giornata cos agitata non poteva terminar bene: la notte stessa il re trattenne il duca d'Anjou prigioniero al Louvre, nell'appartamento da lui occupato, e che, come il lettore ricorda, era quello una volta destinato a Margherita di Navarra, mettendovi di guardia i suoi quattro favoriti. Questi provvedimenti erano stati presi dietro il consiglio di Chicot, il quale, cos, provava a se stesso di esser lui il vero re di Francia.
Il giorno seguente, alle nove e mezzo del mattino, Bussy stava facendo colazione con Remy, il quale cercava di confortarlo, quando un valletto venne ad avvertire il conte che un gentiluomo attendeva, in anticamera d'esser introdotto presso di lui, perch aveva molto bisogno di parlargli.
- Parlare con me? E cos presto? Chi ?
- Un signore alto, dall'aspetto un po' ridicolo, ma di persona per bene.
- Va bene, fallo entrare.
Un istante dopo, colui che si era fatto annunciare compariva sulla soglia.
- Ah, Dio mio! - esclam Bussy levandosi d'un balzo alla vista del visitatore, mentre Remy, per discrezione, si ritirava in uno stanzino contiguo. - Il signor Chicot!
- Proprio io, signor conte.
Lo sguardo di Bussy esprimeva tanta meraviglia che il Guascone pens di venir subito sull'argomento che lo aveva condotto l e, con molta seriet, disse:
- Signore, sono venuto a proporvi un piccolo contratto.
- Parlate, signore, - rispose Bussy, non ancora rimesso dalla sua sorpresa.
- Che cosa mi dareste, voi, se vi rendessi un grande servigio?
- Tutto sta dalla natura del servigio, - rispose Bussy, un po' aspramente.
- Signore, - disse Chicot, fingendo di non notare quel tono e sedendo con le lunghe gambe accavallate - vi faccio notare che non mi fate l'onore di invitarmi a sedere.
Bussy arross.
-  tanto di pi da aggiungere - disse Chicot - alla ricompensa che mi dovrete quando vi avr reso il servigio di cui vi ho parlato.
Questa volta Bussy non rispose.
- Signor conte, - continu Chicot senza smontarsi, - conoscete l'esistenza della Lega?
- Ne ho sentito parlare molto - rispose Bussy incominciando a prestare attenzione.
- Ebbene, signore, - prosegu Chicot, - quand' cos, voi dovete sapere che si tratta di una associazione di onesti cattolici, riuniti allo scopo di massacrare religiosamonte gli ugonotti. Fate parte della Lega, voi, signore? Io s.
- Ma, signore!
- Dite soltanto s o no.
- Permettetemi di meravigliarmi! - disse Bussy.
- Avevo l'onore di chiedervi se facevate parte, o no, della Lega. Mi avete inteso?
- Signor Chicot, - disse il conte, - siccome non mi piacciono le domande di cui non comprendo il senso, vi prego di cambiare discorso, e aspetter ancora brevi istanti, secondo ordina l'educazione, prima di dirvi che, non piacendomi le domande, non mi piacciono nemmeno coloro che le fanno. Vediamo, dunque, signor Chicot, non ci rimane gran che di tempo.
- Benissimo! - disse Chicot. - In pochi minuti si dicono molte cose. E allora vi dir che, se non fate ancora parte della Santa Lega, lo farete presto, poich il duca d'Anjou  gi inscritto nelle liste degli addetti.
- Il duca d'Anjou? E chi ve lo ha detto?
- Egli stesso, e di persona. Ora, voi comprenderete bene che se egli fa parte della Lega, voi non potrete esimervi di esserne anche voi, che siete il suo braccio destro. La Lega sa troppo bene quel che fa, per eleggersi un capo mancante d'un braccio!
- Ebbene, signor Chicot? - chiese Bussy con un tono che incominciava ad essere cortese.
- Ebbene, - continu il Guascone, - se voi ne fate parte, o se soltanto si creder che lo facciate, vi accadr quello che  accaduto a Sua Altezza.
- E che le  dunque accaduto? - esclam Bussy.
- Signore, - rispose Chicot alzandosi e assumendo la posa di Bussy, - io non amo certe domande, come non amo chi le fa. Ho dunque voglia di lasciare che sia fatto a voi ci che questa notte  stato fatto al duca.
- Signor Chicot, - disse Bussy con un sorriso che comprendeva tutte le sue scuse, - parlate, ve ne supplinico. Dov' il duca?
- In prigione nella sua stanza, guardato a vista.
- Allora, signore, - riprese Bussy, - voi credete che la mia libert corra pericolo?
- Pericolo? Ma, signore, credo anzi che in questo stesso momento si sia... si debba... si dovrebbe essere per la strada per venire ad arrestarvi.
Bussy trasal.
- Vi piace la Bastiglia, signor di Bussy?  un luogo molto adatto alle meditazioni, e la cucina del Governatore, signor Laurent Testu , a quanto dicono, abbastanza buona.
- E mi metterebbero alla bastiglia? - chiese il conte.
- In fede mia! Debbo avere in tasca qualche cosa come l'ordine di condurvici, signor di Bussy. Volete vederlo?
E Chicot trasse effettivamente dalle tasche un ordine del re che comandava di arrestare, dovunque si trovasse, il signor Luigi di Clermont, conte di Bussy d'Amboise.
- Redatto dal signor di Qulus, - aggiunse Chicot, -  scritto molto bene.
- Dunque, signore, - esclam Bussy commosso, - mi rendete davvero un servizio?
- Credo di s, - rispose il Guascone. - Non siete anche voi dello stesso parere?
- Signore, - disse Bussy, - vi prego di trattar con me da quel gentiluomo che siete: non sar poi per nuocermi in qualche altro modo, che mi salvate oggi? Perch voi amate il re, ed il re non mi pu soffrire.
- Signor conte, - rispose Chicot con un mezzo inchino - Vi salvo solo per salvarvi. Ed ora siete libero di pensare quello che volete della mia azione. Del resto, dimenticate che vi avevo chiesto un favore?
- Che vi render con tutto il cuore, signor Chicot, in fede di Bussy.
- Quand' cos basta. Ed ora, montate a cavallo e scomparite, mentre io vado a portare a chi di diritto l'ordine di arrestarvi.
- Ma, non dovevate arrestarmi voi stesso?
- Per chi mi prendete, dunque? Io sono un gentiluomo, signore!
- Per, fuggendo, abbandono il mio principe...
- Non abbiate di simili rimorsi, perch, lui, vi ha gi abbandonato.
- Siete un degno gentiluomo, signor Chicot, - disse Bussy al Guascone.
- Lo so da un pezzo, perbacco! - rispose questi.
Bussy poi chiam Le Haudouin.
- I nostri cavalli! Presto!
- Sono gi sellati, monsignore - rispose tranquillamente il medico.
- Ecco, signore - osserv Chicot, - un giovanotto pieno di spirito.
- Lo so da un pezzo, perbacco! - disse Remy.
Bussy raccolse alcuni mucchietti di scudi con i quali riemp le sue tasche e quelle di Remy, dopo di che, salutando Chicot e ringraziandolo per l'ultima volta; fece per discendere.
- Volete permettermi, signore - chiese allora Chicot, - di assistere alla vostra partenza? - e segu il conte ed il medico alla scuderia, dove due cavalli sellati attendevano gi.
- Dove andiamo? - chiese con finta noncuranza Remy.
- Ma... - fece Bussy esitante.
- Che ne direste della Normandia? - insinu il Guascone.
- No - rispose Bussy, -  troppa vicina.
- E delle Fiandre, allora? - insistette il Guascone.
- Sono troppo distanti.
- Credo - disse Remy, - che fareste bene a scegliere l'Anjou, signor conte.
- Ebbene, vada per l'Anjou - approv Bussy arrossendo.
- Allora, signor conte - disse Chicot. - visto che avete gi fatta la vostra scelta e che state per partire, ho l'onore di salutarvi. Pensate a me, nelle vostre preghiere.
Ed il degno gentiluomo se ne and, con aria grave e quasi maestosa, ma con il cuore pieno di gioia, poich aveva avuta una triplice soddisfazione: quella d'aver reso un servizio ad un valoroso come Bussy, quella di aver preso parte in un nuovo intrigo, e quella d'aver reso possibile al re il colpo di stato necessario in quelle circostanze, poich, con l'ingegno e il valor di un uomo come Bussy, e lo spirito d'associazione dei Guisa, c'era pericolo di veder sorgere sulla buona citt di Parigi l'alba di una giornata terribilmente burrascosa.
Il pomeriggio di quello stesso giorno, tutto era pronto, al Louvre, per il ricevimento: le sale rigurgitavano di personaggi accorsi per assistere a quella seduta durante la quale il re avrebbe dovuto nominare un capo alla Lega, capo il cui nome - o almeno il cui supposto nome - correva gi sulle labbra di tutti.
Ma quale non fu, dunque la meraviglia di tutti, dapprima nel non vedere in nessun luogo il duca d'Anjou, e, poi, udendo che il re proclamava se stesso a capo della Lega!
Meraviglia la quale aument ancora mille doppi, quando Enrico terzo, fatto firmare dagli astanti i documenti necessari, disse al duca di Guisa:
- Ora che la Lega  fatta, e servir, come voi pensavate, per difendere la capitale, affido a voi, cugino mio, nella vostra qualit di primo condottiero del regno, il comando generale dell'esercito, pregandovi di partire subita per andare ad assumere il vostro posto.
- Sciocco! - fece Chicot al re. - Se mi avessi dato retta!
Ma ormai Enrico stava firmando il decreto che porse al duca di Guisa il quale lo prese, ed usc tosto dalla sala, alla cui porta lo attendevano il cardinale ed il signor de Mayenne. Montarono tutti e tre a cavallo, e partirono all'istante. Dieci minuti dopo, mentre l'assemblea si scioglieva, essi erano gi fuori di Parigi.
Per le vie, qualcuno gridava "Viva il re!", e qualche altro "Viva la Lega!".
Quella sera stessa, mentre Chicot presentava al re le prove della cospirazione dei Guisa, col rimettergli l'albero genealogico della loro famiglia da lui preso a Lione, a mastro Nicolas David, nell'appartamento del duca d'Anjou, il quale si attendeva di venir messo a morte da un momento all'altro dal suo terribile fratello, accadeva un altro fatto, non meno importante di quelli cui abbiamo accennato.
Solo nella sua stanza, mentre i quattro favoriti del re vegliavano in anticamera, il duca d'Anjou rifletteva, pentendosi di essersi messo in dissidio con Bussy, il pi valoroso dei suoi amici, e quello su cui avrebbe sempre potuto contare. Certamente, se i loro rapporti fossero rimasti quali erano una volta, a quell'ora Bussy avrebbe vegliato su di lui. E questo avrebbe voluto significare e la libert probabile e la vendetta sicura.
Ma Bussy, offeso, si era ritirato sotto la sua tenda, ed il prigioniero era chiuso in una stanza a quindici metri dal suolo, senza contare i quattro guardiani che gli sarebbe stato necessario mettere fuori combattimento per uscire nei corridoi, qualora la via della finestra fosse stata impraticabile. Ma, anche se fosse riuscito a forzare l'uscita dai corridoi, avrebbe dovuto attraversare i cortili pieni di svizzeri e di soldati.
Di quando in quando, dava un'occhiata fuori della finestra, oltre il fossato che cingeva il palazzo del Louvre, e si sentiva prendere dalle vertigini.
Al di l del fossato, si stendeva una specie di spiaggia, larga cinque metri circa, oltre la quale si vedeva scorrere la Senna, calma come uno specchio.
Era tanto agitato, il duca, e provava tanta paura, che si sarebbe messo a piangere. Ma ecco che, mentre stava dando le volte per la stanza, un sasso, rompendo uno dei vetri della finestra, venne a colpirlo all'anca.
La sua prima idea, data la forza con cui era stato colpito, fu che si trattasse di un proiettile d'archibugio, ma tosto scorse ai suoi piedi la pietra, e la raccolse. Era avvolta in un pezzo di carta. Allora le sue idee parvero cambiare indirizzo, ed un sudorino freddo gli bagn la fronte, poich anche la speranza, come il terrore, ha le sue angoscie. Sciolse il cordoncino di seta che teneva la carta avvolta attorno al sasso, e avvicinandosi al lampadario vide che si trattava di una lettera, la quale diceva:
"Se amate la libert, entrate nello stanzino in cui la regina di Navarra teneva un armadio che c' ancora. Apritelo e, spostandone il fondo, troverete un nascondiglio che custodisce una scala di seta. Attaccatela al balcone, e due braccia vigorose la terranno tesa. Poi, un cavallo, veloce come il pensiero, vi porter in luogo sicuro. Un amico".
- Un amico! - grid il principe. - Oh, io non sapevo di avere amici! Chi sar mai, questo, che pensa a me?
Corse alla finestra, ma non riusc a scorgere anima viva.
- Che sia un tranello? - pens - Tuttavia, incominciamo a visitare l'armadio.
Col cuore che gli batteva violentemente, corse allo stanzino ed aperse il mobile come gli era stato indicato: effettivamente il suo doppio fondo conteneva una scala di corda di seta. La svolse, l'esamin. Era solidissima e contava trentotto scalini: la distanza esatta.
Torn ancora alla finestra, e questa volta scorse, nella nebbia che saliva dal fiume, la sagoma di tre cavalli e quella di due uomini.
- Saranno Bussy, ed il suo fedele le Haudouin - si disse. Spense la luce, aperse la finestra, attacc la scala al davanzale del balcone che scavalc, e si mise a discendere. Tosto sent che, dal fondo, qualcuno la teneva tesa.
Stava gi per toccar terra, quando si sent sollevare da due forti braccia, mentre una voce sorda gli sussurrava all'orecchio:
- Eccovi finalmente in salvo!
Lo spinsero su per la proda del fossato, e lo fecero correre fino ai cavalli. In un istante furono in groppa, e la stessa voce che aveva gi parlato ordin:
- Spronate!
E i tre partirono al gran galoppo, dirigendosi verso Charenton. Il cavallo del principe sembrava avesse le ali. Poi, quando ebbero percorso un buon tratto di strada, quello che stava alla destra del duca, salt un fosso e prese a correr sotto gli alberi della foresta di Vincennes, dicendo:
- Seguitemi.
Queste sei parole erano state, fino ad allora, tutto quanto il duca avesse udito dalla bocca di uno dei suoi salvatori, poich era sempre stato lo stesso, quello che aveva parlato.
Quella pazza corsa incominci a rallentare soltanto quando gli alberi incominciarono a farsi pi radi, per arrestarsi poi del tutto ad uno spiazzo dove attendevano otto o dieci uomini a cavallo, armati delle loro corazze.
- Oh! Che vuol dir ci, signore? - chiese allora il duca.
- Ventre saint-gris! - esclam quello cui la domanda era stata rivolta. - Vuol dire che siamo in salvo!
- Siete dunque voi, Enrico di Navarra? - chiese il duca, stupefatto, al sentire quella interiezione cos comune sulle labbra del Bearnese.
- Eh, - rispose questi, - non dovreste meravigliarvene! Non siamo alleati?
- E dove volete condurmi, caro cugino? - chiese ancora Francesco, pieno di apprensione.
- Dove vorrete - rispose Enrico. - Soltanto, dobbiamo andare in fretta, poich il re di Francia ha delle scuderie meglio provviste delle nostre...
- Davvero? Posso davvero andare dove voglio?
- Certamente. Aspetto i vostri ordini.
- Ebbene, quand' cos, andiamo a Angers.
- E andiamo ad Angers. L vi troverete come in casa vostra. Ma io, in vista della citt vi lascier per spronare verso la Navarra. E debbo ringraziarvi di una cosa: di non aver fatto causa comune coi miei nemici. Per questo vi ho liberato. Su, Agrippa, - aggiunse poi, rivolto al suo compagno, - cambiamo i cavalli, e ripartiamo a spron battuto!

 CAPITOLO 14.
GLI AMANTI.
Mentre Parigi era in tanto fermento, la signora di Monsoreau, scortata dal padre e da alcuni servitori, viaggiava, a giornate di dieci leghe ciascuna, verso Mridor, incominciando a godere un poco di quella libert tanto cara alla gente che ha sofferto. Persino il vecchio barone sembrava ringiovanito di vent'anni.
Tuttavia, Diana sembrava inquieta, e tratto tratto volgeva lo sguardo indietro, come se avesse temuto di essere inseguita, cosa che non manc di attrarre l'attenzione del padre, il quale, finalmente, si decise a parlare.
- Carta Diana, non devi temere di nulla - le disse, in tono rassicurante.
- E di che cosa dovrei temere, pap? - chiese Diana.
- Ma... non ti voltavi per vedere se il signor di Monsoreau non ci insegue?
- Ah...  vero! S, guardavo indietro per quello - si scus ella, tornando a volgere lo sguardo alla strada gi percorsa.
Cos, verso la fine dell'ottavo giorno, giunsero a Mridor, dove furono accolti dalla signora di Saint Luc e da suo marito.
E, da allora, incominci per tutti una vita quieta e pastorale. Mentre il barone e il giovane Saint-Luc cacciavano nelle foreste, Diana e Giovanna, sedute all'ombra di qualche albero nell'immenso parco, si scambiavano le loro confidenze.
- Tu vuoi farmi credere d'essere felice - diceva un giorno Giovanna. - Pure, il tuo occhio cerchiato, da un'ombra azzurastra, il pallore del tuo viso, il sorriso mesto della tua bocca... Oh, Diana: vedo che hai tante cose da dire, e che non vuoi confidarmi.
- Ma no, ti assicuro che non ho proprio nulla...
- Sei dunque felice... col signor di Monsoreau?
A quelle parole Diana trasal.
- Vedi, dunque! - esclam Giovanna con tenero rimprovero.
- Col signor di Monsoreau! - ripet Diana. - Perch hai pronunciato quel nome? Perch hai evocato quel fantasma, ora che mi credevo quasi felice?
- Allora so perch il tuo occhio  cerchiato di bistro, e perch si leva cos spesso a cercare il cielo. Ma non capisco ancora perch la tua bocca tenti di sorridere.
Diana scosse tristemente il capo.
- Mi avevi detto - continu Giovanna, cingendole le spalle con un braccio, - che il signor di Bussy aveva dimostrato molto interesse ai tuoi casi... - Diana arross, e Giovanna continu: -  uno squisito cavaliere, il signor di Bussy.
Diana appoggi il capo alla spalla dell'amica.
- Oh, no - disse. - Il signor di Bussy non pensa pi a Diana di Mridor. Altrimenti, si sarebbe comportato in altro modo. Pensa, quel giorno, se fosse venuto alle porta della chiesa con un cavallo, avrebbe potuto rapirmi come se nulla fosse! Ed io che, per non vederlo pi soffrire, avrei data volentieri la mia vita! E nemmeno quando me ne sono andata, ha cercato di trattenermi. E poi... oh, tu non sai quanto soffro!... Poi, sapendo che io tornavo a Mridor... sapendo... vedi, ne divento rossa... sapendo che il signor di Monsoreau non  mio sposo ancora... ebbene, non mi ha nemmeno seguita. Ed io, durante tutto il viaggio, non ho fatto che volgere gli sguardi indietro, per vedere se fosse sopraggiunto! No, egli non pensa pi a me. Mi capisci, adesso, cara Giovanna! Comprendi come io sia dimenticata, se non disprezzata?
Non aveva terminato di dire quelle parole, che il muro di cinta contro cui si addossava l'albero alla cui ombra erano sedute, parve crollare. Alcuni sassi rotolarono al suolo, sollevando una piccola nube di polvere, ed un uomo, varcandone la cresta fra i rami d'edera, venne a gettarsi ai piedi di Diana che lanci un grido terribile.
Giovanna aveva gi riconosciuto Bussy. Ed egli parl.
- Eccomi - mormor baciando il lembo della veste della donna amata.
Diana riconobbe quella voce e quel sorriso, e col cuore stretto, quasi soffocato da quella insperata felicit, aperse le braccia e si lasci cadere, priva di sensi, sul petto di colui che, un istante prima, stava accusando di indifferenza.
Tuttavia, non tard molto a rimettersi, e si ritrov fra le braccia di lui.
- Oh, - sospir, -  stato terribile, da parte vostra, il sorprendermi cos!
-  dunque in tal modo che mi ricevete, signora?
- Oh, no! - si affrett a dire Diana. -  davvero commovente quello che avete fatto. Ma...
- Per favore, non mettiamo avanti dei ma... - sospir Bussy.
- S. Perch per venire a me, avete scavalcato un muro, e questo, non soltanto non  bene in una persona del vostro rango, ma anche imprudente. Il mio onore, se qualcuno vi avesse visto.
- E chi avrebbe potuto vedermi?
- I nostri cacciatori, per esempio. Non  un quarto d'ora che sono passati l dietro.
- Non abbiate paura, signora. Mi so nascondere con troppa cura.
- Nascondere? Davvero? - esclam Giovanna. - Raccontateci dunque come fate, signor di Bussy!
- Prima di tutto, se non vi ho raggiunta per la strada, non  mia colpa. Io ho seguita una via, e voi un'altra. E poi, non era certamente in compagnia di vostro padre e alla presenza dei vostri servitori, che avrei voluto rivedervi, poich temo di compromettervi pi di quanto non possiate credere. Ed ho fatta la strada mangiando il manico del mio frustino.
- Poveretto - comment Giovanna, - siete infatti dimagrito!
- Quando voi arrivaste - continu Bussy, - ero gi alloggiato in uno dei sobborghi della citt, e vi vidi passare nascosto dietro all'imposta della mia stanza. Dal mio abito color cannella, comprenderete come io nasconda la mia identit. Qui mi credono un mercante, perch questo colore  molto portato dai mercanti di stoffe e dagli orafi. Inoltre, mi son dato un'aria indaffarata che non disdirebbe ad un botanico in cerca di erbe. Insomma, fino ad ora sono riuscito a non farmi notare.
- E chi creder mai, a corte, che il bel Bussy sia rimasto due giorni in una citt di provincia senza che nessuno rimarcasse la sua presenza? - esclam Giovanna.
- Continuate, conte - disse Diana arrossendo. - Come avete fatto a trovare il nostro luogo prediletto?
- Ieri ho seguita tutta la cinta del parco, che  molto lunga, e arrampicandomi qua e l, nella speranza di scorgervi. Finalmente, quando stavo gi per disperare, vi ho vista, verso sera, mentre stavate per rientrare in casa. Varcai il muro di un balzo, ed ebbi la fortuna di cascare qui, dove l'erba ed il muschio, calpestati, mi dissero che questo poteva essere il vostro rifugio nelle ore in cui il sole  pi caldo. Allora marcai il posto, come fanno i cacciatori, e col cuore pieno di gioia poich vi avevo vista, tornai a casa.
-  un bel romanzo - osserv Giovanna. - E la vostra condotta  bella ed eroica. Ma io, che non amo arrampicarmi sugli alberi, avrei cercato di non strappare i miei panni, e di conservare il candore delle mie mani. Vedete come vi siete conciato, a scavalcare quel anuro.
- Lo so. Ma altrimenti non avrei visto colei che venivo a cercar di vedere.
- Al contrario, avrei vista molto pi comodamente Diana di Mridor, ed anche la signora di Saint-Luc, poich sarei venuta direttamente al castello e mi sarei fatta annunciare. Il barone di Mridor mi avrebbe stretta fra le sue braccia, e la signora di Monsoreau mi avrebbe fatta sedere vicino a lei a tavola, mentre il signor di Saint-Luc mi avrebbe usato un mondo di cortesie. Non era pi semplice?
Bussy scosse il capo sorridendo, e fissando Diana.
- Oh no! - disse. - No! Questo sarebbe stato buono per chiunque, ma non per me.
Diana arross sorridendo.
- Andiamo, dunque! - esclam Giovanna. - A quanto sembra, io non comprendo pi nulla delle buone maniere!
- Non  questo! - rispose Bussy tornando a scuotere il capo. -  che io non potevo venire al castello. La signora  sposata, e il signor barone deve al marito di sua figlia, chiunque esso sia, una sorveglianza severa.
- Bene - not Giovanna punta nell'amor proprio, - ecco una lezione d'educazione. Grazie, signor di Bussy, poich la meritavo. E questo mi insegner ad immischiarmi nelle faccende dei pazzi o degli innamorati, che fa lo stesso. Di conseguenza...
Baci rapidamente Diana, fece un rapido inchino a Bussy, e si allontan. Diana avrebbe voluto trattenerla, ma Bussy le prese la mano, e cos dovette lasciare che Giovanna scomparisse nel parco.
Bussy e Diana rimasero soli, e la giovane donna sedette arrossendo, mentre Bussy si accoccolava ai suoi piedi.
- Non  forse vero, signora - chiese, - che ho fatto bene e che voi mi approvate?
- Non voglio fingere - rispose Diana, - e del resto voi conoscete i miei pensieri fino in fondo. Vi approvo,  vero, ma la mia indulgenza si fermer qui. Poco fa, quando vi desideravo, mi rendevo colpevole. Ma ero come insensata.
- Ma che dite dunque, Diana, per amor del cielo?
- Ahim, conte, dico la verit! Ho forse il diritto di rendere infelice il signor di Monsoreau che mi ha spinta a questi estremi, ma l'ho astenendomi dal rendere felice un altro uomo. Posso non farmi vedere da lui, rifiutargli i miei sorrisi ed il mio amore, ma se concedessi i miei favori ad un altro, deruberei colui che, bench a mio malgrado,  sempre il mio signore.
Bussy ascolt pazientemente questa morale, addolcita,  vero, dalla grazia di Diana.
- Posso parlare io, adesso? - chiese poi. E, come ella, ne lo pregava, soggiunse: - Ebbene, di tutto quello che avete detto, non una sola parola vi  uscita dal cuore. Contro i vostri sofismi, signora, opporr le mie verit. Voi dite che un uomo  vostro signore. Ma lo avete scelto voi? No, egli vi  stato imposto da una fatalit. Ed ora voi vorreste subire, per tutta la vostra vita, una tanto odiosa costrizione? In questo caso, toccherebbe a me di liberarvene.
Diana aperse le labbra per parlare, ma Bussy l'arrest con un cenno.
- So gi quello che vorreste rispondermi - continu. - Che, cio, se io provocassi il signor di Monsoreau e lo uccidessi, non vorreste rivedermi mai pi... Ebbene, sia! Io morir dal dolore di non potervi pi vedere, ma voi vivrete libera e felice, potendo ancora render tale un qualche galantuomo che, nella sua gioia, benedir qualche volta il mio nome, e dir: "Grazie, Bussy! Grazie! Tu ci hai liberato da quell'orribile Monsoreau". E voi stessa, Diana, che non vorreste ringraziarmi vivo, mi ringrazierete morto.
La giovane afferr una mano del conte, e la serr teneramente.
- Perch queste minacce, Bussy? - chiese.
- Minacce? Oh, Dio, che mi comprendi, conosci le mie intenzioni. Vi amo con tanto ardore, Diana, che non voglio affatto comportarmi come si comporterebbe un altro uomo. So che mi amate, poich lo avete confessato voi stessa. Inoltre, un amore come il mio, vivifica tutti i cuori che tocca. Cos non mi consumer nella disperazione. No, mi metter ai vostri ginocchi, e vi dir: "Diana, io vi amo, e questo amore durer per tutta la vita! Diana, vi giuro al cospetto del cielo che morir per voi, e morir adorandovi!". Se voi mi diceste di partire per non rubare la felicit di un altro, partirei, dicendomi che non mi amate, e che non mi amerete mai. Ed allora non mi rivedreste mai pi. Ma siccome la mia devozione per voi  ancora pi grande del mio amore, come il mio desiderio di vedervi felice sopravviver alla mia infelicit, e siccome non avr rubata la felicit di un altro, avr il diritto di prendergli la sua vita sacrificando la mia. Ecco ci che far, signora, per paura che non restiate schiava per sempre, e che non rendiate infelici quei galantuomini che vi amano.
Bussy aveva pronunciato quelle parole con gran calore, ed il rigore di Diana si squagli come la neve al sole.
- Ebbene - disse, - grazie della violenza che mi fate, amico mio.  un'altra delicatezza, per parte vostra, quella di togliermi il rimorso di avervi ceduto. Ed ora, mi amate fino alla morte, come dite? Non mi lascierete, un giorno, l'odioso rimpianto di non aver ceduto all'amore del signor di Monsoreau? Ma io non ho pi condizioni da dettare. Sono vinta, sono vostra, Bussy, per amore. Rimanete, dunque, ed ora che la mia vita  vostra, vegliate su di noi.
Dicendo queste parole, Diana gli tese una mano che egli appoggi alla bocca, ed ella, a quel bacio, fu scossa da un lungo brivido.
In quella, si ud il passo leggero di Giovanna, che si faceva annunciare da un colpetto di tosse, e le mani congiunte si sciolsero, non senza, per, che Giovanna notasse quel gesto.
- Perdonatemi se vi disturbo, miei buoni amici - disse. - Ma ci occorre rientrare, altrimenti verranno alla nostra ricerca. Signor conte, risalite sul vostro cavallo, e permetteteci di fare lentamente, perch avremo molte cose da dirci, i mille e cinquecento passi che ci separano dalla casa. Ecco che, per la vostra cocciutaggine, signor di Bussy, perderete il pranzo del castello, che sarebbe eccellente ed in modo particolare, poi, per un uomo che ha fatto una lunga cavalcata, e si  arrampicato su per delle muraglie, oltre a mille occhiate di quelle che stuzzicano mortalmente il cuore. Su, Diana, rientriamo.
E Giovanna, preso il braccio della sua amica, fece un leggero sforzo per smuoverla.
Bussy guard le due amiche sorridendo, e Diana, ancor volta a met verso di lui, gli tese la mano.
- Ebbene, - disse lui, -  questo tutto quello che mi dite?
- A domani - rispose Diana. - Non era gi stabilito?
Bussy non pot trattenere un piccolo grido di gioia: prese la mano della giovane, e vi depose un bacio. Poi, con un ultimo cenno di saluto, fugg.
Diana lo segu con gli occhi fin che le fu possibile scorgerlo. Quando fu scomparso, la voce di Giovanna la richiam a s.
- Domani - diceva l'amica, - io andr a caccia con Saint-Luc e tuo padre.
- Come, mi lasci sola al castello?
- Cara amica, - disse Giovanna, - ho anch'io certi princip di morale che mi impongono di non fare certe cose.
- Oh, Giovanna! - esclam Diana impallidendo. - Perch dirmi cose cos dure? Credevo che tu mi volessi bene, Giovanna. Che cosa  che non vuoi fare?
- Non voglio continuare - sussurr la giovane all'orecchio dell'amica, - ad impedirvi, poveri innamorati che siete, di volervi bene con tutto il vostro comodo.
Diana strinse fra le braccia l'allegra giovane, e le copr di baci il viso.
Il mattino seguente, Bussy part da Angers prima che i pi mattinieri dalla citt si fossero destati, volando sulla via che conduceva a Mridor.
Diana, che lo attendeva sulla pi alta terrazza del castello, come vide quel punto nero sulla strada, si affrett a corrergli incontro. La giornata trascorse in un lampo, e Bussy, quando Diana si risvegli da quel torpore vellutato che  il sonno di un'anima piena di felicit, le disse, stringendola sul cuore:
- Diana, mi sembra che la mia vita incominci oggi soltanto. Tu sei, senza dubbio, la luce che illumina tanta felicit, e ti ripeto quello che ti ho detto ieri: come sei tu che mi hai fatto incominciare a vivere,  per te che io morir.
- Ed io - gli rispose ella, - temo di non vivere abbastanza per godere tutti i tesori che il tuo amore mi promette. Ma perch non vieni al castello, Luigi? Mio padre sarebbe felice di vederti; il signor di Saint-Luc  tuo amico, e sa essere discreto... Pensa all'inapprezzabile dono di poter trascorrere ogni giorno un'ora di pi con te.
- Ahim, Diana! Se io venissi al castello per un'ora ci verrei per sempre. E se ci venissi, tutta la provincia verrebbe a saperlo. Di modo che, se la voce giungesse alle orecchie di quell'orco di tuo marito, egli si affretterebbe ad accorrere, e tu mi hai proibito di liberartene... Credi, per la nostra sicurezza, vale a dire per la sicurezza della nostra felicit, bisogna nascondere il nostro segreto a tutti. La signora di Saint-Luc lo sa gi. Presto lo sapr anche suo marito. Questa mattina, gli ho scritto due righe per chiedergli un appuntamento a Angers. Verr certamente, e mi far dare la sua parola d'onore che mai gli sfuggir una parola su ci che ci riguarda. E questo  davvero importante, cara Diana, poich, senza dubbio, mi stanno cercando dappertutto. Le cose erano molto gravi, quando noi abbiamo lasciato Parigi.
- Hai ragione. Inoltre, mio padre  talmente scrupoloso che sarebbe capace, per quanto mi ami, di raccontare tutto al signor di Monsoreau.
- Nascondiamoci bene, allora, e se Dio ci consegner ai nostri nemici, sar segno che era inevitabile.
- Dio  buono, Luigi. Non bisogna dubitare di lui.
- Non  di lui, che temo, ma di qualche demonio, geloso della nostra felicit.
- Allora, addio, mio signore. Ma non tornare con tanta velocit. Il tuo cavallo mi fa temere.
- Non hai nulla da temere. Per quanto generoso,  l'animale pi dolce e pi sicuro che io abbia mai montato. Quando torno in citt, immerso nei miei pi dolci pensieri,  lui che mi conduce, senza che io abbia a toccar la briglia.
I due amanti si stavano ancora scambiando gli ultimi baci quando si ud il corno di caccia avvicinarsi al castello, e Bussy dovette decidersi a partire.
Come stava avvicinandosi alla citt, mentre la sera calava, il giovane ud, alle spalle, il galoppo di alcuni cavalli. Ma, per un uomo che deve nascondersi, tutto sembra una minaccia. Bussy stava dunque chiedendosi se avesse dovuto spronare o gettarsi da qualche parte, quando fu raggiunto da due cavalieri. Allora, accontentandosi di trarsi su un lato della strada, attese che essi lo sorpassassero, e not che i due cavalli apparivano estenuati.
- Ecco la citt, - disse con forte accento guascone uno dei due. - Non ne distiamo che trecento colpi di scudiscio e cento speronate.
- Il mio cavallo non ha pi fiato; - rispose l'altro. - Ed io darei cento animali come questo per essere gi in citt.
- Sar qualche cittadino che ha fatto tardi, - pens Bussy. - Ma ecco che il suo cavallo sta per cadere. E, come i due cavalieri lo avevano ormai raggiunto, diede la voce: - Attento, signore! Togliete i piedi dalle staffe, subito! La bestia cade!
Infatti, il cavallo si abbatt su di un fianco, agit le gambe, e con un ultimo nitrito mor, soffocato dalla schiuma.
- Signore, - grid il cavaliere smontato a Bussy. - Trecento pistole per il vostro cavallo!
- Ah, no, principe! - esclam il conte che aveva, con una emozione indicibile, riconosciuto il duca di Anjou. - Prendetelo per niente.
Allo stesso tempo si sent lo scatto d'una pistola che il compagno del duca armava.
- Fermo! - grid il duca. - Fermo, signor d'Aubigu!  Bussy, o che il diavolo mi porti!
- Ah,  il signor di Bussy? - disse d'Aubigu. - Allora, monsignore, non avete pi bisogno di me, e permettetemi quindi di tornare da colui che mi ha inviato.
- Non senza aver prima ricevuto i miei pi sinceri ringraziamenti; e la promessa di una amicizia imperitura - disse il duca.
- Accetto il tutto, Monsignore. Forse, qualche giorno dovr ricordarvi le vostre parole.
- Il signor d'Aubigu! Monsignore! - esclam Bussy. - Ma io casco dalle nuvole!
- Non sapevi dunque nulla? - disse il principe con un'occhiata da malcontento e di sospetto che non sfugg al gentiluomo. - Non eri qui per attendermi?
- Diavolo! - si disse Bussy, pensando a tutto quello che la sua insospetta presenza nella provincia poteva offrire di congetture allo spirito diffidente del duca. - Non compromettiamoci! - E, a voce alta, rispose: - Facevo pi che attendervi, monsignore, poich volete entrare in citt prima della chiusura delle porte, vi offro il mio cavallo.
Il principe termin di togliere alcune carte nascoste fra la sella e la coperta del suo animale.
- Addio, dunque, monsignore - disse d'Aubigu, facendo fare voltafaccia al suo cavallo. - Signor di Bussy, servitore vostro!
E part.
Bussy salt leggermente in groppa dietro al suo signore, e guid il cavallo verso la citt, chiedendosi in cuor suo se quel cupo principe vestito di nero non fosse un demonio uscito dall'inferno per insidiare la sua felicit.
Entrarono in Angers che gi si udivano le trombe degli scabini.
- Che dobbiamo fare, Monsignore.
- Andare al castello! Che si innalzi la mia bandiera, che si chiami la citt a farmi omaggio, e che si convochi la nobilt della provincia.
In un attimo le trombe squillarono, annunciando l'arrivo del duca, e subito si udirono grida di giubilo:
- Monsignore  in citt! Evviva Monsignore!
Gli scabini, il governatore, i gentiluomini pi in vista si precipitarono verso il palazzo, seguiti da una folla che ad ogni passo si faceva pi folta.
E, come Bussy aveva preveduto, le autorit giunsero al castello prima ancora del principe, per riceverlo degnamente.
- Signori e fedelissimi amici - disse il principe. - Sono venuto a rifugiarmi nella mia buona citt d'Angers. A Parigi la mia vita  stata minacciata dai pi tremendi pericoli. Avevo persino perduta la mia libert, ma sono riuscito fuggire, grazie all'aiuto di alcuni buoni amici.
Bussy, si morse le labbra, poich comprese il significato dello sguardo ironico di Francesco d'Anjou.
- E, poich sono nella vostra citt - continu il duca, - la mia tranquillit e la mia vita sono al sicuro.
I maggiorenti, stupefatti, gridarono debolmente: "Evviva il nostro signore". Il popolaccio, che sperava nelle bazze solite ad ogni visita, grid a pieni polmoni:
- Evviva!
- Ceniamo - disse allora il duca. - Non ho mangiato nulla da questa mattina!
La citt fu illuminata, i moschetti echeggiarono per le vie e per le piazze, la campana della cattedrale prese a rintoccare, ed il vento port fino a Mridor l'eco di tanta gioia.
Quando gli spari ed il baccano si furono un po' calmati, ed il duca e Bussy si trovarono soli, il duca, che talvolta sapeva essere sottile diplomatico, volle che il giovane gentiluomo si intrattenesse con lui ancora per qualche momento. Tuttavia, Bussy era sempre pi intelligente del duca, e in quanto a diplomazia aveva dei punti da dargli da vendere, cosicch, quando, al termine di quel colloquio essi si separarono rappattumati, almeno in apparenza, il duca credeva fermamente che la presenza di Bussy nella provincia fosse dovuta al desiderio di procacciargli dei partigiani.
Quando ebbero finito il colloquio, il principe tese la mano.
- Prenderai il tuo cavallo? - chiese.
- No. Se  utile a monsignore, Sua Altezza pu tenerlo. Ne ho un altro.
- Allora accetto. I conti li faremo pi tardi.
- S monsignore, e che Dio voglia che non sia io quello che risulter debitore.
E, scuotendo il capo, Bussy strinse la mano che il principe gli porgeva.

 CAPITOLO 15.
LA STRADA DI MRIDOR.
La notte era fonda, e Bussy torn a casa a piedi. Saint-Luc, che egli attendeva non era arrivato, ma gli aveva scritto che sarebbe stato da lui il giorno seguente. Infatti, entrato in citt non appena furono aperte le porte, senza nemmeno far caso all'animazione che regnava per le vie, si diresse immediatamente alla povera casetta presso le fortificazioni, che Bussy aveva scelto per sua dimora.
I due amici si abbracciarono con effusione.
- Caro Saint-Luc - disse Bussy, - degnatevi di accettare l'ospitalit della mia povera capanna. Sono accampato qui.
- S - rispose Saint-Luc. - Come i vincitori, vale a dire sul campo di battaglia.
- Che vorreste dire?
- Che mia moglie non avendo segreti per me come io non ne ho per lei, mio caro Bussy, mi ha raccontato tutto. Perci vi faccio i miei complimenti, pur pregandovi di accettare un consiglio.
- Sentiamo.
- Sbarazzatevi al pi presto di quell'abbominevole Monsoreau: nessuno, a corte, conosce ancora i vostri rapporti con la moglie. Il momento  quindi propizio.
- Il guaio  che io ho giurato a Dio di rispettare la vita di quell'uomo... almeno fino a che egli non mi attacchi, beninteso.
- Avete avuto torto: questi giuramenti non bisogna mai farli. E tanto meno in un caso come questo, ed avendo a che fare con un uomo come costui, il quale, scoprendovi, far di tutto per uccidervi.
- Accadr quel che Dia ha deciso - rispose Bussy sorridendo.
- Oh, poi, sapete quel Monsoreau  altrettanto antipatico a me quanto a voi. Su, parliamo della moglie, invece che del marito.
Bussy sorrise.
- Siete un buon amico, valoroso Saint-Luc - disse, - e potete contare su tutta la mia amicizia.
- Grazie, accetto, ma a condizione che voi contiate sulla mia. A proposito, perch non venite un poco a Mridor? Capisco, anzi, so, perch non volete venirci, ma...
- Perdonatemi, caro amico, - lo interruppe cortesemente Bussy, - forse voi riuscireste a convincermi, se le cose stessero ancora come ieri, ma disgraziatamente oggi sono cambiate, e non mi  pi possibile accettare. Il duca d'Anjou  qui!
Saint-Luc fece un salto sulla seggiola, come se gli fossa stata annunciata la presenza del diavolo!
- Il duca ad Angers? - esclam. - Ma se lo dicevano prigioniero al Louvre.
-  appunto perch lo era, che adesso si trova qui, dopo di essere evaso per la finestra. Ed eccovi un buon mezzo per vendicarvi delle persecuzioni fattevi subire dal re. Il principe conta gi su un buon partito: questo avr un esercito, e metteremo su una bella guerra civile. Cos, ho contato su di voi.
- Contro il re? - chiese Saint-Luc con subitanea freddezza. - No, caro Bussy, sono venuto qui per respirare aria buona, e non per battermi contro Sua Maest.
-  che, sapete, avevo lasciato credere al duca d'esser venuto qui per indurre un certo gentiluomo mio amico a schierarsi dalla sua parte... E quel gentiluomo sareste voi.
- Ebbene, ditegli che avete visto quel gentiluomo, e che questi vi ha chiesto sei mesi di tempo per riflettere.
- Vedo che debbo cedere, davanti a voi, caro Saint-Luc - concluse Bussy, - perch in questo momento siete in vantaggio su di me che ho bisogno di voi.
- Niente affatto. Sono io, anzi, che ho bisogno della vostra protezione. Pensate un po' se i partigiani del duca venissero ad assediare Mridor, che accadrebbe?
I due anici si misero a ridere ma, come il servitore di Bussy si presentava per avvertirlo che il principe lo aveva chiamato gi per la terza volta, quel colloquio dovette essere troncato.
Bussy corse al castello, dove la nobilt della provincia, avvertita dell'arrivo del duca, incominciava gi ad affluire, e dove organizz con la massima rapidit un ricevimento. Mentre raccomodava queste cose, pens che, mentre il principe fosse stato ricevuto, mangiando, e soprattutto pronunciando dei discorsi, egli avrebbe avuto il tempo di veder Diana, magari per pochi istanti solamente, e torn rapidamente a casa dove, montato sul suo secondo cavallo, si lanci al galoppo verso Mridor.
Quando torn, verso le quattro del pomeriggio, il duca, notandolo coperto di sudore e di polvere, e credendo che egli si fosse conciato in tal modo andando in giro per suo servizio, gliene fece i suoi complimenti, rammaricandosi, per, di non aver visto, al ricevimento, il barone di Mridor, e termin col ripromettersi, qualora questi non si fosse deciso di venire a fargli omaggio, di recarsi egli stesso da lui. A quelle parole, un lampo di gelosia si accese nelle pupille di Bussy.
- Fossi in voi - disse quindi al duca, - aspetterei. Non avete mantenuta una certa promessa, e non avrei, quindi, gran fretta di presentarmi a lui.
- Ma non ha forse attenuto quello che desiderava?
- E come?
- Voleva che sua figlia sposasse il conte, e cos  avvenuto.
- Bene, Monsignore - concluse Bussy. - Non parliamone pi.
E volse le spalle al duca.
Il giorno seguente, come il duca aperse gli occhi, trovando Bussy ai piedi del suo letto, gli propose una partita di caccia, a Mridor.
Bussy si morse le labbra, ma quando sent che il principe, un poco per celia e un poco sul serio, si riprometteva di prendersi la rivincita sul conte di Monsoreau, rapendogli a sua volta la moglie, strinse i pugni, ma ebbe tanta forza di trattenersi. E seppe condurre cos bene il discorso, da far cambiare filo alle idee del duca, suscitando nel suo petto il sospetto che Angers non fosse fortificata a sufficienza per difenderlo in caso di un attacco da parte delle truppe del re. Cos il duca si persuase ad abbandonare l'idea della caccia, per visitare le opere di difesa.
E, mentre l'Anjou si levava, corse a cercare Le Haudouin, al quale affid un gran mazzo di rose, attorno al cui gambo aveva legato un biglietto per Diana e, condotto il giovane alle scuderie, fece sellare Roland, il cavallo che, il giorno del suo arrivo, aveva regalato al duca.
- Lasciagli la briglia sul collo - disse a Remy. - La strada la sa lui.
Portato come il vento, il medico giunse alla cinta del parco dove, drizzandosi sulle staffe, e lasciandosi sfuggire, come avvertimento, un vigoroso colpo di tosse, lanci il mazzo.
Un piccolo grido lo avvert che il messaggio era giunto a destinazione e, voltato il cavallo, riprese la via della citt.
Bussy stava ancora visitando il castello col principe.
- Ebbene - chiese al suo messaggero, - che cosa hai visto? Che cosa hai sentito? E che cosa hai fatto?
- Un muro, un grido, sette leghe - rispose laconicamente Remy.
Frattanto, mentre i giorni passavano tra preparativi di guerra, e mentre Bussy faceva le sue quotidiane gite a Mridor, erano giunti da Parigi, Antraquet, Livarot e Ribeirac, a prendere il loro posto accanto al principe. A Parigi, a quanto si diceva, Enrico terzo non poteva digerire la rabbia causatagli dall'evasione del fratello.
Fu in quei giorni, che il conte di Monsoreau, montato sul suo cavallo di caccia, giunse alle porte di Angers: i suoi speroni erano rossi di sangue, e il suo cavallo, che aveva coperto diciotto leghe in un giorno, coperto di schiuma, era mezzo morto, e sembrava tenersi ancora in piedi soltanto per un miracolo d'equilibrio dovuto alla velocit con cui camminava. Il conte di Monsoreau giunse cos al palazzo del duca.
- Dov' Monsignore? - chiese.
- Monsignore  andato a fare una perlustrazione del terreno - rispose il soldato di guardia.
- E da che parte?
Il soldato fece un gesto vago, accennando a tutti e quattro i punti cardinali.
- Mettete per, prima, il vostro cavallo in scuderia - disse poi. - Altrimenti cascher.
- Il consiglio  buono - disse Monsoreau. - Dove sono le scuderie?
- Laggi, ma ecco il maggiordomo.
Monsoreau disse al maggiordomo il suo nome, e questi lo salut molto rispettosamente, poich era un nome conosciuto da lungo tempo nella provincia.
- Signore - disse, - entrate e riposatevi. Non sono pi di dieci minuti che Sua Altezza  partita, e non torner prima delle otto di sera.
- Le otto! - rispose Monsoreau. - C' troppo tempo da perdere. E siccome sono portatore di una notizia che interesser grandemente il duca, vorrei che mi deste un cavallo ed una guida par poterlo raggiungere.
- In quanto a cavalli, signore, ve ne sono dieci. Ma per la guida  un affare diverso, perch Monsignore non ha detto dove andava e, interrogando qua e l, potrete saperne pi di qualsiasi altro, su questo. D'altra parte, Sua Altezza mi ha raccomandato di non sguernire il castello.
- Benissimo. Mostratemi allora il cavallo che posso prendere.
- Non avete che a recarvi alle scuderie, signore, e scegliere. Sono tutti di Sua Altezza.
Monsoreau fece scorrere sugli animali uno sguardo da conoscitore.
- Prender questo baio - disse. - Fatemelo sellare.
- Roland.
- Si chiama Roland?
- S, ed  il cavallo prediletto di Sua Altezza che lo ha avuto in dono dal signor di Bussy.
- Bene, si vede che ho buon occhio.
Quando il cavallo fu sellato, il signor di Monsoreau, balzato leggermente in sella, chiese una seconda volta da che porta fosse uscita la cavalcata del duca.
- In fede mia - disse avviandosi, e lasciando le briglia sul collo dell'animale, che aveva gi presa la via da solo, - si direbbe che sa la strada.
Il cavallo, senza bisogno d'essere incitato, usc di citt e si lanci deliberatamente sulla strada. Monsoreau esit un momento, incerto se dovesse guidare l'animale, o no, in una determinata direzione. Ma prima che egli potesse decidersi, Roland aveva gi scelta la sua strada, lanciandovisi al galoppo.
Monsoreau, pi avanzava, e pi sembrava riconoscere i luoghi.
- Ma - si disse, - mi sembra che andiamo verso Mridor. Che Sua Altezza si sia diretta al castello. E la sua fronte si oscur. - Ah, - continu poi, - ed io che venivo prima a cercare il principe e poi mia moglie. Che debba avere la gioia di rivederli tutti e due assieme?
Un sorriso terribile socchiuse le sue labbra e, in quello stesso istante, Roland nitr. Dal bosco, un'altro nitrito rispose.
- Ah, ah! Ecco che Roland ha ritrovato i suoi compagni - pens Monsoreau che, tutto ad un tratto, vide un muro, accanto a cui stava un cavallo.
- Qui c' qualcuno! - esclam il conte impallidendo.
Prese ad esaminare il cavallo, e vide che, sotto la sella, portava una coperta ricamata in argento, nei cui canti una doppia FF, si allacciava con una doppia AA. Non v'era da aver dubbi di sorta: quelle erano le iniziali di Francesco d'Anjou.
Il duca era dunque venuto laggi, e doveva venirci spesso poich uno dei suoi cavalli conosceva cos bene la strada del castello. Quindi Monsoreau concluse che, siccome il caso lo aveva messo su quella traccia, bisognava seguirla fino alla fine, cosa perfettamente consona alle sue due qualit di Gran Cacciatore e di marito geloso.
Di conseguenza, attaccato il suo cavallo vicino all'altro, intraprese la scalata del muro, cosa che non gli fu molto difficile. E, una volta sulla cresta, scorse, a cinquanta passi di distanza fra il fogliame, una donna con una mantiglia azzurra, ed un uomo con un mantello nero, che passeggiavano abbracciati.
Per sua disgrazia, per, Monsoreau fece staccare dal muro un grosso sasso, che, cadendo, fece un gran rumore, al quale fece eco un acuto grido di donna, nel quale egli riconobbe la voce di Diana, e uno stormire di fronde. Poi tutto tacque.
Che avrebbe dovuto fare? I due erano scomparsi, e certamente, a quell'ora, si dovevano gi essere spersi nel parco, il quale, essendo molto grande, non era molto facile da perlustrare.
Stette alcuni minuti in forse, poi si batt la fronte: gli era venuta un'idea sublime. Quella di tornare a scalare il muro, e di portarsi via i due cavalli.
Ma quell'idea era cos buona che, prima d'esser venuta in mente a lui, era gi venuta al suo nemico, il quale l'aveva subito messa in pratica.
Cos Monsoreau dovette tornare a piedi ad Angers, cosa che gli richiese due buone ore e mezza. Giunse sfinito e animato da torvi desideri di vendetta. Bisognava interrogare le sentinelle: forse qualcuna avrebbe saputo dirgli chi fosse quel cavaliere che era rientrato con due cavalli. Ma, quegli che pot dargli qualche informazione, fu soltanto in grado di dirgli d'aver incontrato un cavallo senza cavaliere, diretto al palazzo del duca.
Allora, divorato dalla rabbia, si decise di recarsi dal duca anche lui, per portargli la notizia di cui era latore.
Prima di salire alle sale, per, pass dalle scuderie, per vedere se, effettivamente, i cavalli fossero rientrati. Roland stava al suo posto, e continuava a mangiare il suo fieno con la calma coscienza d'esserselo meritato.
Allora, senza nemmeno cambiarsi, si present al duca, gi a tavola con i suoi cortigiani. Lo preg di prestargli orecchio, e come Francesco ebbe alquanto scostata dal tavolo la sua poltrona, gli sussurr all'orecchio:
- Monsignore, la signora regina madre  in viaggio a grandi tappe per venire a visitare Sua Altezza.
Una gioia improvvisa si dipinse sul viso del duca, che riaccost la poltrona alla mensa.
- Va bene - disse nel compiere quell'atto. - Signor di Monsoreau, oggi, come sempre, mi avvedo che siete un fedele servitore. Continuiamo la cena, signori!
Il conte prese posto a tavola, e consum rapidamente il suo pasto, tracannando alcuni bicchieri di vino. Poi, promesso al duca di far scovare alcuni cinghiali nelle macchie di Mridor, chiese il permesso di ritirarsi
Era sfinito ma, pi che sfinito, pieno d'odio. E le persone afflitte amano la solitudine ancor pi degli amanti fortunati.
La notizia che egli aveva portato corrispondeva a verit: non appena scoperta la fuga del duca d'Anjou, Enrico terzo, pieno di furore, era corso da sua madre, l'astuta Caterina de' Medici, per denunciare il fratello e per chiederle quell'aiuto che da lei si aspettava. Ma la fiorentina aveva tosto intuito come il vero pericolo per il figlio regnante non stesse nel fratello, bens nel re di Navarra, e si offerse per recarsi ad Angers, a convincere il duca a recarsi a Parigi.
E lo strano di tutto questo era che Chicot, interrogato a parte, si era mostrato della stessa opinione della regina madre.

 CAPITOLO 16.
LA RICONOSCENZA DI SAINT-LUC.
Il giorno seguente, il signor di Monsoreau si lev molto presto e scese alle scuderie per cercar d'ottenere qualche informazione sulle abitudini di Roland, dal palafreniere che lo aveva sellato. Non ci volle molto. Roland era l che mangiava alla sua greppia e lo stesso palafreniere, in piedi, a braccia incrociate, seguiva con attenzione il suo pasto.
- Ehi, amico! - disse il conte. - I cavalli di Monsignore, sono tutti avvezzi a tornar da soli alla scuderia?
- No, signor conte - rispose l'uomo. - Ma perch questa domanda?
- Si tratta di Roland.
- Ah, s! Ieri  rientrato solo, cosa che non mi stupisce, perch  molto intelligente.
- Me ne sono accorto. Gli era gi accaduto altre volte?
- No, signore. In genere, chi lo monta  Monsignore, che non si lascia buttare facilmente a terra.
- Ma Roland non mi ha scavalcato, amico - disse il conte, punto da quella supposizione. - Pur senza essere della forza del duca d'Anjou, sono un discreto cavaliere anch'io. L'avevo attaccato ad un albero per entrare in una casa, e quando ne uscii era scomparso. E, credendo ad uno scherzo, vi chiedevo appunto chi l'avesse ricondotto alle scuderie.
-  tornato solo, signore.
-  molto strano, tutto ci. E, ditemi, monsignore lo monta spesso?
- Quasi tutti i giorni, ma questo prima che fossero arrivati i suoi.
- E sua Altezza,  tornata tardi, ieri?
- Poco su poco gi, un'ora prima di voi, signore.
- Che cavallo montava? Un sauro bruciato, stellato e balzano da quattro?
- No signore, questo  quello che montava. Un cavallo simile, non lo conosco in tutta la scorta del principe.
- Va bene - fece con tono d'impazienza Monsoreau. - Sellatemi Roland.
Quando questa operazione fu terminata, il palafreniere condusse il cavallo al conte.
- Vuoi guadagnare duecento scudi? - gli disse Monsoreau.
- Perdio! - esclam l'uomo. - Ma come?
- Fammi sapere chi  che ieri montava un sauro bruciato, stellato e balzano da quattro.
- Ah, signore! Ci  molto difficile. Qui ci viene troppa gente, a visitare Sua Altezza. Tuttavia, cercher di accontentarvi.
- Va bene. Eccoti intanto dieci scudi. Cos, anche se non riuscirai, non avrai perso tutto.
- Grazie, mio gentiluomo.
- E, se il duca ti chiedesse di me, gli dirai che sono andato a perlustrare i boschi per quella partita di caccia che mi ha ordinato.
Monsoreau aveva appena dette quelle parole, che un nuovo personaggio sopraggiunse.
- Signor di Bussy! - esclam il conte.
- Buongiorno, signor di Monsoreau - rispose Bussy. - Per quale miracolo siete qui?
- E voi, signore? Vi si diceva ammalato.
- Lo sono, infatti. Ed il mio medico mi ordina un riposo assoluto. Vedo che state per montare Roland. L'ho venduto io al duca, che lo monta quasi ogni giorno.
Monsoreau impallid.
-  un eccellente animale - disse. - E l'ho gi montato ieri.
- Il che vi ha dato voglia di tornare a cavalcarlo, no? Ma, a proposito, non parlavate di una caccia?
- Il principe vorrebbe uccidere un cervo.
- E da che parte potreste scovarlo?
- Attorno a Mridor.
- Benissimo! - fece Bussy, impallidendo a sua volta. - Ma  bene che torni a letto; ecco che la febbre mi riprende.
- Perfettamente! - echeggi allora una voce sonora. - Ecco che il signor di Bussy si  ancora levato dal letto senza il mio permesso!
- Le Haudouin! - esclam Bussy. - Ecco che mi far sgridare. Addio, conte. Vi raccomando Roland.
Il signor di Monsoreau salt in sella e part.
- Lo sai che va a Mriodor? - chiese Bussy al medico. - Chiss che cosa accadr!
- La signora di Monsoreau sapr negare.
- Diana non avr tanto coraggio.
- Oh, signor di Bussy!  possibile che conosciate cos poco le donne?
- Remy, ho il presentimento che quel carnefice vada a fare una scenata tragica laggi. Avrei dovuto seguirlo.
- La signora Diana sapr cavarsela da sola. E tornate a letto. Non voglio pi vedervi in piedi. Perch siete uscito, sdegnando i miei consigli?
- Non ho potuto resistere, ero troppo inquieto.
E, mentre Bussy tornava a casa, Monsoreau lasciava che il cavallo lo riconducesse a Mridor. Il conte aveva voluto montare ancora Roland per rendersi conto se il fatto del giorno antecedente fosse stato dovuto al caso o fosse, invece, frutto di una abitudine. E, di conseguenza, uscendo dal palazzo, gli aveva di nuovo lasciate le redini sul collo: Roland riprese la strada del giorno avanti, e lo ricondusse allo stesso punto della cinta.
Soltanto, questa volta, il luogo era deserto. Monsoreau mise piede a terra, e prese a scalar la parete: tuttavia, per non correre il pericolo di dover tornare ad Angers a piedi, condusse il cavallo in luogo sicuro. Ma anche l'interno del parco era deserto come il bosco che lo circondava.
Il conte pens che fosse inutile stare a far la posta a gente prevenuta che, senza dubbio spaventata dalla sua comparsa del giorno avanti, o aveva sospeso gli appuntamenti, o aveva cambiato il punto di ritrovo, sal dunque a cavallo e trott fino alla cancellata.
Il barone venne cerimoniosamente incontro a suo genero; Diana, seduta sotto un albero, leggeva dei versi, mentre Gertrude le stava accanto, ricamando. Diana, vedendo il conte avvicinarsi, gli mosse tre passi incontro e gli fece una riverenza.
- Che calma! O, piuttosto, quanta perfidia! - mormor Monsoreau.
Gett la briglia a un lacch e, mentre il barone si allontanava per dar gli ordini opportuni per ospitarlo, si rivolse a Diana.
- Signora - disse, - potrei rubarvi un poco del vostro tempo?
E, come ella acconsentiva, le indic la sedia. Poi, s'accomod in quella lasciata libera da Gertrude, e riprese:
- Signora, chi era colui che ieri sera passeggiava con voi nel parco?
Diana lev su suo marito uno sguardo limpido.
- A che ora? - chiese con una voce che non denotava la bench minima emozione.
- Alle sei, e dalla parte della macchia.
- Sar stata qualcuna delle mie amiche...
- No, signora - sostenne Monsoreau. - Eravate voi! E voglio sapere il nome di quell'uomo che si trovava con voi!
- Non ve lo posso dire, dal momento che non ero io.
- E come, osate negarlo? Vi ho vista io, coi miei stessi occhi!
- Ah, voi?
- S, signora, io stesso! E come osate negare d'esser stata voi, dal momento che a Mridor non ci sono altre donne?
- Ecco un altro errore, signor conte. Giovanna di Brissac  qui.
- La signora di Saint-Luc? E suo marito?
- Non la lascia un istante, come sapete. Il loro  stato un matrimonio d'amore, e forse sono i due sposi, quelli che avete visto.
- Non era la signora di Saint-Luc. Eravate voi. Vi ho perfettamente riconosciuta, ed eravate con un uomo che non conosco ancora, ma che conoscer. Ve lo giuro!
- Persistete dunque a dire che ero io?
- Se vi dico che ho riconosciuto il vostro viso, e la vostra voce nel grido che avete lanciato.
- Quand' cos, signore, vi dar retta soltanto quando sarete tornato in senno. Ora preferisco ritirarmi.
- No, signora, - disse Monsoreau trattenendola per un braccio. - Voi resterete.
- Signore, - fece Diana, - ecco i signori di Saint-Luc. Spero che, alla loro presenza, saprete contenervi.
Infatti, come la campana del castello chiamava gli ospiti a cena, i due sposi erano apparsi sotto un viale. Le due coppie si scambiarono qualche complimento, poi Saint-Luc, spingendo sua moglie a prendere il braccio del conte, prese quello di Diana.
A tavola, Monsoreau venne a trovarsi tra Giovanna e Saint-Luc il quale, con un'abile manovra, era riuscito a separare il conte da sua moglie, e che, durante tutta la colazione, non fece che intrattenere il conte con la sua conversazione.
- Questo Saint-Luc, - si disse il conte, -  uno sciocco che chiacchiera come una gazza. Ecco l'uomo che mi dir tutto quello che voglio sapere.
Dal che si vede che Monsoreau non conosceva Saint-Luc, essendo giunto a Corte quando questi se ne andava.
Saint-Luc, dal canto suo, tratto tratto dava un'occhiata d'intesa a Diana, come per dirle: "State tranquilla, signora. Sto maturando un grande progetto".
A colazione terminata, Monsoreau trasse il suo nuovo amico nel parco.
- Sono davvero felice di avervi trovato qui, - gli disse. - La solitudine di Mridor mi faceva paura.
- T! - disse Saint-Luc. - Ma non avete qui vostra moglie? A me, persino il deserto parrebbe troppo popolato, se avessi una simile compagna.
- Non dico di no, - ammise Monsoreau mordendosi le labbra. - Per... Per sono lo stesso lietissimo di avervi incontrato qui.
- Siete davvero molto gentile, - rispose Saint-Luc, - perch non creder mai che voi abbiate potuto, con una simile donna, e in un luogo cos bello, temere, anche per un solo istante, l'isolamento.
-  che ho gi trascorsa met della mia vita nei boschi.
- Ragione di pi per non annoiarvici. Io non me ne stancherei mai, e invece temo di doverne partire ben presto, disgraziatamente.
- Oh! - fece Monsoreau. - Non credo di fermarmici a lungo neppure io. Non sono, come voi, un appassionato dei bei paesaggi, e mi fido poco di questo parco che trovate cos bello.
- E perch?
- Perch mi sembra poco sicuro.
- A causa, forse, del suo isolamento?
- No. Anzi, al contrario: credo che qui ci venga molta gente.
- In fede mia no, - fece Saint-Luc con perfetto candore. - Nemmeno un cane.
- Come, non ricevete, forse, qualche visita di quando in quando?
- Da quando sono qui io non ho ancora visto nessuno.
-  impossibile. Questa mi sembra una calunnia per i buoni gentiluomini angioini.
- Non so se li calunnio, ma il fatto sta che non ne ho ancora veduto uno solo. Ma torniamo all'argomento del parco. Perch lo giudicate poco sicuro? Temete forse, che ci si possano nascondere dei ladri?
- E perch no? Ditemi, caro signore, la signora di Saint-Luc passeggia spesso nel parco?
- Spesso. Come me, ama molto la campagna, e cos facciamo molte passeggiate, e sempre assieme.
- Sempre, o quasi sempre? - chiese Monsoreau.
- Che vorreste dire?
- Eh, Dio mio! Niente, caro signor di Saint-Luc, o quasi niente, almeno. Mi avevano detto...
- Che cosa?
- Non vi offendete?
- Non mi offendo mai.
- Bene. D'altronde, queste sono confidenze abbastanza comuni tra mariti. Mi avevano detto, dunque, che s'era visto un uomo aggirarsi nel parco.
- Un uomo?
- S.
- E sarebbe venuto per mia moglie?
- Oh, io non dicevo questo.
- E avreste perfettamente torto a non dirlo, caro signor di Monsoreau. La cosa  enormemente interessante. E chi se ne sarebbe accorto, ve ne prego? Dal momento che stiamo chiacchierando, tanto vale chiacchierare su questo tema piuttosto che su di un altro. Voi dunque dite che quest'uomo veniva per la signora di Saint-Luc? T! To! T!
- Ebbene, se bisogna confessar tutto, no. Non credo che venisse per la signora di Saint-Luc, ma piuttosto per Diana.
- Meno male! - esclam Saint-Luc. - La cosa la preferisco cos. Voi lo sapete, non c' razza pi egoista di quella dei mariti. Ciascuno per s, e Dio per tutti! Cos, voi credete realmente che un uomo sia entrato nel parco?
- L'ho veduto io, assieme alla signora di Monsoreau, mia moglie, e proprio qui.
Passeggiando, Monsoreau aveva condotto il suo compagno fino al punto in cui esisteva la famosa breccia nel muro.
- Ah, - disse Saint-Luc, - ecco un muro in pessime condizioni davvero! Bisogner che avverta il barone che qualcuno gli rovina la cinta.
- E di chi sospettate? - chiese il conte.
- Di chi sospetto?
- S. Chi  che sospettate di saltare il muro per venire a trovare mia moglie?
Saint-Luc parve immergermi nella meditazione.
- Ebbene? - fece il conte, dopo qualche minuto.
- Ma... io non vedo che una persona sola: voi.
- Volete scherzare? - chiese Monsoreau rimasto come di sasso. - Oppure non volete rispondermi. Su, via, sarebbe un ben grande servigio, quello che mi rendereste.
Saint-Luc si gratt l'orecchia.
- L'unico di cui io possa sospettare siete soltanto voi, - ripet.
- Basta con gli scherzi, signore. Vi prego di prendere la cosa con quella seriet che merita.
- E allora, se non siete voi, sar qualcun altro.
Il Gran Cacciatore fiss con occhio quasi minaccioso Saint-Luc, il quale si dava l'aria della pi soave indifferenza.
- Ah! - rugg in tono cos corrucciato che il giovane lev il capo.
- Per, ecco ancora un'altra idea, - disse Saint-Luc.
- Ditela, dunque?
- E se fosse il duca d'Anjou.
- Ci avevo pensato anch'io, - rispose Monsoreau, - ed ho preso le mie brave informazioni. Ma no, non  lui.
- T, - esclam allora Saint-Luc, - allora non c' pi che una supposizione da fare: che sia io?
- Voi? Voi per cui il cancello del parco si apre quando volete?
- Eh, Dio mio! Io sono un essere tanto capriccioso!
- Voi, signor Saint-Luc? E allora, perch sareste fuggito, vedendomi? Allora stavate facendo qualcosa di male! - esclam il conte che non poteva pi trattenersi.
- Non dico di no.
- Ma, perbacco, mi sembra che sia gi pi di un quarto d'ora che vi state prendendo giuoco di me! - grid il conte impallidendo.
- V'ingannate, signore, - rispose Siaint-Luc estraendo l'orologio, e fissando Monsoreau con uno sguardo tale che questi, per quanto coraggioso, rabbrivid. - non  un quarto d'ora. Sono gi venti minuti.
- Voi mi insultate, signore!
- E che forse voi non avete insultato me, con tutte quelle vostre domande da sbirro?
- Ora capisco finalmente!
- Era tempo! E che cosa avete capito?
- Che voi ve la intendete con quel traditore, con quel vile che ieri non ho potuto uccidere!
- Perbacco!  mio amico.
- Allora, quand' cos, uccider voi invece di lui.
- Oh, qui in casa vostra? E cos all'improvviso?
- Credete dunque che io sia incapace di punire un miserabile? - grid il conte esasperato.
- Ah, signor di Monsoreau, - ribatt Saint-Luc, - come siete maleducato! E come la vita nei boschi ha guastato i vostri costumi! Vergogna!
- Ma non vedete che sono furibondo? - url il conte, piantandosi davanti a Saint-Luc con le braccia incrociate sul petto e il viso sconvolto dall'ira.
- S, morte e dannazione, lo vedo! E il furore non vi dona affatto. Se vedeste come siete brutto, cos, caro, signor di Monsoreau!
Il conte, fuori di s, mise mano alla spada.
- Oh! Fate attenzione: siete voi che mi provocate! - lo ammon il giovane. - E prendo voi stesso a testimonio della mia perfetta calma.
- S, - disse Monsoreau, - s, bello del re, ti provoco!
- Allora, fatemi il favore di passare dall'altra parte della cinta, signor di Monsoreau. L, saremo su di un terreno neutro.
- E che me ne importa? - tuon il conte.
- Importa a me, - disse Saint-Luc. - Non voglio uccidervi in casa vostra.
- Alla buon'ora! - esclam Monsoreau, affrettandosi a varcare la breccia.
- Fate attenzione! Andate cauto, conte! C' una pietra che vacilla. Davvero che non riuscirei a consolarmene, se vi faceste del male!
E Saint-Luc si mise a scalare il muro alla sua volta!
- Andiamo! Andiamo! Affrettati! - esclam il conte, snudando il ferro.
- E pensare che son venuto in campagna per svagarmi! - disse Saint-Luc come parlando a se stesso. - Ebbene, in fede mia, mi sar divertito davvero!
E salt dall'altra parte del muro, dove Monsoreau lo attendeva con la spada in mano.
- Ci sei? - chiese il conte.
- T, guarda! - fece Saint-Luc. - Non avete davvero preso il posto peggiore, poich volgete le spalle al sole. Del resto, fate pure i vostri comodi...
Monsoreau fece un quarto di conversione.
- Alla buon'ora! - esclam Saint-Luc. - Cos vedr anch'io quel che far.
- E non cercare di risparmiarmi! - lo ammon il conte. - Perch io non lo far con te.
- Dunque volete proprio ammazzarmi?
- Se lo voglio? Perbacco!
- L'uomo propone e Dio dispone, - disse Saint-Luc sfoderando la spada. - Guardate bene quel ciuffo di papaveri. Ebbene, vi ci stender sopra.
Detto ci, Saint-Luc, sempre ridendo si mise in guardia.
Monsoreau attacc, portando con agilit incredibile due o tre colpi che Saint-Luc par con uguale agilit.
- Perdio, signor di Monsoreau! - disse continuando a tirare. - Sapete che maneggiate la spada molto bene? Chiunque, all'infuori di Bussy e di me, sarebbe stato infilzato al vostro ultimo colpo!
Monsoreau impallid, constatando la forza del suo avversario.
- Vi stupir, - continu Saint-Luc - il vedermi tenere il ferro cos. Ma  che il re, il quale mi ama molto, mi ha dato lui stesso alcune lezioni, insegnandomi, tra l'altro, un colpo che a mia volta insegner a voi fra poco. Ve lo dico perch abbiate il piacere di sapere d'esser stato ucciso da un colpo insegnatomi dal re, la qual cosa dovrebbe lusingarvi enormemente.
- Avete molto spirito, signore, - rispose esasperato Monsoreau, tirando un colpo a fondo capace di forare un muraglia.
- Gi! Si fa quel che si, pu, - replic modestamente Saint-Luc, gettandosi da un lato, e costringendo cos il suo aversario a ricevere il sole in faccia. - Ah, ah! Eccovi venuto dove volevo. Ne sono proprio contento.
E, con un vigore, un'agilit e un ardore che nessuno avrebbe sospettato in lui, Saint-Luc port al conte un uragano di colpi che lo stord. Poi la sua spada scomparve tutta intera nel petto del signor di Monsoreau. Questi rimase ancora un istante in piedi.
-Ecco! - disse Saint-Luc. - Vi faccio notare che state proprio per cadere sui papaveri che vi avevo indicato.
Le mani del conte si aprirono, il suo occhio si vel. Pieg le ginocchia e cadde sui papaveri, mescolando, alla loro porpora, quella del suo sangue.
- Mi avete ucciso, signore, - rantol.
- Era quello che volevo, conte, - rispose Saint-Luc. - Ma ora me ne dispiace, e mi siete sacro. Eravate terribilmente geloso, ma pieno di coraggio.
Mise un ginocchio a terra, vicino al caduto, e continu:
- Avete un'ultima volont da far conoscere, signore? Parola d'onore di gentiluomo che essa sar eseguita. Avete sete? Volete che vada a prendervi da bere?
Monsoreau non rispose: col viso volto a terra, si dibatteva nel suo sangue.
- Poveraccio! - esclam Saint-Luc rialzandosi. - Oh, amicizia! Amicizia! Tu sei una divinit ben esigente!
Monsoreau cerc d'aprire un occhio: tent di rialzare il capo, e lo lasci cadere con un lugubre gemito.
-  morto, - disse Saint-Luc. - Non si potr dire che ho perso il mio tempo!
Scavalc nuovamente il muro, prese la corsa attraverso il parco e giunse al castello. La prima persona che scorse fu Diana, intenta a chiacchierare con la sua amica.
- Perdonatemi, cara signora, - le disse, - avrei bisogno di dire due parole a mia moglie.
- Fate pure, caro ospite! - rispose Diana. - Io vado a trovare mio padre nella biblioteca. Quando avrai finito, cara, - soggiunse poi, rivolta alla sua amica, mi verrai a riprendere l.
E si allontan con un ultimo sorriso, lasciando gli sposi soli.
- Che c', dunque? - chiese Giovanna. - Hai un aspetto sinistro, caro.
- Lo credo!  successa una disgrazia al signor di Monsoreau.
- Che cosa gli  dunque accaduto?
- Temo che sia morto.
- Come mai? Se poco fa era qui con noi e ci parlava...
-  forse appunto perch ha parlato troppo.
- Oh, Saint-Luc! - esclam Giovanna, prendendo una mano di suo marito. - Tu mi nascondi qualche cosa!
- Io? Ma niente! Assolutamente niente! Non ti nascondo nemmeno il luogo dove  morto.  l, dietro al muro, nello stesso punto in cui il nostro amico Bussy aveva l'abitudine di attaccare il suo cavallo.
- Sei tu che l'hai ucciso?
- S. Chi vuoi che sia stato? Mi ha provocato, insultato, e ha sfoderata la spada.
- Ma  spaventoso! Poveretto!
- Bene, - osserv Saint-Luc. - Vedrai che tra breve lo chiameranno San Monsoreau.
- Ma tu non puoi pi restare qui! - esclam Giovanna. - Non puoi abitare pi a lungo sotto il tetto dell'uomo che hai ucciso!
-  quello che mi sono detto subito. Ed ecco perch son venuto a pregarti di fare i preparativi per la partenza. Dobbiamo andarcene al pi presto possibile, perch capirai che, da un momento all'altro, si pu scoprire l'accidente.
- Ed ora toccher a me di avvertire la signora di Monsoreau che  rimasta vedova. Mentre vado ad annunciarglielo, sella tu stesso i cavalli, come se volessimo uscire per una passeggiata.
- Questa  un'ottima idea.
- Ma, a proposito: dove andremo?
- A Parigi. A quest'ora, il re avr gi dimenticato tutto, tanto pi che, dopo la nostra partenza, sono accadute troppe cose. E poi, se ci sar la guerra, cosa molto probabile, il mio posto  al suo fianco. Soltanto, prima di partire, vorrei scrivere un biglietto a Bussy. Capirai che non posso lasciare l'Anjou cos, senza almeno dirgli perch me ne vado.
-  vero. Nella mia stanza troverai tutto quello che occorre per scrivere.
Saint-Luc si affrett a salirvi, e con mano che tremava alquanto, scrisse in fretta queste parole:
"Caro amico,
la voce pubblica vi informer dell'incidente occorso al signor di Monsoreau. Abbiamo avuto assieme, dalle parti della vecchia macchia, una discussione sulle cause e sugli effetti del deperimento dei vecchi muri di cinta, e sull'inconveniente dei cavalli che se ne vanno tutti soli. Nel pi forte della discussione, il signor di Monsoreau  caduto su di un cespuglio di papaveri, e cos malamente da restar morto sul colpo. Il vostro amico per la vita,
Saint-Luc".
"P.S. - Come la cosa, di primo acchito, potrebbe sembrarvi un po' inverosimile, aggiunger che, al momento della disgrazia, avevamo tutti e due la spada in mano. Io parto subito per Parigi, nell'intento di fare la corte al re, tanto pi che, dopo quello che  successo, l'Anjou non mi sembra pi tanto sicuro".
Dieci minuti dopo, un servitore del barone galoppava verso Angers, portando quella lettera, mentre, da una porta secondaria che dava su di una strada traversa, gli sposi Saint-Luc partivano soli, lasciando Diana desolata, e sovrattutto molto imbarazzata per dover raccontare a suo padre quanto era accaduto.
Quando Saint-Luc le era passato davanti, ella aveva stornati gli occhi da lui, ed egli aveva detto a sua moglie:
- Servite dunque bene i vostri amici! Decisamente, tutti gli uomini sono ingrati, e non ci sono che io, che sappia praticare la riconoscenza!

 CAPITOLO 17.
PER AMORE DELLA SCIENZA.
Mentre Monsoreau cadeva sotto la spada di Saint-Luc, una fanfara di trombette prendeva a squillare davanti alle porte chiuse della citt.
Era Caterina de' Medici, che giungeva: immediatamente fu dato avviso del suo arrivo a Bussy, che si lev dal letto cui lo costringeva ancora Remy, e Bussy corse ad avvertire il duca, il quale, al contrario di quanto aveva fatto lui, si coric.
Frattanto, le porte restavano chiuse. N si apersero quando Caterina mostr il suo viso allo sportello della sua carrozza da viaggio. Allora, invi uno dei suoi gentiluomini alle barriere, e vi fu accolto con la massima cortesia. Per, venne avvertito che, essendosi in tempo di guerra, le porte non si sarebbero aperte se prima non si fosse espletata qualche formalit.
Il gentiluomo torn mortificatissimo a riferire quella risposta, e Caterina fece una smorfia di malcontento.
Finalmente, Bussy, che aveva fatto, per mezz'ora, un predicozzo al duca suggerendogli la condotta da tenere, si decise: fece bardare di gran gala il suo cavallo e, scelti cinque gentiluomini fra quelli che sapeva pi graditi alla regina madre, si fece incontro alla nuova arrivata che gi incominciava a stancarsi di star meditando mille modi per vendicarsi.
Ed ecco Bussy affacciarsi alla barriera.
- Chi vive? - grid.
Il gentiluomo di prima torn ad avvicinarsi.
-  la regina madre, - disse, - che viene a visitare la sua buona citt d'Angers.
- Benissimo, signore, - rispose Bussy. - Abbiate la compiacenza di voltare a sinistra. A circa ottanta passi di qui, troverete una porticina nei bastioni.
- Una porticina? - esclam il gentiluomo. - Una porticina per Sua Maest?
Bussy non era gi pi l ad ascoltarlo.
Come evidentemente non c'era altro da fare, il corteo reale volse a sinistra, e la porticina s'apr. Bussy, con la spada sguainata in mano, si precipit verso la vettura.
- Che vostra Maest sia la benvenuta in Angers, - disse.
Ma i tamburi non rullarono e gli alabardieri non corressero la loro posizione. La regina scese di vettura, e si avvi alla porticina.
- Grazie, signor di Bussy, - si accontent di dire.
E, come camminava a testa alta, Bussy la prevenne:
- Fate attenzione, Maest. La porta  bassa e potreste urtare nell'architrave.
La vettura di Caterina de' Medici venne issata oltre i bastioni con un paranco, ed ella pot nuovamente prendervi posto per recarsi al castello. Bussy ed i suoi amici le fecero scorta.
- Come mai non vedo mio figlio? - chiese Caterina.
Era palese che quelle parole le erano strappate dall'ira, poich l'assenza del duca d'Anjou in un momento simile le sembrava il colmo dell'ingiuria.
- Monsignore  ammalato, a letto, signora. Altrimenti Vostra Maest sa che si sarebbe affrettato a venirle a fare gli onori della sua citt.
Qui Caterina fu sublime per ipocrisia.
- Ammalato! Il mio povero figliuolo? Ammalato? - esclam. - Ah, signori, affrettiamoci!  almeno ben curato?
- Facciamo del nostro meglio, - disse Bussy, fissandola con sorpresa.
- E lo sa che sono, qui?
- Certamente, signora.
- Chiss come soffre, allora!
- Orribilmente, - rispose Bussy. - Sua Altezza va soggetta a questi malesseri improvvisi.
Arrivarono al castello fra due fitte ali di popolo.
Bussy corse dal duca.
- Eccola, - disse. - Attenzione!  furibonda.
- Si  lagnata?
- No,  ben peggio: sorride. Il popolo, che ne intuisce il carattere, la guardava con muta paura, ed ella mandava baci a destra e a sinistra, mordendosi la punta delle dita.
- Diavolo!
-  appunto quello che ho pensato io, monsignore. Diavolo! Qui bisogna giuocar serrato.
- E continuiamo a tener per la guerra, no?
- Perbacco! Chiedete cento per aver dieci, e da lei, ancora, non otterrete che cinque.
- Mi credi dunque cos debole? Siete tutti vicino a me? Dov' Monsoreau?
- Credo che sia a Mridor, - rispose Bussy. - Ma potremo fare a meno di lui.
- Sua Maest la regina madre! - annunci in quella l'usciere, dalla soglia.
Tosto Caterina comparve, pallida e vestita di nero secondo il suo costume.
Il duca fece un movimento, come per levarsi.
Ma ella, con una agilit che non si sarebbe mai pi supposta in lei, si gett fra le braccia del figlio, coprendolo di baci.
- Lo soffocher, - pens Bussy. - E sono baci veri, perbacco!
Caterina, finite le sue espansioni, sedette accanto al letto. Bussy fece un cenno, e tutti si ritirarono, meno lui che, come se fosse stato a casa sua, si appoggi ad una delle colonne del baldacchino, e attese tranquillamente.
- Non vorreste aver cura del mio seguito, caro signor Bussy? - disse ella. - Vi chiedo questo favore.
Non c'era da esitare.
- Peccato! - disse Bussy fra s e s. E, ad alta voce: - Felice di compiacere Vostra Maest.
Caterina non lo perse d'occhio un secondo, finch non fu uscito, poi cerc di capire se suo figlio era ammalato veramente, o no. Quella doveva essere la base delle sue mosse.
Torn ad abbracciare il duca che, suo degno figlio, si fece venire la febbre. Ed ella ne fu convinta.
- Avete corso un pericolo gravissimo, figlio mio! - gemette.
- E come? Fuggendo dal Louvre?
- Oh, no, dopo. Quelli che vi hanno aiutato a fuggire, erano i vostri peggiori nemici...
- Non sa niente, - pens il duca, - e tasta il terreno.
- Il re di Navarra! - esclam ella improvvisamente. - L'eterno flagello della nostra razza. Come lo riconosco bene!
- Ah! Ah! - pens Francesco. - Lo sa.
- E, ancora, se ne vanta! - continu ella. - Crede d'aver la vittoria in pugno.
-  impossibile! Vi hanno ingannata, madre mia. Egli non c'entra per nulla, nella mia evasione. Sono due anni che non lo vedo.
- Non  di quel pericolo soltanto, che, vi parlo, - diss'ella, vedendo mancato il colpo.
- E che c' ancora? - rispose Francesco, guardando la tappezzeria che si agitava dietro la madre.
- Bisogna temere la collera del re, - diss'ella. - Quella sua furia che vi minaccia.
- Pu essere adirato quanto vuole: io sono in salvo.
- Credete? - fece Caterina con accento terribile.
La tappezzeria ondeggi.
- Ne sono certo, tanto  vero che siete venuta voi stessa ad annunciarmelo.
- E come?
- Se foste venuta a portarmi soltanto delle minacce, - rispose il duca dopo un nuovo sguardo alla parete, - non sareste venuta, ed il re non mi avrebbe mandato un ostaggio come voi.
- Un ostaggio, io? - esclam Caterina levando il capo.
- Il pi santo, il pi venerabile di tutti, - rispose il duca sorridendo e baciandole la mano, non senza un nuovo e trionfante sguardo alla tappezzeria.
Caterina lasci ricadere le braccia, come annichilita: ella non poteva sapere che Bussy, da una porta segreta, sorvegliava il suo signore, incoraggiandolo a comportarsi cos.
- Avete ragione, figlio mio, - disse alfine. - Il messaggio che vi porto  messaggio di pace.
- Ed io vi ascolto, madre mia, - rispose Francesco. - Voi sapete con quanto rispetto. Vedo che incominciamo ad intenderci.
Caterina aveva avuto, nella prima parte del colloquio, uno svantaggio visibile, ma ecco che un elemento impreveduto venne a cambiare, tutto ad un tratto, le cose.
Bussy, era dapprima per la guerra: gli conveniva restare nell'Anjou, almeno fino a che ci sarebbe rimasto anche il signor di Monsoreau; cos avrebbe potuto sorvegliare il marito e frequentare la moglie. Questa politica, pur cos semplice, complicava per molto quella di Francia. A piccole cause grandi effetti.
Ed ecco perch, con una mimica appropriata, spingeva il duca, che aveva paura di lui, alla ferocit.
Ad un tratto, per, mentre la discussione si faceva pi accalorata, e mentre il duca si mostrava pi recalcitrante che mai, si sent tirare per il lembo del mantello.
Diede una rapida occhiata dietro di s, e scorse Remy che, con un dito sulla bocca perch non parlasse, lo condusse nella stanza vicina.
- Che cosa succede? - chiese con impazienza. - Perch mi si disturba, ora?
-  arrivata una lettera, - rispose Remy.
- Che il diavolo ti porti! Per una lettera mi fai abbandonare una conversazione cos interessante.
- C' lettera e lettera, - fece Remy, per nulla impressionato. - Questa viene da Mridor.
- Ah, da Mridor? - esclam il conte. - Grazie, mio buon Remy! Grazie. E dov'?
- Il messaggero deve consegnarla soltanto a vostre mani. Perci ho creduto che fosse molto importante.
- Hai avuto ragione. Dov' l'uomo?
Remy aperse una porta, e fece entrare un palafreniere.
- Ecco il signor di Bussy, - disse indicandogli il conte.
- Dammi la lettera. Io sono colui che cerchi, - disse Bussy, mettendo mezza pistola nella mano dell'uomo.
- Oh, vi riconosco bene! - rispose l'uomo, tendendo, il messaggio. -  una lettera che mi  stata consegnata dal signor di Saint-Luc.
Bussy si volse per leggere la lettera! vi aveva appena buttati su gli occhi, che un fiotto di sangue gli sal al cervello, e divenne di fuoco in viso tanto che gli parve di star per cadere.
- Vattene, - fece Remy al palafreniere, accorgendosi di quell'emozione. E lo spinse fuori prendendolo per le spalle.
Poi torn presso, al conte, che, si era lasciato cadere in una poltrona, e scuotendolo per un braccio, disse:
- Caspita, se non mi rispondete, vi faccio subito quattro salassi.
Bussy si rianim di botto. Ora era cupo.
- Vedi, - disse, tendendo la lettera al suo medico, - quello che Saint-Luc ha fatto per me.
- Ebbene, - disse le Haudouin, dopo di averlo letto avidamente. - Tutto ci  bellissimo, e il signor di Saint-Luc si  comportato come un vero gentiluomo.
-  incredibile! - balbett Bussy.
- S, ma non importa. Cos, fra nove mesi avr, per cliente, una contessa di Bussy?
- S, - disse Bussy. - Ella sar mia moglie. Monsoreau  morto!
- Morto! - conferm Remy. -  scritto qui.
- Mi sembra di sognare, Remy. Come! Cos non vedr pi quella specie di spettro, sempre pronto a levarsi fra me e la felicit. No, Remy, temo che ci inganniamo.
- Affatto. Rileggete quel foglio, dunque! Caduto su dei papaveri, dice. Avevo gi notato che  molto pericoloso cadere su dei papaveri, ma credevo che questo pericolo esistesse soltanto per le donne.
- Ma allora, - continu Bussy, seguendo il filo dei suoi pensieri, - Diana non potr pi restare a Mridor. Io non lo voglio. Bisogna che ella si rechi in qualche altro luogo, dove possa dimenticare.
- Credo che Parigi sia abbastanza adatta, - osserv Remy.
- Hai ragione. Potr tornare nella sua casetta di via des Tournelles, e l passeremo nell'ombra i dieci mesi della vedovanza.
-  vero, - disse le Haudouin. -  ben pensato. Ma per tornare a Parigi, ci vuole la pace nell'Anjou.
- Hai ancora ragione! - esclam Bussy. - Oh, mio Dio! Quanto tempo perso inutilmente!
- Il che vuol dire che dovete montare a cavallo e correre a Mridor.
- Non io, non io, almeno, ma tu. Io debbo trattenermi qui. D'altronde, in un simile momento, la mia presenza non starebbe bene.
- E come far a vederla? Dovr presentarmi al castello?
- No. Recati prima alla macchia. Forse ella si trover in quei paraggi, aspettandomi. Poi, se non la vedi, va al castello. E dille che sto per impazzire dalla gioia.
Strinse la mano al giovanotto, sul quale aveva gi imparato a contare come su di un altro se stesso, e corse a riprendere il suo posto dietro la tappezzeria.
Caterina, frattanto, aveva cercato di riguadagnare il terreno perduto.
- Figlio mio, - diceva, - credevo che una madre potesse trovare il modo di intendersi con la sua creatura.
- Ebbene, vedete, madre mia, - ribatt il duca, - ci che talvolta accade.
- Ed io lo voglio! - esclam Caterina. - E sar felice di compiere qualsiasi sacrificio, pur di arrivare a questo scopo. Ditemi, mio caro figlio, che cosa volete? Su, parlate! Comandate!
- Oh, madre mia! - disse Francesco quasi messo in imbarazzo da una vittoria cos completa da non permettergli di mostrarsi troppo esigente.
- Ascoltatemi, figlio mio, - disse Caterina con la sua voce pi dolce, - spero che non vogliate affogare nel sangue la Francia! Non siete n un cattivo francese, n un cattivo fratello!
- Mio fratello mi ha offeso, e non devo pi nulla, n come fratello, n come re!
- Ma... e io? Avete qualcosa da rimproverare a vostra madre?
- S, signora. Mi avete abbandonato! - disse il duca, sperando che Bussy fosse sempre l.
- Ah, volete vedermi morire, dunque? - esclam Caterina con voce cupa. - Ebbene, sia, morr come una madre che vede i suoi figli sgozzarsi fra di loro!
Per, ella non aveva nessun desiderio di morire.
- Oh, non ditemi di queste cose! Mi spezzate il cuore! - implor Francesco, a cui non sarebbe importato nulla di nulla.
Caterina scoppi a piangere. Il duca le prese le mani come per confortarla, sempre lanciando sguardi irrequieti alla parete.
- Ditemi dunque ci che volete! - singhiozz Caterina.
- Ma voi, ditemi quello che volete! - ribatt il duca. - Vediamo, madre mia, vi ascolto!
- Vorrei che tornaste, a Parigi, caro figlio mio! E alla Corte del re, vostro fratello, che vi tende le braccia.
- Ah, no! Non  lui che mi tende le braccia, ma il ponte levatoio della Bastiglia!
- No! Tornate. E sul mio onore sarete ricevuto da vostro fratello come se il re foste voi. Su, accettate, - insistette ella, mentre il duca continuava a fissare la tappezzeria. - Volete qualche altro privilegio? Parlate pure liberamente! Volete un corpo di guardia personale con, capitano, il signor di Bussy?
Il duca, scosso da quell'ultima offerta alla quale, credeva, si sarebbe mostrato sensibile anche Bussy, gett ancora uno sguardo alla parete, temendo di vedere un paio d'occhi corrucciati. Ma, con sua grande sorpresa, scorse invece un Bussy tutto allegro e ridente, che gli faceva col capo grandi segni d'approvazione.
- Che significa tutto ci? - si chiese. - Che Bussy volesse la guerra soltanto per diventare capitano delle mie guardie? - Poi, a voce alta, soggiunse: - Dovrei dunque accettare?
- S, s, - fece Bussy con gran cenni del capo.
- E dovrei tornare a Parigi?
- S, s, s, - fece Bussy in un crescendo entusiastico.
- Senza dubbio, caro figlio, - disse Caterina. - Vi sarebbe dunque cos difficile?
- In fede mia, - si disse il duca, - non ci capisco pi nulla. Eravamo d'accordo che avrei dovuto rifiutare tutto, ed ecco che ora mi consiglia pace e abbracci!
- Ebbene, - chiese Caterina piena d'ansia, - che cosa decidete?
- Vorrei rifletterci ancora un poco, madre mia, - disse il duca che voleva ancora una volta consultarsi con Bussy.
- Si arrende! - pens Caterina. - Ed io ho vinta la battaglia!
- Chiss! - si disse il duca. - Forse Bussy ha ragione.
E madre e figlio si separarono con un ultimo abbraccio.
Remy trottava, intanto, verso Mridor, su uno dei migliori cavalli delle scuderie del principe. Avrebbe preso volontieri Roland, ma questo era gi stato scelto da Monsoreau e cos aveva dovuto accontentarsi.
Seguendo le istruzioni dategli del signor di Bussy, tagli attraverso il bosco, e si diresse verso la macchia e dove nel muro si apriva il noto varco.
- Che bei papaveri! - esclam ad un tratto, vedendo un cespo di tali fiori. - Ma, a proposito, questi mi ricordano il Gran Cacciatore. Deve essere cascato su di un cespuglio assai pi bello di questo, il povero, caro uomo!
Ad un tratto il cavallo si impunt con le narici dilatate e l'occhio fisso. Remy, che gi conosceva i suoi animali, abbass gli occhi a terra per vedere quale mai fosse stato l'ostacolo che aveva fatto impuntare l'animale, e scorse una larga pozza di sangue.
- T, - si disse, - che sia qui il punto dove Saint-Luc ha trafitto Monsoreau?
Si guard attorno ed ecco, sotto un cespuglio, un gran corpo rigido, appoggiato di schiena alla parete.
- Oh, guarda, il Monsoreau! E la vedova lo lascia cos esposto ai corvi e agli avvoltoi,  buon segno per noialtri...
Mise piede a terra, e fece qualche passo verso il corpo.
- Strano! - si diceva frattanto. - Eccolo qui, morto, ed il sangue  l. Dev'essere stato il signor di Saint-Luc, quello che lo ha addossato cos al muro.
Ma, ad un tratto, diede un passo indietro: i due occhi del cadavere, che egli aveva visti spalancati, si erano chiusi ad un tratto. Remy si fece pallido quasi quanto il morto, ma siccome era medico, ragion.
- Se ha chiuso gli occhi, - si disse grattandosi la punta del naso, -  segno che non  morto.
E si chin sul cadavere.
-  vero, - continu poi, monologando fra s e s, - che il miglior sistema per sapere se  morto, o no, sarebbe quello di piantargli un bel po' della mia spada nel ventre... Se non si muovesse, sarebbe proprio il caso di dire che  morto...
Si disponeva gi a fare quella caritatevole prova, ed aveva gi portato la mano all'elsa del suo stocco, quando gli occhi di Monsoreau tornarono ad aprirsi. Un sudorino freddo bagn le tempia del giovanotto.
- Non  morto! - brontol. Non  morto! Ed eccoci in un bel pasticcio! Quasi quasi, mi verrebbe la tentazione di spacciarlo...
Ma tosto si vergogn di quel pensiero.
- Bravo! - si disse. - Belle cose! Se fosse in piedi, con la sua spada in mano, Dio mi  testimonio se lo ammazzerei volentieri! Ma, cos come  adesso, sarebbe, pi ancora che un delitto, una enorme infamia.
- Aiuto! - rantol in quella Monsoreau. - Aiuto! Muoio!
- Ed eccomi in una bella situazione! - continu a riflettere le Haudouin. - Come medico, il mio dovere  quello di alleviare le sofferenze del prossimo.  anche vero che costui  tanto brutto da poter non essere considerato tale.... Tuttavia,  necessario dimenticare d'esser l'amico del signor di Bussy, e fare il nostro dovere di medico.
- Aiuto! - rantol ancora il ferito. - Andate a cercarmi un prete ed un medico.
- Il medico c' gi, e forse cos non ci sar bisogno del prete
- Le Haudouin! - esclam Monsoreau riconoscendolo. - Come mai qui?
La sua natura sospettosa lo spingeva, persino nell'agonia, a fare delle domande, e Remy comprese quello che dovesse rispondere.
- Ho trovato il signor di Saint-Luc, che mi ha detto di accorrere ch avrei trovato un cadavere.
- Un cadavere! - mormor Monsoreau.
- Perbacco! Ne ora convinto. E io sono accorso.
- Ora che siete qui, non abbiate paura: ricordatevi che parlate ad un uomo. Sono ferito mortalmente?
- Non lo so ancora, che diamine! - rispose Remy. - Ora vedr.
Con tutte le precauzioni insegnategli dalla sua arte, gli tolse il mantello, il giustacuore e la camicia: la spada era penetrata fra la sesta e la settima costola, sotto la mammella destra.
- Uhm! - fece il medico. - Soffrite molto?
- S, ma non al petto; alla schiena, sotto la scapola.
- Il ferro avr incontrato un osso, e per questo soffrite.
Esamin il punto, e si corresse.
- No, - soggiunse. - Mi ingannavo. La lama non ha incontrato niente, ed  uscita dal dorso.  un bel colpo di spada!
Monsoreau svenne, ma Remy non si cur affatto di quella debolezza.
-  naturale, - mormor. - Vediamo il polso:  debole come dovevo logicamente aspettarmi...
Auscult il ferito, e trasse di tasca una lancetta. Poi, strappata una striscia di tela alla camicia del conte, gli leg il braccio.
- Se il sangue coler, forse la signora Diana non rimarr vedova. Ah, eccolo che defluisce! Perdonatemi, signor di Bussy, le mille volte. Ma il mio dovere di medico prima di tutto.
A quel leggero salasso, il ferito respir meglio e riaperse gli occhi.
- Ah! - balbett. - Avevo creduto che tutto fosse finito!
- Non ancora, signore.  anche possibile che possiate cavarvela. State fermo: bisogna che, prima di tutto, chiuda la ferita. Un momento, che possa asciugarvi le labbra! L, meno male: ecco l'emorragia fermata!
Terminato di fasciare alla meglio il ferito, Remy si alz.
- Mi abbandonate? - chiese il conte.
- No. Ma vado al castello a cercare aiuto. In quanto a voi, non muovetevi, state quieto, e respirate molto adagio, cercando di non tossire. Qual' la casa pi vicina?
- Il castello di Mridor.
- E per dove ci si va?	- chiese Remy, fingendo la pi perfetta ignoranza.
- O saltando questo muro, e lasciandovi ricadere nel parco, o seguendolo, finch non abbiate trovato il cancello.
- Allora ci corro.
- Grazie, uomo generoso! - esclam Monsoreau con un filo di voce.
- Se tu sapessi, infatti, fino a che punto lo sono, - mormor in cuor suo Remy, - mi ringrazieresti assai di pi.
E, risalito sul suo cavallo, lo lanci al galoppo, giungendo in cinque minuti al castello, dove tutti gli abitanti stavano frugando in ogni canto del parco per trovare il corpo del conte, poich Saint-Luc, per guadagnar tempo, aveva indicata una localit diversa da quella in cui si era realmente svolto il duello.
Remy piomb fra di loro come una meteora, e se li trascin dietro, mettendo tanto ardore nelle sue raccomandazioni, che Diana non pot trattenersi dal guardarlo con una certa sorpresa.
- Ah! Ed io che lo credevo amico del signor di Bussy, - pens, mentre egli si allontanava facendosi seguire da gente che portava una barella e tutto ci che poteva occorrere per una pi accurata medicazione.
Frattanto, ad Angers succedevano altri fatti. Non appena Caterina si fu ritirata, il duca volle recarsi da Bussy per tentar di scoprire la causa di quel suo improvviso mutamento d'opinione. Il conte, tornato a casa, rileggeva per la quinta volta il biglietto di Saint-Luc quando il duca entr, ricevuto da lui con un cordialissimo sorriso.
- Come mai, monsignore, vi degnate di venire da me?
- Eh, perbacco! - rispose il duca. - Dovevo ben chiederti una spiegazione! Perch mi hai costretto a resistere tanto a mia madre, per dirmi poi, tutto ad un tratto, di cedere?
-  che io non sapevo lo scopo della visita di Sua Maest. Ma poi mi sono avveduto che ella collabora alla maggior gloria di Vostra Altezza...
- E in che modo? - chiese il duca, incredulo.
- Ma aiutandovi a trionfare dei vostri nemici! Tanto pi che io non credo, come ritengono certe persone, che voi sogniate di occupare il trono di Francia...
Il duca diede uno sguardo sornione a Bussy.
- D'altronde - continu questi, - fate un esame della vostra situazione: potete voi disporre di centomila uomini, di dieci milioni di lire, di alleati stranieri, e poi, vorreste, infine, sollevarvi contro il vostro signore?
- Il mio signore non ha fatto complimenti per schierarsi contro di me.
- Ah, se la prendete cos, allora  un'altra cosa e avete ragione! Fatevi dunque incoronare, e assumete il titolo di re di Francia. Io non chiedo di meglio che di vedervi diventar sempre pi grande, poich, se lo diverrete voi, lo diverr anch'io.
- E chi ti parla d'essere re di Francia? - ribatt aspramente il duca. - Tu vuoi con questo discutere una questione che io non mi sono mai posta!
- Allora, con questo tutto  detto, monsignore, poich siamo d'accordo sul punto principale.
- Siamo d'accordo?
- Cos mi sembra, almeno. Fatevi dunque dare una compagnia di guardie e cinquecentomila lire. E, prima che la pace sia firmata, chiedete all'Anjou un sussidio per far la guerra. Quando l'avrete, terrete il denaro, ci non vi impegna a nulla. Cos avremo uomini, denaro, forza e andremo... Dio sa dove!
- Ma, una volta a Parigi, se mi riprenderanno, si faranno beffe di me.
- Andiamo, dunque! Non avete ascoltate le offerte della regina madre? Fra l'altro, vi ha anche parlato di una compagnia d'onore, magari comandata dal signor di Bussy.
-  vero.
- Ebbene, accettate. Sono io che ve lo dico. Nominate Bussy vostro capitano, Antraguet e Livarot luogotenenti, Ribeirac insegna. Lasciate che la compagnia la facciamo noi, come ci sembri opportuno, e vedrete se qualcuno oser farsi le beffe di voi!
- Credo che tu abbia ragione, Bussy. Ci penser. Ma che cosa stavi leggendo con tanta attenzione, quando sono giunto?
- Oh, perdonatemi, monsignore, una lettera. Me ne ero scordato. Eppure interessa ancor pi voi di me, poich porta una triste notizia. Quella della morte del signor di Monsoreau, ucciso in duello dal signor di Saint-Luc col quale aveva avuto un diverbio.
- Ah, quel caro Saint-Luc! - esclam il principe.
- Eh? - fece Bussy. - Non lo sapevo cos vostro amico, quel caro Saint-Luc.
-  fra gli amici di mio fratello, e siccome ora ci riconcilieremo, gli amici di mio fratello saranno i miei.
- Finalmente, monsignore! Sono lieto di vedervi in simili disposizioni.
- Ne sei sicuro?
- Quando lo si pu essere. Ecco il biglietto di Saint-Luc che mi annuncia la morte di Monsoreau. Frattanto, ho mandato il mio medico a constatare il fatto e a presentare le mie condoglianze al barone.
- Monsoreau morto! - mormor a mezza voce il principe. - E da solo!
Questa frase, come quella di quel caro Saint-Luc, entrambe di una spaventevole ingenuit, gli era uscita spontanea dalle labbra.
- Non  morto da solo - osserv Bussy, - poich  stato ucciso da Saint-Luc.
- Oh, so ci che voglio dire - rispose il duca.
- Forse che monsignore aveva incaricato qualcun altro di ucciderlo?
- In fede mia no. E tu?
- Oh, monsignore! Io non sono tanto principe da incaricare terzi di simili bisogne, e sono costretto a farmele da me. Ma si direbbe che aveste qualche rancore, contro Monsoreau...
- No. Sei tu che non lo amavi.
- Era logico - disse Bussy arrossendo a suo malgrado. - Non mi ha forse, una volta, fatta subire, da parte di Vostra Altezza, una orribile umiliazione?
- Te ne ricordi ancora? Su, su - si affrett poi a dire il principe, per troncare una conversazione che incominciava a diventare imbarazzante. - Fa sellare i cavalli, Bussy, e andiamo a Mridor a fare una visita progettata gi da un pezzo, e che non bisogna ritardare oltre. Oggi, non so perch, sono in vena di complimenti.
- Ora che il Monsoreau  morto - pens Bussy, - e non temo pi che venda sua moglie al duca, poco mi importa che questi la riveda. Se l'attaccher, sapr difenderla da solo. Su, dunque: dal momento che mi si offre l'occasione di rivederla, approfittiamone.
E usc per far sellare i cavalli.
Un quarto d'ora dopo, il duca, Bussy e dieci gentiluomini si dirigevano verso Mridor. Quando vi giunsero, furono meravigliati al notare che ogni cosa vi aveva l'aspetto perfettamente normale.
Una figura di donna comparve sul terrazzo d'entrata, allato al barone che teneva le chiavi.
- Ah, ecco la bella Diana! - esclam il duca. - La vedi, Bussy, la vedi?
- Certamente la vedo, monsignore - disse il giovane, che poi aggiunse in cuor suo: - Ma non vedo Remy.
Subito dietro a Diana, usc dalla casa una barella sulla quale stava il Monsoreau, con l'occhio brillante di febbre e di gelosia, e con l'aspetto d'essere tutt'altro che morto.
- Oh! Oh! Che cos' questo? - esclam il duca, rivolto a Bussy che si era fatto pallido come uno straccio,
- Evviva monsignore il duca d'Anjou! - grid Monsoreau, levando in aria una mano, cosa che gli cost un certo sforzo.
- Calmo! - ordin dietro a lui la voce di Remy sempre fedele alla scienza.
- Oh, caro conte - fece il duca, cercando di cambiare la sua espressione di meraviglia in un sorriso, - che bella sorpresa! E pensare che ci avevano detto che eravate morto.
- Venite, monsignore, venite - insisteva il ferito, - perch possa baciare la mano di Vostra Altezza. Grazie al cielo, me la caver per servirvi con ancora maggior zelo.
Bussy si sentiva la fronte innondata di sudor diaccio, e non osava guardare Diana. Quel tesoro, per lui due volte perduto, gli dilaniava il cuore.
- E grazie anche a voi, signor di Bussv - continu ancora il conte, - poich quasi vi debbo la vita.
- Come, a me?
- Senza dubbio, sebbene indirettamente, perch ecco il mio salvatore.
Ed indic Remy che, in atto disperato, levava le mani al cielo.
Intanto continuava a tessere le lodi del giovane medico. Il duca aggrott le ciglia. Bussy diede a Remy uno sguardo terribile.
Il poveraccio, nascosto dietro a Monsoreau, rispose con un gesto che voleva dire come la colpa dell'accaduto non fosse da ascrivere a lui.
- Del resto - continu ancora Monsoreau, - ho saputo che Remy vi ha curato, una volta che eravate morente, come ha curato me. E questo  un nuovo legame d'amicizia fra di noi. Contate sulla mia, signor di Bussy: quando Monsoreau vuol bene, vuol bene davvero. E anche, quando odia, odia con tutto il suo cuore.
Quando il ferito pronunci queste ultime parole, Bussy credette di veder brillare nel suo occhio uno sguardo d'odio verso il duca d'Anjou. Ma questi non vide nulla.
- Su, dunque! - disse scendendo da cavallo e offrendo la mano a Diana. - Vogliate, bella signora, farci gli onori di casa. E voi, Monsoreau, state in riposo, poich il riposo fa bene ai feriti.
- Monsignore - rispose il conte, - non sar mai che, finch Monsoreau sia vivo, un altro faccia gli onori della casa a Vostra Altezza. Dappertutto dove andrete voi, andr anch'io!
Si sarebbe detto che il duca comprendesse il pensiero recondito del conte, poich lasci subito la mano di Diana. E Monsoreau respir meglio.
- Avvicinatevi a lei - sussurr Remy all'orecchio di Bussy.
Questi obbed, e Monsoreau sorrise loro; Bussy prese la mano di Diana, ed il ferito torn a sorridere.
- Ecco un bel cambiamento, signor conte - disse Diana a mezza voce.
- Ahim! - mormor Bussy. - Perch non  ancora pi grande?
Bussy segu Diana in casa, dove il barone aveva offerto ai visitatori la sua patriarcale ospitalit.
- Signora - disse Bussy, - io sono il pi miserabile degli uomini. Alla notizia della morte del conte, ho consigliato al duca di tornare a Parigi. Ed ecco che voi resterete qui.
- Oh, Luigi! - rispose ella stringendogli la mano. - Come osereste dire che siamo infelici. Avreste gi scordato i bei giorni trascorsi?
- Al contrario, signora, ricordo fin troppo bene. Pensate ci che sar di me, tanto lontano da voi. Il mio cuore si spezzer.
Ella lo fiss e gli lesse negli occhi tutto il suo dolore.
- Ebbene - disse con subita risoluzione, - verr anch'io a Parigi.
- Come? Lasciereste il signor di Monsoreau?
- Sarebbe impossibile. Lui non mi lascierebbe.  quindi meglio che venga con noi.
E, lasciando il braccio di Bussy, si avvicin alla barella. Al giungere di Diana, la fronte del ferito si rischiar, per tornare a rannuvolarsi quando la vide appressarsi al duca. La gelosia tornava a mordergli il cuore, e cos crudelmente, da spingerlo ad una risoluzione disperata. Come sua moglie gli torn accanto, gliela comunic.
- Signora - disse, - ho deciso. Questa sera partiremo per Parigi.
Remy tent di protestare, ma Monsoreau non gli diede retta.
- E la vostra ferita? - chiese Diana.
- Signora, non c' ferita che tenga. Dovessi morire in viaggio questa sera partiremo.
- Come volete - rispose Diana rassegnata.
E fece un impercettibile cenno a Remy, per fargli comprendere di cessare le sue rincriminazioni. Questi borbott:
- Lo uccideranno, e poi diranno che la colpa  stata mia.
Frattanto, il duca d'Anjou si preparava a lasciare Mridor, facendo molti complimenti al barone, prima di salire a cavallo.
In quella, Gertrude venne a scusare l'assenza della sua padrona, trattenuta presso al ferito, e a sussurrare a Bussy che Diana sarebbe partita la sera stessa.
E il gruppo lasci il castello.
Lungo la strada, il duca prese a riflettere sui pericoli che gli sarebbero derivati dall'accondiscendere troppo facilmente ai desideri della regina madre. Ma Bussy aveva gi preveduto quel fatto, e contava su quel desiderio di rimanere.
- Vedi, Bussy, - disse il duca, - ho riflettuto meglio. Non  bene che io mi arrenda subito cos ai desideri della mia signora madre. Se le chiedessimo otto giorni di tempo per riflettere, e intanto offrissimo qualche grande festa, radunando attorno a noi la nobilt della provincia, le faremmo vedere quanto siamo forti. Quindi, rester qui ancora otto giorni, e grazie a questa proroga strapper a mia madre nuove promesse. Sono io che te lo dico!
Bussy si diede l'aria di riflettere profondamente.
- Infatti, monsignore - rispose poi. - Per, fate in modo da non rimetterci, per questo ritardo. Il re, non conoscendo le vostre intenzioni, irascibile com' potrebbe prendersela a male.
- Hai ragione. Bisognerebbe dunque che io mandassi qualcuno a Parigi, a portargli i miei saluti, e ad annunciargli il mio ritorno. E questa mossa mi darebbe gli otto giorni di cui ho bisogno.
- S, ma questo qualcuno correrebbe un gran rischio - osserv Bussy, - qualora voi cambiaste idea. Potrebbero anche mandarlo alla Bastiglia.
- In tal caso, sarebbe bene dargli una lettera, e non avvertirlo di ci che porta.
- Al contrario, invece: ditegli ci che deve dire, e non dategli nessuna lettera.
- Ma nessuno vorr incaricarsi di siffatta missione.
- Io conosco qualcuno, invece, che l'accetterebbe. E sar io stesso, monsignore! Le negoziazioni difficili mi son sempre piaciute.
- Bussy! Mio caro Bussy! - esclam il duca. - Se riuscirai in questa impresa, la mia gratitudine per te sar eterna.
Bussy sorrise, poich gi conosceva la gratitudine dell'uomo. E il duca credette che egli esitasse.
- Ti dar diecimila scudi, per questo viaggio.
- Andiamo, dunque, monsignore! - esclam Bussy. - Siate pi generoso. Forse che queste cose si pagano?
- Allora, partirai?
- S, e questa sera stessa, se lo vorrete. Frattanto, voi penserete a spassarvela bene qui, e, se potrete, fatevi dare dalla regina madre una qualche abbazia per me.
La sera stessa, Bussy, allegro come un fringuello, fece la sua visita di congedo a Caterina de' Medici, e si prepar a partire non appena ne avesse ricevuto il segnale da Mridor. Questo venne al mattino seguente, poich Monsoreau si era sentito troppo debole per partire la sera stessa, e gli fu portato da quel medesimo servitore che gli aveva gi recato il biglietto di Saint-Luc.
Infatti, il conte si mise in viaggio, su di una lettiga portata da otto uomini, che dovevano darsi il cambio di lega in lega. Diana, Remy e Gertrude seguivano a cavallo.
E Remy, il quale non aspettava che quella notizia, salt in sella, e si avvi per la stessa strada.

 CAPITOLO 18.
SI TORNA A PARIGI.
Da quando Caterina era partita da Parigi, il re non aveva fatto altro che pensare ad armarsi contro suo fratello, occupandosi anche, per di pi, di stabilire lunghe liste di proscrizioni, nelle quali figuravano i nomi di tutti coloro che, pi o meno apertamente, parteggiavano per il d'Anjou.
Fra questi, figurava in modo cospicuo Saint-Luc. Infatti, il giovane gentiluomo, in fuga verso Mridor, non poteva essere ritenuto un battistrada del duca, in viaggio per andare a preparare i suoi alloggi ad Angers?
L'unico che, a corte, sembrasse sempre pi calmo, era Chicot il quale, nel pi gran segreto, radunava a poco a poco, o meglio, a uomo a uomo, un esercito per il servizio del re.
E fu improvvisamente che un giorno, mentre il re era a tavola, egli entr nella stanza, a gambe e braccia larghe come un burattino, ad annunciare l'arrivo di Saint-Luc.
Enrico terzo si lev di tavola, tutto rosso e tremante, tanto che non si sarebbe potuto dire con sicurezza da che sentimenti fosse animato, e si slanci nel corridoio, seguito dal Guascone.
- Scommetto - diceva frattanto, - che il traditore  venuto come inviato di mio fratello, e si  fatto fare un salvacondotto per venirmi ad insultare fin qui.
- Chi lo sa? - fece Chicot.
- Auff! Maledetto te, ed il tuo eterno chi lo sa! Rispondi qualche cosa, almeno!
- E che cosa vuoi che ti risponda? Mi hai preso forse per un oracolo? Sei tu, piuttosto, che mi fai perdere la pazienza con le tue sciocche domande!
- Ma, Chicot, amico mio! Mi vedi addolorato e mi sgridi!
- Non bisogna addolorarsi, perbacco!
- Nemmeno quando tutti mi tradiscono?
- Chi lo sa? Perdinci! Chi lo sa?
Enrico, sempre perdendosi in congetture, scese verso il suo gabinetto, dove si erano gi riuniti tutti i cortigiani, richiamati dalla notizia del ritorno di Saint-Luc, con alla testa Crillon. E Saint-Luc stava l, calmo ed impassibile, pur sentendosi attorniato da tanta ostilit.
E, cosa strana, aveva condotto seco sua moglie, la quale era seduta su di un basso sgabello, mentre lui passeggiava su e gi per la stanza, col pugno sul fianco, guardando con lo stesso sguardo insolente tutti coloro che lo fissavano a quel modo.
Qualcuno di quei signori, pur avendo voglia di provocarlo, si erano tratti in disparte per rispetto a sua moglie, e tacevano. Giovanna, avvolta nella sua cappa da viaggio, teneva modestamente gli occhi bassi.
In una parola, l'attesa era enorme, quando il re comparve, tutto agitato e seguito da Chicot il quale invece, aveva presa l'aria dignitosa che avrebbe dovuto assumere il re stesso, e si era messo ad osservare Saint-Luc, cosa che Enrico terzo si era scordato di fare.
- Ah, eccovi, signore! - esclam il re, senza badare a quelli che lo circondavano.
- S, Sire - rispose semplicemente Saint-Luc, inchinandosi con rispetto.
Ma il re, che non gli badava, continu ad investirlo.
- Davvero che la vostra presenza al Louvre mi sorprende grandemente.
A questa brutale aggressione, si fece un silenzio di morte, che Saint-Luc ruppe per primo.
- Sire - disse con la sua abituale disinvoltura, - io non sono sorpreso che di una cosa sola: che, cio, nelle circostanze in cui si trova, Vostra Maest non mi aspettasse.
- Sarebbe a dire?
- Sire, Vostra Maest  in pericolo.
- In pericolo? - esclamarono tutti i cortigiani.
- S, signori! E si tratta, di un pericolo grave, nel quale il re ha bisogno di tutti coloro che gli sono devoti, dal pi debole al pi forte. Per questo, convinto di quello che dico, sono venuto a mettere ai suoi piedi i miei umilissimi servizi.
- Ah, ah! - fece Chicot. - Vedi, figlio mio, se non avevo ragione di dire "chi lo sa?".
Enrico terzo non rispose subito: guard l'assemblea e la vide commossa e offesa, e lesse negli occhi della maggioranza la gelosia.
Quindi concluse che Saint-Luc aveva fatto qualcosa di bello, ma non volle arrendersi subito.
- Signore - disse, - non avete fatto che il vostro dovere. I vostri servizi ci sono dovuti.
- Lo so, Sire - ribatt Saint-Luc. - I servizi di tutti i sudditi son dovuti al re, ma coi tempi che corrono, troppe persone dimenticano di pagare i loro debiti. Io, Sire, vengo a pagare il mio, e sar felice se Vostra Maest mi considerer ancora suo debitore.
Disarmato, Enrico terzo fece un passo verso Saint-Luc.
- Cos - disse, - tornate senza altro motivo, senza incarichi speciali, e senza salvacondotto?
- Sire - si affrett a rispondere Saint-Luc, comprendendo come il re andasse calmandosi, - son tornato soltanto per tornare, e a spron battuto. Ora, Vostra Maest pu farmi rinchiudere nella Bastiglia, o fucilare. Ma io avr fatto il mio dovere. Sire, l'Anjou  in fiamme, la Turenna sta per rivoltarsi, la Guyana si solleva. Il duca d'Anjou  al lavoro nell'occidente e nel mezzogiorno della Francia!
- Dove conta grandi aiuti, non  vero? - esclam il re.
- Sire - disse Saint-Luc, che aveva compreso il senso di quelle parole, - n consigli n ammonimenti servono a trattenere il duca. E il signor di Bussy, per quanto energico, non pu rassicurare vostro fratello nel terrore che Vostra Maest gli ha ispirato.
- Ah!, ah! - fece Enrico sorridendo sotto i baffi. - Il ribelle trema!
- Ecco un uomo in gamba! - pens Chicot accarezzandosi il mento. E, toccando il re col gomito, soggiunse: - Fammi posto, Enrico, affinch vada a stringere la mano al signore di Saint-Luc.
Il re fu convinto. Lasci che il Guascone salutasse il nuovo arrivato, e poi si avvicin al suo vecchio amico, ponendogli una mano sulla spalla.
- Sii il benvenuto, Saint-Luc - gli disse. - Ma come sei dimagrito!
A quelle parole rispose una voce di donna.
- Sire,  per il dolore d'aver spiaciuto a Vostra Maest.
Per quanto dolce e rispettosa, quella voce fece trasalire il re, poich gli era assai antipatica.
- La signora di Saint-Luc - mormor. -  vero, dimenticavo...
Giovanna si gett ai suoi ginocchi, prese la mano del re, e fece per portarla alle labbra, ma Enrico la ritir bruscamente.
- Alzatevi, signora - disse. - Io voglio bene a tutto ci che porta il nome di Saint-Luc.
- Su - disse Chicot alla giovane donna, - tocca a voi di convertire il re. E siete abbastanza bella per riuscirci.
Ma Enrico le volse le spalle e, cinto con un braccio il collo di Saint-Luc, lo trasse seco nei suoi appartamenti.
- Signora, - disse Chicot a Giovanna, indeciso, - una buona moglie non deve abbandonare il marito... soprattutto quando  in pericolo.
E la sospinse dietro al re e a Saint-Luc.
Mentre queste cose succedevano, due esseri accettavano la vita con serenit. L'uno in una cella, e l'altro nelle stalle del convento di Santa Genoveffa. Il primo era il nostro Gorenflot, fatto segno di tutte le grazie del Signore, ed il secondo Panurgo, la cui rastrelliera era sempre piena.
Gorenflot godeva, in quei momenti, di tutta la pienezza della sua gloria. La cucina dell'abbazia non faceva altro che fumare, poich i cuochi erano sempre intenti ad apparecchiare per il questuante i cibi pi ghiotti, mentre il frate cantiniere saccheggiava per lui le migliori riserve del Borgogna.
Gorenflot  diventato l'idolo del convento. La sua insegna. Non giunge personaggio illustre, che Gorenflot non gli sia mostrato come una meraviglia.
Tuttavia, fra tutto questo splendore, a volte una nube oscura la fronte di Gorenflot: i migliori polli fumano inutilmente sotto le sue nari, le bottiglie dei vini pi squisiti rimangono intatte, bench stappate. Gorenflot  lugubre.
Allora, corre voce che egli sia in estasi. Soltanto il priore osa abbordarlo in quei momenti, ed egli gli manifesta il dono divino che  in lui: sta preparando un nuovo sermone, che rimarr ancor pi famoso di quello della sera dell'assemblea.
Ma padre Giuseppe, il priore, teme che quello stato di continua contemplazione finisca per nuocere al santo predicatore, e un mattino lo prega di uscire per il mondo, a diffondere la nuova parola.
- Carissimo fratello - gli dice, - la vostra vera vita  quella di combattere per la fede. Partite, dunque, e compiete la vostra missione. Soltanto, tornate per la Pentecoste, che sar la nostra grande giornata.
- Andr - disse il frate, - ma datemi qualche po' di denaro, affinch possa ispirarmi cristianamente facendo abbondanti elemosine.
L'abate si affrett a correre a cercare la sua borsa, che aperse al frate, il quale vi immerse la mano.
- Ed ora, padre, sono libero? - chiese, intascando quanto aveva pescato.
- S, figliuol mio! Partite, e seguite le vie che il Signore vi indicher.
Gorenflot fece sellare Panurgo, lo inforc, e usc dal convento che la sera si avvicinava.
Era il giorno stesso in cui Saint-Luc era giunto da Mridor. Le notizie che arrivavano di fuori, e specialmente dall'Anjou, tenevano Parigi in fermento.
Gorenflot aveva fatta poca strada ancora, quando una mano vigorosa si abbatt sulla sua spalla, ed una voce che egli tosto riconobbe, gli sussurr all'orecchio:
- Vorreste, reverendo fratello, indicarmi la strada per andare al "Corno dell'Abbondanza"?
- Capperi! - esclam il frate, pieno di gioia. - Ma  il signor Chicot in carne ed ossa!
- Appunto - rispose il Guascone. - Stavo recandomi al convento, quando ti ho visto uscire e ti ho seguito qualche poco, prima di parlarti, per timore di comprometterti. Ed ora eccomi qui.
Nella sua gioia, il frate lev le braccia al cielo e, con una voce che fece tremare i vetri delle case, si mise a cantare, cosa che non faceva da quasi un mese, mentre Panurgo lo accompagnava con i suoi ragli.
Lasciamo, per il momento, i due amici al "Corno dell'Abbondanza", dove Chicot conduceva il frate tutte le volte che nutriva delle intenzioni di cui questi era lontano dal sospettare la gravit, e torniamo al signor di Monsoreau, in viaggio sulla sua barella da Mridor a Parigi, e a Bussy, partito da Angers con l'intenzione di seguire la stessa strada.
Ad un buon cavaliere non  difficile raggiungere coloro che vanno a piedi, ma  anche facile sorpassarli: e ci accadde, appunto, a Bussy.
Era giunta la fine di maggio, ed il caldo era grande, soprattutto verso le ore meridiane, di modo che il signor di Monsoreau ordin ai suoi portatori di fermarsi all'ombra di un boschetto incontrato per la strada, e come desiderava che il duca d'Anjou fosse informato della sua partenza il pi tardi possibile, pretese che tutti coloro che l'accompagnavano entrassero nella macchia, al riparo dai raggi del sole. E, siccome il gruppo era seguito da un cavallo carico di provviste, poterono fare una buona colazione sull'erba, senza aver bisogno di ricorrere a nessuno.
E fu appunto in quel momento che Bussy pass. Tuttavia, egli continuava, per via, a chiedere se il gruppo che lo precedeva fosse stato visto, e fino al villaggio di Durtal, aveva ottenute le informazioni pi positive e soddisfacenti. Cos, convinto che Diana lo precedesse, aveva messo il cavallo al passo, alzandosi ad ogni poco sulle staffe per cercare di scorgere i viaggiatori.
Ma ad un tratto le informazioni cessarono e, giunto al villaggio pi prossimo, si convinse che, invece d'essere in ritardo, era in anticipo, e ricord il boschetto, non solo, ma anche i nitriti del suo cavallo, passandogli accanto. Allora si decise: si ferm al peggior albergo della via, e si install presso una finestra, nascondendosi dietro ad uno straccio di tela che serviva da tendina. Si era deciso a quella scelta, per, per un motivo importante: l'osteriaccia eri situata proprio in faccia al migliore albergo della localit, ed egli non dubitava che Monsoreau vi si sarebbe fermato.
Infatti, avvenne cos: dopo le quattro giunse un battistrada che si ferm alla porta dell'albergo, e mezz'ora dopo giunse la piccola carovana.
I personaggi principali che ne facevano parte entrarono. Diana rimase fuori per ultima, e a Bussy parve che si guardasse attorno inquieta. Il suo primo impulso fu quello di mostrarsi, ma ebbe la forza di trattenersi, poich una sola imprudenza avrebbe potuto perderli. La notte, frattanto, scese. Bussy sperava che almeno Remy uscisse, fosse anche per un solo momento, o che Diana si mostrasse alla finestra, e si avvolse nel suo mantello, e si mise di sentinella nella strada.
Ma, con sua grande meraviglia, il gruppo, verso le nove di sera, si rimise in cammino. La barella apriva la strada, seguita da Remy, Diana e Gertrude, a cavallo.
Diana si guard attorno, ma come Monsoreau la chiamava, fu costretta ad avvicinarsi a lui. Quattro uomini. due a ciascun lato della strada, facevano scorta ai viaggiatori, portando delle grandi torce accese.
- Bene - disse Bussy, - io non avrei saputo far le cose meglio di cos.
E, saltato a cavallo, si mise alle calcagna del gruppo, sicuro di non perderlo pi di vista, poich la luce delle fiaccole gli avrebbe indicato il cammino.
Monsoreau, che non permetteva a Diana di staccarsi da lui, continuava a tormentarla, con i suo rimproveri d'uomo geloso. Gertrude, dal canto suo, faceva il muso a Remy poich questi aveva ritenuto inutile di continuare a corteggiarla, ora che Bussy poteva essere sicuro dell'amore di Diana.
Quando lo ritenne opportuno, Bussy lasci udire un leggero fischio, richiamo, questo, che Remy ben conosceva. Il giovane medico, infatti, trasal, e Diana, avvedutasi di quel suo moto, lo interrog con gli occhi. Egli le rispose con un cenno affermativo, poi avvicinatosi a lei, le sussurr:
-  lui.
- Che cosa c'? - chiese subito il Monsoreau. - Chi vi parla, signora?
- A me? Nessuno, signore.
- S, ho visto passare un'ombra presso di voi, ed ho sentito una voce.
- Era la voce del signor Remy - rispose Diana. - Sareste geloso anche di lui?
- No, ma preferisco che si parli ad alta voce. Mi distrae.
- Ci sono pure delle cose che non si possono dire davanti al signor conte! - si intromise Gertrude, venendo in aiuto della sua padrona.
- E perch?
- Per due motivi: il primo, perch si possono dire delle cose che potrebbero non interessare affatto il signor conte. Ed il secondo, perch se ne possono dire di quelle che lo interesserebbero troppo.
- E di che genere era quella detta da Remy?
- Di quelle che interesserebbero troppo il signore.
- Allora voglio sapere, signora, ci che vi diceva.
- Dicevo, signor conte, che se continuate ad agitarvi cos, morirete prima di aver fatto un terzo della strada.
Il conte si fece pallido come un cadavere. Diana, pensierosa, taceva tutta palpitante.
- Vi aspetta indietro - sussurr Remy. - Rallentate il passo, ed egli vi raggiunger.
Aveva parlato cos piano che Monsoreau non ud che un mormorio. Con uno sforzo rovesci il capo indietro, e vide che Diana lo seguiva.
- Ancora un gesto cos, signor conte - disse Remy, - e non rispondo pi dell'emorragia.
Da qualche tempo, come sempre accade, l'amore aveva fatto diventar Diana coraggiosa.
Volse le briglie e attese, mentre Remy, sceso da cavallo, si avvicinava alla barella per tenere distratto il ferito.
- Vediamo questo polso - disse. - Scommetto che avete la febbre.
Cinque secondi dopo, Bussy era accanto a Diana. I due amanti non avevano bisogno di parole, e rimasero qualche istante abbracciati.
- Vedi? - disse poi Bussy. - Tu parti, ed io ti seguo.
- Come saranno belli i miei giorni, Bussy, e dolci le mie notti, sapendoti vicino! Di giorno, per, dovrai seguirci a distanza, ed io ti vedr. E sar felice di scorgere il tuo bacio d'addio, ogni volta che l'oscurit della sera discender su di noi.
- Parla, Diana, parla ancora! Tu non sai quanto mi suoni dolce la tua voce!
- E quando viaggeremo di notte, il che accadr spesso, perch Remy gli ha detto che il fresco far bene alla sua ferita, allora, io di quando in quando rester indietro, per stringerti fra le mie braccia e dirti tutto ci che avr pensato di te nella giornata.
- Oh, come ti amo! Come ti amo! - mormor Bussy.
- Vedi - continu Diana, - le nostre anime sono tanto unite che, anche a distanza, potremo sentirei sempre vicini e felici.
- Oh, s! Ma preferisco vederti, e stringerti sul mio petto, Diana adorata!
Ad un tratto risuon una voce che fece trasalire Diana di timore e Bussy di collera.
- Signora Diana - gridava quella voce. - Dove siete? Rispondete.
- Ancora lui - mormor ella. - Ed io che l'avevo dimenticato! Che orrendo risveglio!
- Ascoltami, Diana! - implor Bussy. - Fuggi con me! Chi te lo impedisce? D una sola parola, e partiremo subito! Una sola parola, e sarai eternamente mia!
- E mio padre? - chiese Diana.
Quella domanda fece rientrare Bussy in se stesso.
- Il nostro destino  questo, - continu ella. - Dobbiamo esser pi forti del dmone che ci perseguita. Non temere di nulla, e vedrai come io so amare!
- Dunque dobbiamo separarci, Dio mio? - sospir Bussy.
- Contessa! Contessa! - torn a gridare la voce del Monsoreau. - Rispondete o, dovesse costarmi la vita, salter gi da questa infernale barella!
- Addio - disse Diana. - Addio! Lo farebbe, e si ucciderebbe!
- Lo compatisci?
- Geloso! - rispose Diana con soavissima voce. E, in due salti, fu di nuovo presso la barella, dove trov il conte quasi svenuto.
- Fermatevi! - mormorava il ferito. - Fermatevi!
- No - si oppose Remy. -  pazzo. Se vuole uccidersi, ebbene, si uccida!
- Ma perch gridar tanto? - chiedeva nel frattempo Gertrude. - La signora  qui al mio fianco, Rispondetegli, signora. Certamente il signor conte delira.
Diana, senza far motto, si mostr alla luce delle fiaccole.
- Ah! - fece Monsoreau. - Dove eravate dunque?
- E dove volevate che fossi, se non dietro a voi?
- Dovete stare al mio fianco, signora, e non lasciarmi mai!
Diana obbed; ora sapeva che Bussy le era vicino, e tanto le bastava.
Cos giunsero alla tappa di dove, dopo qualche ora di riposo. Monsoreau volle subito ripartire poich, pi che di giungere a Parigi, aveva fretta d'allontanarsi da Angers.
Ma, tratto tratto, quelle scene di gelosia si rinnovavano, e Remy si diceva:
- Che soffochi di rabbia! Cos l'onore del medico sar salvo.
Tuttavia, Monsoreau non mor e, dieci giorni dopo, all'arrivo a Parigi, stava meglio.
Durante quei dieci giorni, Diana era riuscita a convincere Bussy a presentarsi a casa del conte, per sfruttare l'amiciza che questi gli testimoniava. Il pretesto c'era ed era quello della salute del ferito. Tanto bastava.
Remy, frattanto, curava il marito, e portava i biglietti di Bussy alla moglie.
- Esculapio e Mercurio - si diceva. - Ecco il mio lavoro!

 CAPITOLO 19.
LA SFIDA.
I giorni passavano, al Louvre, senza che vi si vedessero ricomparire n Caterina n il duca d'Anjou, e il dissenso fra i due fratelli sembrava assumere, ogni giorno, nuova importanza. Il re, che non aveva ricevuta nessuna notizia da sua madre, scuoteva il capo, e si diceva, contrariamente al proverbio:
- Nessuna notizia, cattive notizie!
I favoriti gli dicevano:
- Sire, vostro fratello  mal consigliato.
E, come una sola persona godeva di un certo ascendente sul duca, e questa era Bussy, tutte le ire si appuntavano contro di lui. Ora, le cose stavano a questo punto, quando si seppe che il duca d'Anjou avrebbe mandato un ambasciatore.
Quella notizia sollev una nuova tempesta, e ci fu chi giur che, se l'ambasciatore fosse stato un vecchio, sarebbe stato deriso, messo alla berlina, e chiuso nella Bastiglia, mentre, se fosse stato un giovane, sarebbe stato bucherellato in tutto il corpo e poi tagliato in tanti pezzettini da mandare, uno per ciascuna, in tutte le provincie della Francia, come campioni della collera regale.
I favoriti, secondo la loro abitudine, avevano incominciato a forbire le spade, a riprendere le lezioni di scherma, e a giuocar di daga contro le pareti. Chicot, invece, lasci le sue armi nel fodero, e si mise a riflettere profondamente.
Il re, vedendolo riflettere, ricord come un giorno egli fosse stato del parere della regina madre, la quale aveva avuto ragione. E comprendendo che in lui stava la saggezza del regno, lo interrog:
- Sire - rispose questi, - o il duca d'Anjou vi mander un ambasciatore, o non ve lo mander.
- Valeva la spesa di meditar tanto, per trovare questo bel dilemma! - esclam il re.
- Pazienza, come dice la vostra augusta madre. Pazienza!
- Vedi che ne ho, e molta, dal momento che ti ascolto!
- Se te lo mander, sar perch crede di poterlo fare. Se lo crede, lui che  la prudenza in persona,  perch si sente forte. Se si sente tale, bisogna trattarlo bene. Rispettiamo i potenti, inganniamoli, ma non giuochiamo con essi. Riceviamo i loro ambasciatori, dimostrando il maggior piacere di questo mondo. Tanto, questo non impegna a nulla. E poi aggiunger: se pi tardi troveremo il modo, non gi di far del male ad un poveraccio di ambasciatore, ma di prendere per il collo il suo padrone, il grandissimo ed onorabilissimo duca d'Anjou, il vero e l'unico colpevole, assieme ai tre Guisa, e di murarli in una prigione pi sicura del Louvre, facciamolo pure!
- Questo s, che mi piacerebbe! - esclam Enrico.
- Allora continuo: ma, se non mander ambasciatori, perch lasciar muggire cos tutti i tuoi amici?
- Muggire?
- Mi capisci: direi ruggire, se ci fosse modo di scambiarli per dei leoni, ma dico muggire perch... Ebbene, eccoti la verit, Enrico: mi f male al cuore di veder della gente cos ben piantata, e con delle barbe di quella posta, giuocare ai fantasmi! Senza contare che se il duca non mander nessuno, essi crederanno che sar stato per paura di loro, e si reputeranno dei personaggi...
- Chicot, dimentichi che coloro di cui parli sono miei amici. I miei soli amici...
- Vuoi perderci mille scudi, mio re? Scommetti con me che essi sono fedeli a tutta prova, e io scommetter di averne tirati dalla mia parte, corpo ed anima, tre su quattro, e prima di domani sera.
La sicurezza di Chicot fece riflettere il re.
- Ah! - disse il Guascone, - ecco che anche tu ci pensi! Ebbene, sei pi in gamba di quanto non credessi, poich anche tu subodori la verit.
- E allora, che mi consigli di fare?
- D'aspettare, mio re. La met della saggezza di Salomone consisteva in questo. Se arriver un ambasciatore, ricevilo bene. Altrimenti, f quello che vuoi. Ma non sacrificare il nome dei Valois. Uccidi pure tuo fratello, se ti fa comodo, ma per l'onore del nome non lo degradare.  una cura, questa, che puoi lasciare a lui, che lo fa abbastanza bene.
-  vero, Chicot.
- E questa  un'altra lezione che mi devi. Ed ora, lasciami dormire, Enrico. Otto giorni fa ho dovuto ubriacare un frate, e quando devo compiere una di quelle imprese, rimango ubriaco anch'io per una settimana.
- Un frate?  quel brav'uomo di cui mi hai parlato?
- Appunto. Non gli hai promessa un'abbazia?  il meno che tu possa fare per lui, dopo quanto egli fa per te!
- Mi  dunque sempre devoto?
- Ti adora. A proposito, figlio mio, fra tre settimane sar la Pentecoste e spero che tu ci prepari una qualche bella processione.
- Io sono un re cristianissimo, ed  mio dovere dare al popolo l'esempio della fede.
- E farai, come sempre, le stazioni in quattro grandi conventi di Parigi, compreso quello di Santa Genoveffa?
- Senza dubbio: sar il secondo al quale mi recher. Ma perch queste domande?
- Oh, niente! Sono curioso, ecco tutto! Ed ora che so ci che volevo sapere, buona notte, Enrico.
In quella, come Chicot si preparava a dormire, si ud un gran rumore in tutto il Louvre.
- Pazienza! - disse Chicot. - Era scritto che non dovessi dormire. Caro Enrico, fammi il favore di affittarmi una stanza fuori di qui, perch il Louvre diventa inabitabile.
In quell'istante entr il capitano delle guardie con l'aria tutta smarrita.
- Sire - disse, -  giunto l'inviato di Sua Altezza il duca d'Anjou.
- Ha con s molta gente?
- No,  solo.
- Allora dovrai trattarlo ancora meglio, Enrico, poich  un valoroso.
- Andiamo - disse il re, cercando di assumere un aspetto di grande calma, - si riunisca tutta la mia corte nella grande sala, e mi si vesta di nero. Bisogna esser vestiti lugubremente, quando si ha la disgrazia di dover trattare col proprio fratello per mezzo di ambasciatori!
Attorno al trono, elevato nella grande sala, si agitava una folla tumultuosa e fremente.
Il re sedette sul trono, triste, con la fronte corrugata, e tutti gli sguardi si volsero alla galleria di dove stava per essere introdotto l'inviato.
- Sire - disse Qulus chinandosi all'orecchio del re, - sapete il nome dell'ambasciatore?
- No. Che importa?
- Ma, sire,  il signor di Bussy! E che ci, forse, non aggrava l'insulto?
- Non capisco come - disse il re, cercando di mantenersi calmo.
- Forse Vostra Maest no, ma noi lo comprendiamo - osserv Schomberg.
Enrico non rispose: sentiva fermentare l'odio e la collera attorno al suo trono, ed era lieto di quei due baluardi elevati fra lui ed i suoi nemici.
Qulus appoggi le due mani sull'elsa della sua spada; Schomberg, si tolse i guanti, e trasse la met del suo pugnale dal fodero; Maugiron prese la sua spada dalle mani di un paggio e se la cinse; d'pernon si arricci i baffi e si nascose dietro agli altri.
Enrico lasciava fare ai suoi favoriti, e, sorrideva.
- Introducetelo - disse.
Un silenzio mortale si fece in tutta la sala. E allora si ud un passo energico, accompagnato dal tintinnar degli speroni: Bussy entr, a testa alta, col cappello in mano, calmissimo, senza degnarsi di guardare nessuno di coloro che circondavano il re.
And diritto verso il trono, salut profondamente, ed attese, in calma e dignitosa fierezza, di essere interrogato.
- Voi qui, signor di Bussy? Ed io che vi credevo nell'Anjou!
- Sire, c'ero, effettivamente. Ma, come vedete, ne son venuto via.
- E qual motivo vi conduce alla nostra capitale?
- Il desiderio di presentare i miei umilissimi ossequi a Vostra Maest.
Il re ed i favoriti si scambiarono un'occhiata. Si erano attesi ben altro.
- E... null'altro? - chiese il re con una certa arroganza.
- S, Sire: l'ordine datomi da Sua Altezza il duca d'Anjou di unire i suoi ossequi ai miei.
- E il duca non vi ha detto altro?
- M'ha detto che, essendo in procinto di tornare con la regina madre, desiderava che Vostra Maest fosse informata dell'arrivo di uno dei suoi pi fedeli sudditi.
Il re, colto di sorpresa, non trov altro da aggiungere, e Chicot approfitt di quella sosta per avvicinarsi all'ambasciatore.
- Buon giorno, signor di Bussy - disse.
Bussy si volse, meravigliato di trovare un amico fra tutta quella gente.
- Ah, signor Chicot! Vi saluto con tutto il mio cuore! Come sta il signor di Saint-Luc?
- Benissimo. In questo momento passeggia in giardino con sua moglie.
- E questo  tutto quello che avevate da dirmi, signor di Bussy? - chiese il re.
- S, Sire. Se rimane qualche notizia importante, il duca avr l'onore di comunicarvela lui stesso.
- Benissimo - disse il re.
E, alzandosi senza aggiungere parola, scese dal trono: l'udienza era finita.
Bussy, con la coda dell'occhio, si accorse d'essere circondato dai quattro favoriti, frementi. Il re, all'altra estremit della sala, parlava col cancelliere. Fece vista di nulla, e continu a chiacchierare con Chicot, ma il re, come se avesse fatto parte del complotto, e fosse risolto a isolare Bussy, chiam a s il Guascone, che salut Bussy con grande cortesia. Bussy gli rese il saluto, e rimase solo nel circolo. Allora si fece sorridente e, vedendo Qulus farglisi vicino, disse:
- Buongiorno, signor di Qulus. Posso aver l'onore di chiedervi come va la vostra casa?
- Abbastanza male, signore - rispose Qulus.
- Oh, mio Dio! Che  dunque accaduto?
- C' qualcosa che ci d noia!
- Davvero? - fece Bussy con meraviglia. - Come mai non siete tanto forti, voi e vostri per abbattere questo qualcosa, signor di Qulus?
- Perdonate, signore - fece Maugiron. - Non  qualcosa.  qualcuno.
- Ma se qualcuno d noia al signor di Qulus, perch non lo spingete da una parte?
-  appunto il consiglio che io gli ho dato, signor di Bussy - disse Schomberg, - e credo che egli sia disposto a seguirlo.
- Ah, siete voi, signor di Schomberg! - esclam Bussy. - Non vi avevo riconosciuto.
- Forse - disse Schomberg, - ho ancora dell'indaco sulla faccia.
- No, no. Siete molto pallido. Siete forse ammalato?
- Signore - fece Schomberg, - se sono pallido,  per la collera!
- T! Ma allora avete anche voi qualcuno che vi d noia.
- S, signore!
- Lo stesso accade anche a me - dichiar Maugiron.
- Sempre spiritoso, il caro signor di Maugiron! - esclam Bussy. - Ma davvero, signori, le vostre facce stravolte mi preoccupano.
- Voi mi dimenticate, signor di Bussy - aggiunse d'pernon, piantandosi davanti a lui.
- Perdonatemi, signor d'pernon. Secondo la vostra abitudine, voi stavate dietro agli altri...
Detto ci, tacque, continuando a sorridere.
- Basta! - fece allora Qulus, a voce alta, e battendo il piede a terra.
Bussy lev gli occhi al soffitto, e si guard attorno.
- Signore - disse, - avevate notato l'eco di questa sala? Le voci aumentano di sonorit sotto le vlte di stucco e fra le pareti di marmo. Al contrario, quando ci si trova in campagna aperta, i suoni si dividono e credo, in parola d'onore, che le nubi ne prendano la loro parte. Questo  un suggerimento di Aristofane. Lo avete letto, signori?
Maugiron credette di aver compreso l'invito di Bussy, e gli si avvicin per parlargli all'orecchio. Ma Bussy lo ferm.
- Nessuna confidenza, qui, signore. Ve ne supplico - gli disse. - Voi sapete come Sua Maest sia gelosa. Crederebbe che parliamo male del re.
Maugiron si allontan pi furibondo che mai, e Schomberg prese il suo posto.
- Io - disse, - sono un tedesco molto pesante, molto ottuso, ma molto franco, e parlo ad alta voce per farmi intendere. Ma, quando non mi capiscono, sia perch colui al quale parlo  sordo, o sia perch non mi vuol capire, allora io...
- Voi? - disse Bussy fissandolo. - Voi?...
Schomberg non seppe pi che dire, e Bussy gli volse le spalle, venendosi a trovare a faccia a faccia con d'pernon, il quale non pot ritrarsi.
- Vedete - disse, - come il signor di Bussy si  fatto provinciale, fuggendo col signor duca d'Anjou. Ha la barba lunga, ma non la gala alla spada. E poi porta un feltro grigio con stivali neri.
-  quello che stavo dicendo a me stesso, caro signor d'pernon. Vedendovi cos elegante, mi chiedevo dove pochi giorni d'assenza possono condurre un uomo. Eccomi dunque costretto, per quanto mi chiami Luigi di Bussy, signore di Clermont, di imparare il buon gusto, da un piccolo gentiluomo guascone. Ma vi prego di lasciarmi passare. Mi state cos da vicino, da camminarmi sul piede. Ed anche il signor di Qulus, cosa che ho notato malgrado lo spessore dei miei stivali.
E sorrise, dicendo ci, poi, passando fra i due che aveva nominati, tese la mano a Saint-Luc, che era appena entrato. Questi, sentendola molle di sudore, comprese che doveva essere accaduto qualcosa di grave, e trasse Bussy fuori della stanza.
I favoriti restarono stupefatti dal contegno del conte.
-  chiaro che ha voluto fingere di non capirci - disse Qulus. - Ci deve essere qualcosa, sotto a quel contegno.
- Io lo so, che cosa c' - disse Schomberg. -  che sente che noi quattro lo uccideremo, e non vuole essere ucciso.
In quella, il re si avvicin ai giovanotti: Chicot gli parlava all'orecchio.
- Ebbene - chiese Enrico terzo, - che diceva, dunque, il signor di Bussy? M' parso di sentire qualcuno parlare ad alta voce, da questa parte.
- Volete sapere ci che diceva il signor di Bussy, sire? - chiese d'pernon.
- S, sapete come io sia curioso - rispose il re sorridendo.
- Nulla di interessante, in fede mia, diceva - disse Qulus. - Non  pi parigino. Ora  campagnuolo, ed io allever un cane perch gli morda i polpacci. Ma porta stivali cos spessi che forse non se ne accorger neppure.
- Ed io - aggiunse Schomberg, - ho a casa una quintana che chiamer Bussy.
- Io, invece, andr pi diritto e pi lontano - disse d'pernon. - Lo piglier a schiaffi. Non  affatto coraggioso o, se lo , lo  per amor proprio.
- Voi dunque osate, signori - fece il re con ben simulata collera, - maltrattare, a casa mia, un gentiluomo al servizio di mio fratello?
- Eh, s! - rispose Maugiron, rispondendo alla finta collera del re con una finta sommissione. - Ma vi giuro che egli non ci ha affatto risposto, Sire.
Il re guard Chicot sorridendo e si chin al suo orecchio.
- Ti sembra sempre che muggiscano, Chicot? - chiese. - A me sembra che abbiano ruggito!
- Eh! - rispose Chicot. - Forse, hanno soltanto miagolato. Io conosco certuni a cui il verso del gatto d terribilmente ai nervi. Pu darsi che il signor di Bussy sia fra questi. Ed ecco perch  uscito senza rispondere,
- Credi che sia cos? - chiese il re.
- Chi vivr vedr - rispose sentenziosamente il Guascone.
- Uhm! - ribatt Enrico. - Tale il padrone, tale il servitore.
- Se intendete dire, con ci, che Bussy  servitore di vostro fratello, vi ingannate di molto.
- Signori - disse il re, - vado a cenare dalla regina. Arrivederci. Questa sera ci sar spettacolo a corte, e vi invito tutti ad intervenire.
L'assemblea si chin rispettosamente, ed il re usc dalla grande porta, proprio mentre Saint-Luc rientrava da quella piccola, fermando con un gesto i gentiluomini che stavano per uscire.
- Perdonatemi - disse, - signor di Qulus. Abitate sempre in via Sant'Onorato?
- S, caro amico. E perch?
- Avrei da dirvi due parole. E voi, signor di Schomberg, vorreste dirmi dove state di casa?
- In via Bthisy - rispose l'interrogato.
- Voi, d'pernon, avete la vostra casa in via di Grenelle, e voi, Maugiron, qui a due passi, non  vero? Incomincer dunque, dal signor di Qulus.
- A meraviglia! Credo di comprendere. Venite da parte del signor di Bussy?
- Da parte di chi non lo dir, per ora, signori. Vi devo parlare, ed ecco tutto.
- Quand' cos, comprendiamo perch non vogliate parlare qui. Possiamo quindi andare a casa di Schomberg, che sta a due passi, dove potremo ascoltare tutto ci che avrete da dirci - propose Qulus.
- S, venite pure a casa mia! - approv Schomberg. - Io vi condurr.
I cinque gentiluomini uscirono dal Louvre tenendosi a braccetto, seguiti dai loro lacch armati fino ai denti. Giunto al suo palazzo Schomberg fece preparare il salone d'onore, mentre Saint-Luc attendeva in anticamera.
Ecco quello che era accaduto: quando Bussy era uscito con Saint-Luc, questi, notando il suo pallore, gli aveva detto, con una certa inquietudine:
- Forse che state per sentirvi male, amico mio? Siete pallido come se steste per svenire.
- No -rispose Bussy, -  soltanto la collera che mi strozza.
- E che? Perch date peso alle parole di quei bricconi?
- Perch lo debbo, ed ora ve ne convincerete anche voi. Se avessero detto o fatto a voi soltanto la met di quello che hanno detto e fatto a me, ci sarebbero gi dei morti. Voi, Saint-Luc, che siete mio amico, e che mi avete gi data una prova terribile della vostra amicizia...
- Ah, non parliamone neppure! - lo interruppe Saint-Luc. - Non ne vale la pena. Certamente, il colpo  stato assestato bene, e lasciamo il Monsoreau sotto terra, e parliamo di Diana. A quando le nozze?
- Un momento! Aspettate che Monsoreau sia morto.
- Come? - esclam Saint-Luc, dando un balzo quasi avesse posato il piede sulla punta di un chiodo aguzzo.
- Carissimo, i papaveri non sono piante cos pericolose come credevate, ed egli non  morto della caduta fattavi su. Al contrario, vive ancora, ed  pi furioso che mai. Trasuda vendetta da tutti i pori, ed ha giurato di uccidervi alla prima occasione.
- E chi  stato quell'asino di medico che lo ha salvato?
- Il mio, caro Saint-Luc!
- Ma  incredibile! - esclam il gentiluomo come schiacciato da quella rivelazione. - Allora io sono disonorato, poich ho annunciata a tutti la sua morte! Ma pazienza! Vuol dire che mi rifar alla prossima occasione, e invece di un colpo di spada gliene dar quattro.
- Calmatevi, Saint-Luc. Ora tocca a voi - disse Bussy. - Del resto, Monsoreau mi serve assai pi di quanto non pensiate. Figuratevi che crede sia stato il duca a lanciarvi contro di lui! Ed  del duca che  geloso, mentre io sono il suo amico prediletto, cosa ben naturale, del resto, perch chi l'ha salvato  stato quell'animale di Remy che, da onest'uomo qual', si immagina di dover guarire la gente soltanto perch  medico. E cos il Monsoreau crede di dovermi la vita, ed  a me che ha affidata sua moglie. Cos, vedete, caro Saint-Luc, che fino ad ora non mi avete reso che la met di un servizio.
- Ho capito. E adesso vorreste che vi rendessi l'altra met, no?
- Appunto, ma non si tratta del Monsoreau. Siete in buoni rapporti coi favoriti del re?
- Cos, come cani e gatti al sole. Finch esso basta a scaldarci tutti, non diciamo nulla, ma se l'uno cercasse di prender la parte di luce e di calore che spetta agli altri, allora non risponderei pi di niente.
- Ebbene, amico mio, quello che mi dite - disse Bussy, - mi fa davvero piacere. Ammettiamo che il vostro raggio sia intercettato: mostrate i vostri bei denti bianchi, e tirate fuori gli artigli.
- Non vi comprendo.
- Si tratta, se non vi dispiace, - spieg Bussy sorridendo, di abbordare il signor di Qulus. Incominciate a capirmi,  vero?
- S.
- Perfettamente. E gli chiederete il giorno in cui desiderer di tagliarmi la gola, o di farsela tagliare da me. Non vi rifiuterete, spero.
- Affatto. E, se volete, ci vado subito.
- Un momento: ci sono anche gli altri tre, a cui prego di fare la stessa proposta.
- Oh! Oh! - esclam Saint-Luc. - A tutti e quattro?
- Appunto, caro amico - conferm Bussy, - a tutti e quattro! E, logicamente, non avr nemmeno bisogno di raccomandare, ad un uomo come voi, di procedere, verso quei signori, con tutto il vostro tatto. Desidero che la cosa sia sistemata nel modo pi signorile possibile.
- Sarete contento di me, amico mio.
Bussy tese sorridendo la mano a Saint-Luc.
- Benissimo - disse. - Ah, cari i miei favoriti del re: ora rider io!
- E, - disse Saint-Luc, - volete farmi conoscere le vostre condizioni?
- Non ne pongo. Lascio liberi quei signori di scegliere le armi, il giorno, l'ora ed il luogo dello scontro. Sono miserie di cui non vale la spesa di parlare. Soltanto, vi prego di affrettarvi: io vi attender nel giardino piccolo, dove vi prego di raggiungermi, non appena fatta la vostra commissione.
- Ma ci vorr un po' di tempo.
- Posso aspettare.
E cos Saint-Luc invit i quattro favoriti a quel colloquio particolare.
Mentre egli attendeva nell'anticamera di Schomberg, i quattro amici prendevano posto nei quattro angoli del salone: disposti cos, fu dato ordine di aprire la porta a due battenti, ed un usciere venne ad invitare Saint-Luc ad entrare.
- Il signor d'Espinay di Saint-Luc! - annunci.
E Saint-Luc entr. Schomberg, come padrone di casa, si lev e si fece incontro al suo ospite che, invece di salutare, rimise il cappello in testa, formalit che dava alla sua visita il tono e l'intenzione.
Schomberg rispose con un saluto, poi procedette alla formalit della presentazione dei suoi amici. In ultimo declin le sue generalit Saint-Luc, ad ogni presentazione, salut profondamente. Quando la cerimonia fu compiuta, i quattro amici sedettero; il solo Saint-Luc rimase in piedi.
- Signor conte - disse a Qulus, - voi avete insultato il conte Luigi di Clermont d'Amboise, signore di Bussy che vi manda a salutare e vi invita, per il giorno e l'ora che vi converr, a combattimento singolare, con le armi che vi piacer scegliere, fino alla morte. Accettate?
- Certamente - rispose Qulus. - Il signor di Bussy mi fa un grande onore.
- Il giorno?
- Non ho preferenze: ma quanto prima sar, e tanto meglio!
- L'ora?
- Il mattino.
- Le armi?
- La spada e la daga, se piace al signor di Bussy.
Saint-Luc fece un inchino. Poi si rivolse agli altri tre che risposero nello stesso modo.
- Ma - obiett Schomberg che, nella sua veste di ospite, fu interpellato per ultimo, - non abbiamo pensato ad una cosa, signor di Saint-Luc: se scegliessimo tutti lo stesso giorno e la stessa ora, il signor di Bussy potrebbe trovarsi nell'imbarazzo.
-  vero - approv Saint-Luc con un novo saluto ed un nuovo sorriso. - Il signor di Bussy si troverebbe nell'imbarazzo come qualsiasi altro gentiluomo, a faccia a faccia con quattro valorosi come voi. Ma dice che non sarebbe una novit, perch il caso si  gi presentato alle Tournelles, vicino alla bastiglia.
- E combatterebbe contro tutti e quattro noi?
- Contro tutti e quattro.
- Separatamente? - chiese ancora Schomberg.
- Separatamente o assieme: la sfida  tanto individuale quanto collettiva.
I quattro si guardarono in faccia. Qulus fu il primo a rompere il silenzio.
-  molto bello, da parte del signor di Bussy - disse rosso di collera, - ma per quanto poco ci abbia valutati, ciascuno di noi pu fare isolatamente la sua bisogna. Accetteremo dunque la proposta del conte, ma siccome non vogliamo assassinare un valoroso, tireremo a sorte, per vedere a quale di noi toccher l'onore di combattere contro di lui.
- Ma - intervenne d'pernon, - e gli altri?
- Oh! Il signor di Bussy conter certamente su tre amici fidati da contrapporre agli altri. Non vi sembra?
- S - approvarono tutti in coro.
- A me piacerebbe molto - insinu Schomberg, - che il signor di Bussy invitasse a questa festa il signor di Livarot.
- Ed io vorrei vederci il signor d'Entragues - disse Maugiron.
- Che, col signor di Ribeirac, completerebbe la compagnia - concluse Qulus.
- Signori - disse Saint-Luc, - trasmetter i vostri desideri al signor di Bussy, troppo cortese per rifiutare ci che chiedete. Non mi resta pi, quindi, che ringraziarvi a suo nome.
Saint-Luc torn a salutare, e i quattro sfidati lo riaccompagnarono alla porta della sala, dopo di che egli torn da Bussy, molto fiero per il modo con cui aveva eseguito il suo mandato. Bussy lo ringrazi, ma Saint-Luc lo trov triste.
- Ho forse fatto male le cose? - gli chiese.
- No. Ma mi duole che non abbiate chiesta una dilazione.
- Bisogner attendere lo stesso: gli angioini non sono ancora tornati. E, poi, perch tanta fretta di coprire il terreno di morti e di morenti?
-  che vorrei morire il pi presto possibile.
Saint-Luc, meravigliato, guard Bussy.
- Morire, - esclam. - quando si ha la vostra et, un'amante come la vostra, ed il vostro nome?
- Oh, son certo di ucciderne quattro, ma ricever anch'io un buon colpo che mi calmer per sempre!
- Che idee nere, Bussy!
- Gi! ma vorrei veder voi, nei miei panni, Con un marito che si credeva morto e che risuscita, e la moglie che, costretta a stargli allato, non vi pu n sorridere, n parlare, e nemmeno stringervi la mano!
Saint-Luc scoppi a ridere.
- Che uomo ingenuo! - esclam. - E dire che le donne vanno pazze per questo scolaretto. Ma, caro mio, non c' innamorato, al mondo, pi felice di voi!
- Benissimo! E provatemelo, allora!
- Niente di pi facile. Non siete amico del signor di Monsoreau?
- Ma io non posso abusare dell'amicizia!
- Vediamo, un po': voi sapete che egli non , per quanto si protesti tale, veramente vostro amico, poich vi rende infelice. Per contro, se egli vi rende tale, non siete amici. Dunque potete trattarlo sia con indifferenza, e prendergli la moglie, sia da nemico, uccidendolo di nuovo se non sar contento.
- Infatti, io lo detesto.
- E lui vi teme?
- Credete che non mi voglia bene?
- Provatevi a prendergli la moglie, e vedrete!
- No. Tutto sommato, preferisco ancora comportarmi da uomo d'onore.
- E lasciare che la signora Monsoreau curi moralmente e fisicamente suo marito. Perch, morto voi, egli sar ancora l'unico uomo che le rester. Ma ecco mia moglie. Ascoltate i suoi consigli, caro Bussy. Ella ha la lingua d'oro.
Giovanna tese la mano a Bussy.
- Come vanno i vostri amori? - gli chiese.
- Agonizzano, - rispose Bussy.
- Ma io scommetto, - disse Saint-Luc, - che Giovanna sapr ridar loro la vita.
- Vediamo la ferita, - diss'ella.
- La questione  semplicissima, - spieg Saint-Luc. - Bussy, come non ama di sorridere al conte di Monsoreau, ha deciso di ritirarsi.
- E di lasciargli Diana? - esclam Giovanna, allarmata.
- Oh, signore! - aggiunse Bussy. - Saint-Luc non vi ha detto che voglio morire!
- Povera Diana! - mormor ella. - Gli uomini sono davvero tutti degli ingrati! Ah, signore, questo non  che un povero pretesto. Se l'amaste davvero, l'unica cosa che temereste sarebbe quella di non essere pi amato da lei. Su, confessate che non le volete pi bene!
Bussy impallid.
- Oh, signora! - mormor.
- Siete ameni, voi, uomini, con i vostri sacrifici. Forse che noi non ne facciamo? E che: esporsi a farsi massacrare da quella tigre di Monsoreau, non  forse sacrificio ed eroismo? Oh, io non sarei capace di fare un quarto di quanto Diana ha fatto per voi!
- Grazie, - fece Saint-Luc. E Giovanna scoppi a ridere.
- Voi avete ragione, - disse Bussy, dopo un breve momento di esitazione. - Io non sono che un uomo, vale a dire una creatura imperfetta e inferiore alla pi volgare delle donne.
- Meno male che ne siete convinto! - esclam Giovanna.
- E allora, che cosa mi comandate, in espiazione?
- Di andar subito a trovarla.
- Ebbene, - rispose Bussy, - vi andr subito!
E si rec dal signor di Monsoreau che, vedendolo, emise delle vere grida di gioia, tanto pi che Remy gli aveva promesso che, entro tre settimane, la sua ferita sarebbe stata guarita.
Bussy raccont al conte come fosse stato incaricato di quell'ambasciata del duca d'Anjou, il suo arrivo a corte, l'imbarazzo del re e parl della freddezza con cui era stato accolto dai favoriti, per non allarmare Diana, che ne rise.
Monsoreau, impensierito da quella notizia, sussurr all'orecchio di Bussy:
- Datemi retta: non vi compromettete per il duca,  perfido. Io che lo conosco bene, so che egli non esita mai, davanti ad un tradimento. E, siccome vi sono amico, voglio mettervi in guardia, pregandovi, anche, di venirmi a chiedere consiglio tutte le volte che vi troverete in una posizione difficile.
- Signore! Signore! - esclam in quella Remy. - Dopo la fasciatura, bisogna dormire!
- S, caro dottore, - rispose il conte. Poi, rivolto a Bussy, aggiunse: - E voi, amico mio, accompagnate la signora di Monsoreau a fare una passeggiata in giardino.

 CAPITOLO 20.
IN AGGUATO.
Non trascorsero otto giorni che Bussy s'accorse come Saint-Luc e Giovanna avessero pienamente ragione.
Diana, pi vicina alla semplicit, si era subito fatta una logica, la quale consisteva nell'amare Bussy, una morale, quella di non essere che sua, ed una metafisica: quella di fremere al suo pi piccolo contatto.
Il signor di Monsoreau, frattanto, andava ristabilendosi rapidamente, quando una grave notizia lo venne ad inquietare: il duca d'Anjou era giunto a Parigi con la regina madre ed i suoi angioini.
Ed aveva ragione di inquietarsi: all'indomani del suo arrivo, il principe, con la scusa di venire a prendere sue notizie, si rec a fargli visita. Il signor di Monsoreau fu costretto a riceverlo, ed il duca si mostr amabilissimo con lui e soprattutto con sua moglie. Appena il principe se ne fu andato, il conte, appoggiandosi al braccio di Diana, fece tre volte il giro della sua poltrona, cosa che fece strillare Remy, e torn a sedere, con aria soddisfatta. Dal suo sorriso sornione, Diana comprese come egli meditasse qualche cosa.
All'arrivo del duca d'Anjou, gli osservatori osservarono tre cose, vale a dire molta insolenza da parte del re, una certa freddezza nella regina madre, ed un'umilt insolente nel duca, che sembrava chiedersi:
- Perch diavolo mai mi avete fatto tornare, se volevate accogliermi cos?
Livarot, Ribeirac e d'Entragues, prevenuti da Bussy di quanto era accaduto, si comportarono, di fronte ai loro avversari, come la situazione voleva. Chicot, da parte sua, non fece che andare e venire, con l'aria di persona che abbia molto da fare. Poi tutto rientr nella calma.
Il terzo giorno, il duca d'Anjou fece una seconda visita a Monsoreau il quale gi sapendo come si era svolto l'incontro fra i due fratelli, accarezz molto il duca, per mantenerlo nella sua pi ostile disposizione. Poi, quando fu uscito, siccome si sentiva davvero molto meglio, torn a prendere il braccio di sua moglie, e fece il giro di, tutta la stanza, tornando a sedere con l'aria pi soddisfatta che mai. La sera stessa Diana avvert Bussy che Monsoreau stava davvero meditando qualche cosa.
Poco dopo, Monsoreau e Bussy rimasero soli.
- Eppure, - disse il primo, - questo principe che mi fa tante carezze  il mio peggior nemico!  lui che ha tentato di farmi assassinare dal signor di Saint-Luc.
- Oh, assassinare! - protest Bussy. - Il signor di Saint-Luc  un buon gentiluomo, e avete confessato di averlo provocato voi stesso, snudando la spada.
- D'accordo. Ma non  meno vero che egli era istigato dal duca d'Anjou.
- Ascoltatemi, - disse Bussy. - Io conosco il duca, e soprattutto conosco il signor di Saint-Luc. Egli  tutto per il re e niente affatto per il principe.
- Voi non conoscete la storia di Francia come la conosco io, caro signor di Bussy - fece Monsoreau, ostinato.
Finalmente, il conte pot scendere in giardino.
- Tanto basta, - disse risalendo alle sue stanze. - Questa sera traslochiamo. Il duca mi stanca con le sue visite, ed ho ordinato che si metta in ordine la mia piccola casa delle Tournelles. L star bene: non ci si possono ricevere pi di quattro persone alla volta. , inoltre, una vera fortezza, dalla cui finestra si vedono, a trecento passi di distanza, coloro che vengono a farvi visita, in modo da poterli evitare se non avete voglia di riceverli.
Bussy si morse le labbra, pensando che sarebbe giunto un giorno in cui la sua presenza sarebbe stata altrettanto sgradita. Diana sospir, ricordando la prima volta che aveva visto Bussy.
Remy rifletteva. Quindi fu il primo a parlare.
- Ma non  possibile! - esclam. - Il Gran Maestro delle Cacce Reali deve offrire dei ricevimenti, tenere dei domestici, degli equipaggi.
- Gi! - fece Monsoreau, come colpito da quella osservazione.
- E poi, - continu il medico, - come io sono tanto medico del cuore quanto del corpo, non  del vostro soggiorno qui, che mi preoccupo, ma di quello della signora. Lei s, che dovrebbe traslocare l!
- Ed io dovrei separarmene? - esclam Monsoreau, dando a sua moglie uno sguardo pi d'ira che d'amore.
- Allora date le vostre dimissioni da Gran Cacciatore...
- Far quello che devo fare, - rispose il conte a denti stretti, - ma non abbandoner mai la contessa!
Terminava appena di dire quelle parole, che si ud nella corte un grande scalpitar di cavalli.
- Ancora il duca! - mormor il conte, fremendo.
Infatti, pochi istanti dopo l'Anjou entrava nella stanza. E Monsoreau, che stava con occhi bene aperti, si avvide che il suo primo sguardo era stato per Diana. Bentosto, poi, le galanterie del duca verso di lei lo illuminarono ancora meglio: aveva portato alla contessa un gioiello rarissimo di oreficeria, un pugnale dal manico d'oro cesellato. Il manico era una fiala: sulla lama era bulinata, con raro talento, una grandiosa scena di caccia.
- Vediamo, - disse il Monsoreau, il quale temeva che il manico nascondesse un qualche biglietto.
Ma il principe anticip quel sospetto, e separ l'arma in due parti.
- A voi, che siete cacciatore, - disse, - la lama. Alla contessa l'impugnatura. Buon giorno, Bussy, eccovi dunque divenuto buon amico del conte.
Diana arross, ma il giovane rimase padrone di s.
- Monsignore - disse, - dimenticate di avermi incaricato voi stesso questa mattina, di venire a prendere notizie del conte. Ed io, come sempre, ho obbedito ai vostri ordini.
-  vero, - disse il duca, andando a sedere presso Diana.
Le disse qualche parola sottovoce, e poi soggiunse, a voce alta:
- Conte, in questa stanza fa terribilmente caldo. Vedo che la contessa soffoca, perci le offro il braccio per farle fare un giretto in giardino.
Il marito e l'amante si scambiarono uno sguardo corrucciato, mentre Diana, cos invitata, si levava posando la mano sul braccio del principe.
- Datemi il braccio, - disse Monsoreau a Bussy.
E discese dietro a sua moglie.
- Ah, ah! - esclam il duca. - Sembra che siate completamente rimesso.
- S, monsignore, e presto spero di poter accompagnare la contessa dappertutto dove andr.
- Bene! Ma, nel frattempo, non dovete stancarvi.
Monsoreau, che sentiva quanto quella raccomandazione fosse giusta, sedette in un punto di dove non avrebbe potuto perderli di vista.
- Conte, - disse a Bussy, - se voleste essere cortese, accompagnereste voi la contessa al mio palazzetto della Bastiglia. Preferisco, in verit, saperla laggi. Cos la strapperei ai suoi artigli.
- No, signore, - intervenne Remy, rivolto al suo padrone. - Non potete accettare.
- E perch? - chiese il Monsoreau.
- Perch il duca d'Anjou non perdonerebbe mai al conte di avervi aiutato a giuocargli un simile tiro.
Quelle parole fecero riflettere il conte.
- Remy ha ragione, - disse poi. - Non  a voi che debbo chiedere un simile servizio. L'accompagner io stesso.
- Ma  una pazzia! - protest Bussy. - Perderete la vostra carica.
- Forse - rispose il conte. - Ma conserver mia moglie.
E accompagn quelle parole con un aggrottar di ciglia che fece sospirare Bussy.
La sera stessa, Monsoreau condusse la contessa alla casa delle Tournelles. Diana ritrov la sua stanza sul davanti della casa, stanza separata soltanto da un corridoio da quella del conte.
Bussy si strappava i capelli, ma Saint-Luc gli ricord come le scale di corda, allora giunte al massimo della perfezione, servissero a molte cose.
Monsoreau si fregava le mani, e sorrideva pensando al dispetto del duca d'Anjou, il quale, da quando egli gli aveva rapita Diana, odiava il conte con furore.
Cos, un giorno, svegliandosi dopo una notte insonne popolata di sogni febbrili, ordin che venissero preparati i suoi equipaggi, per recarsi a far visita a Monsoreau. Ma, al palazzo, gli fu detto che il conte non abitava pi l.
A quell'annuncio il principe sorrise e, soltanto per la forma, chiese dove fosse la nuova abitazione del conte. Quando gli fu detto dove era, si volse a Bussy, che lo aveva accompagnato.
- Poich  alle Tournelles, - disse, - andiamo alle Tournelles.
La scorta si rimise in marcia: il principe conosceva bene la casa e la porta, e Bussy non la conosceva meno bene di lui. Si fermarono a due passi di distanza dall'uscio, entrarono nel corridoio, e salirono la scala. Ma soltanto il principe entr nell'alloggio: Bussy rimase sul pianerottolo.
Cos avvenne che il duca, pur sembrando il favorito, non vide che Monsoreau, mentre Bussy fu ricevuto fra le braccia di Diana, che lo strinsero teneramente, mentre Gertrude si teneva in ascolto. Monsoreau, vedendo il principe, si fece livido.
- Monsignore! - esclam contrariato. - Voi in questa povera casa?  troppo onore per me.
Parlava con un tono ironico che non si dava nemmeno la pena di dissimulare; tuttavia il principe parve non accorgersene, e si avvicin al ferito sorridendo.
- Dappertutto dove vada un amico sofferente, - disse, - vado a chiedere sue notizie.
- Vostra Altezza mi ha davvero chiamato suo amico?
- S, caro conte. Come state?
- Molto meglio, monsignore. Fra otto giorni sar completamente guarito.
- Ed  stato il vostro medico a prescrivervi l'aria della Bastiglia? Non stavate bene al vostro palazzo?
- No, monsignore. Ci veniva troppa gente e vi faceva troppo fracasso!
Il tono di fermezza del conte non sfugg al principe. Pure parve non badarvi.
- Ma qui non avete nemmeno il giardino, credo? E dove passeggerete?
- Non passegger.
Il principe si morse le labbra.
- Sapete, conte, - disse dopo qualche istante di silenzio, - che c' molta gente che aspirerebbe alla vostra carica?
- E sotto qual pretesto, monsignore?
- Alcuni sostengono che siete morto. E, dal momento che vi sotterrate cos,  come se lo foste davvero.
Questa volta fu Monsoreau, quello che si morse le labbra.
- Pazienza, monsignore, - disse. - Perder la mia carica. Ci sono altre cose che preferisco.
- Allora, non dovrete lagnarvi se il re lo sapr. E lo sapr perch, se mi interrogasse, dovrei ripetergli quanto mi avete detto.
- In fede mia, monsignore, se si ripetesse al re tutto quello che si dice a Parigi, due orecchie non basterebbero a Sua Maest per ascoltare.
- E che si dice, dunque, a Parigi, signore? - chiese il duca volgendosi di scatto verso il conte, come se fosse stato morso da una vipera.
Monsoreau s'avvide che la conversazione si andava facendo troppo seria per un convalescente non ancora in grado d'agire pienamente. Fren l'ira che gli ribolliva in corpo, e rispose, cercando di assumere un aspetto indifferente:
- E che ne so, io, povero paralizzato? Gli eventi passano, ed io ne sento solamente l'eco. Se al re spiace di vedermi far male il mio servizio, ha torto, poich egli  un poco responsabile della disgrazia che mi  toccata.
- E come mai?
- Caspita! Il signor di Saint-Luc, che mi ha ferito, non  forse uno dei pi cari amici del re?  lo stesso re che gli ha insegnata la botta con cui mi ha trapassato, e nulla mi dice che non sia stato il re stesso ad incaricarnelo.
Il duca fece quasi un segno di approvazione.
- Avete ragione, - disse. - Ma alla fin dei conti, il re  il re.
- Fino a quando non lo sar pi, non  vero? - fece Monsoreau.
Il duca trasal.
- A proposito, - disse. - La contessa non abita qui?
- Ah, monsignore! Ella  ammalata. Altrimenti sarebbe gi venuta a presentarvi i suoi rispetti.
- Ammalata? Poveretta!  forse per il dolore di avervi visto soffrire?
- S. E poi per la fatica del trasloco.
- Speriamo che si rimetta presto, caro conte. Avete un medico tanto abile! - e si alz per congedarsi.
-  un fatto, - disse Monsoreau, - che quel caro Remy mi ha curato ammirevolmente.
- Ma non  il medico di Bussy?
- Infatti,  il conte che me lo ha imprestato, monsignore.
- Allora siete molto amico di Bussy?
-  il mio migliore, e dovrei dire il mio unico, amico, - rispose Monsoreau con freddezza.
- Addio, conte, - fece il duca, sollevando la portiera di damasco.
Nel far ci, gli parve di vedere un lembo d'abito femminile scomparire in un baleno nella stanza vicina, e Bussy comparve, ad un tratto, al suo posto sul ballatoio. Il duca sent il sospetto crescere in. lui.
- Partiamo, - disse a Bussy, il quale, senza rispondere, scese per dar ordine alla scorta di prepararsi. E forse, anche, per nascondere il suo rossore.
Il duca, rimasto solo sul pianerottolo, cerc di entrare l dove aveva visto scomparire l'abito femminile ma, volgendosi, vide che Monsoreau l'aveva seguito e si teneva in piedi, pallido, appoggiato all'uscio.
- Vostra Altezza sbaglia strada, - disse il conte con tono glaciale.
-  vero, - balbett il duca. - Grazie. - E scese, con la rabbia nel cuore.
Durante tutto il tragitto, non scambi una parola con Bussy, che lo lasci alla porta del suo palazzo.
Quando il duca fu in casa, e solo nel suo gabinetto, Aurilly vi scivol dentro con aria di mistero.
- Ebbene, - disse il duca, - eccomi beffato dal marito.
- E forse anche dall'amante, - soggiunse il suonatore di liuto. - Spero che Vostra Altezza mi perdoni, perch ho agito nel suo interesse. Mi ero nascosto in una tettoia del cortile, quando siete salito ed ho visto comparire una veste di donna, la quale si  chinata. Due braccia le si sono annodate attorno al collo, ed ho sentito il rumore di un tenero, lungo bacio. Non ho per potuto riconoscere a chi appartenessero le braccia. I guanti non hanno volto. Per, mi son parsi quelli del signor di Bussy.
- Guanti di bufalo ricamati in oro? - esclam duca, incominciando a comprendere la verit.
- S, monsignore. Proprio cos.
- Ah, Bussy! Ma s,  Bussy! - grid il duca. - Cieco che ero!
- Attenzione, - ammon Aurilly. - Mi sembra che Vostra Altezza parli troppo forte. Per, non bisogna arrendersi cos facilmente all'evidenza. Non poteva esserci un uomo, nascosto nella stanza della signora di Monsoreau?
- S, senza dubbio! Ma Bussy l'avrebbe visto! E poi, quei guanti. Inoltre, ho anche udito tre parole: "A domani sera". Di modo che, se volessimo, monsignore, riprendere un poco delle vecchie usanze, domani sera potremmo saper tutto.
- Va bene, Aurilly. Domani sera le riprenderemo.
- Vostra Altezza sa che sono ai suoi ordini.
- Bene. Ah, Bussy - ripet il duca fra i denti, - Tu mi tradisci, tu, terrore di tutti. Tu, l'onest'uomo! Proprio quello che non vuole che io divenga re di Francia!
E, sorridendo con gioia infernale, il duca conged Aurilly.
Alle dieci di sera, Bussy si avvolse nel suo mantello e, con la scala sotto il braccio, si avvi verso la Bastiglia. Il duca, il quale non sapeva che egli avesse avuta quella scala di corda nella sua anticamera, e che non credeva si potesse camminare a piedi per le vie di Parigi, perse dieci minuti in preparativi. Durante questo tempo, Bussy aveva gi fatto tre quarti della strada.
Quando giunse vicino alla casa delle Tournelles, vide, dietro alle finestre, brillare una luce: questo era il segnale convenuto fra lui e Diana. Gett la scala sul balcone, e quella munita da ganci, si attacc. Al leggero rumore, Diana spense la luce e aperse la finestra, scrutando nella via e nella piazza, che le parvero deserte. Allora fece cenno a Bussy, e questi in pochi istanti fu al suo fianco.
Il momento era stato scelto bene: mentre Bussy saliva dalla finestra, Monsoreau dopo di esser stato pi di dieci minuti in ascolto dietro la porta di sua moglie, aveva preso a scendere faticosamente le scale, appoggiato a un servo di sua fiducia.
Questa doppia manovra, che si sarebbe detta combinata da un abile stratega, si esegu con tanta perfezione che Monsoreau apriva la porta di strada proprio nell'istante in cui, avendo Bussy ritirata la scala, Diana chiudeva la finestra.
- Che ti abbiano informato male? - chiese al suo domestico.
- No, monsignore; sono appena uscito da palazzo d'Anjou ed il capo palafreniere, mio amico, mi ha positivamente assicurato che monsignore aveva ordinato due cavalli per questa sera. Pu darsi che volesse recarsi in qualche altro luogo...
- E dove vuoi che vada? - chiese Monsoreau in tono cupo.
E si guard attorno una seconda volta.
- Forse avrei fatto meglio a restare nella stanza di Diana, - si disse. - Ma ella, che forse ha combinato con lui un codice di segnali, lo avrebbe avvertito della mia presenza, ed io non avrei saputo nulla.  meglio sorvegliarli di qui fuori. Vediamo, conducimi a quel nascondiglio dal quale, secondo te, si pu vedere tutto.
- Venite, monsignore.
Monsoreau avanz, appoggiandosi al servo.
A venti passi o poco pi, dalla parte della Bastiglia, c'era un gran mucchio di pietre, tolte alle case in demolizione. Fra queste, il domestico aveva costruita una specie di garitta in cui potevano nascondersi due persone. L stese un mantello, e Monsoreau vi si accosci sopra. Il servo si stese ai suoi piedi, posandosi accanto un grosso moschetto carico, di cui avrebbe accesa la miccia se Monsoreau non lo avesse trattenuto.
- Un momento, - gli disse. - C' sempre tempo. Quella che aspettiamo  selvaggina reale, e c' la pena di morte per chiunque le alzi la mano addosso.
I suoi occhi, ardenti come quelli di un lupo, scrutavano dalla finestra di Diana alle profondit della via, poich avrebbe voluto sorprendere e temeva di essere sorpreso.
Dal balcone di Diana, prudentemente chiuso, non filtrava che un sottil filo di luce, unico indizio di vita in tutta la casa.
Non erano ancora dieci minuti che Monsoreau stava all'affusto, quando due cavalli comparvero all'imboccatura di via Sant'Antonio. Il servo non parl, ma indic con la mano i due cavalieri.
- S, - sussurr Monsoreau. - Li vedo.
I due cavalieri scesero all'angolo del palazzo Tournelles, e attaccarono i loro cavalli agli anelli infitti nel muro.
- Monsignore, - disse Aurilly, - credo che arriviamo troppo tardi.
- Va bene, - rispose il duca. - Ma se non lo abbiamo visto entrare, lo vedremo uscire. E, se lo volessimo, potremmo anche provocare la sua uscita. Basterebbe che uno di noi bussasse alla porta, tu, per esempio, col pretesto di chiedere notizie del conte. Ogni innamorato teme una sorpresa e, mentre tu entreresti dalla porta, egli uscirebbe dalla finestra, lasciandosi scorgere da me.
-  ingegnosissimo, monsignore, - disse Aurilly. - Ma ecco un mucchio di pietre che sembra messo l apposta per nascondere Vostra Altezza.
- S, ma aspetta: chiss che non ci riesca di vedere qualcosa di tra le tende della finestra.
E il duca e Aurilly girarono per una decina di minuti da tutte le parti, cercando un punto da cui spingere i loro sguardi nell'interno della stanza. Durante quelle evoluzioni, il Monsoreau bolliva d'impazienza.
- Dovr dunque inghiottire quest'affronto? - mormorava. - No. La mia pazienza  esaurita.  terribile, questo di non poter dormire, n vegliare, e nemmeno soffrire in pace, perch un vergognoso capriccio si  fitto nell'ozioso cervello di questo miserabile principe! Ed io non sono un servo compiacente: sono il conte di Monsoreau e, se lo vedr venire da questa parte gli far saltare le cervella. Accendi la miccia.
In quello stesso momento il principe, vedendo che non gli riusciva di scorgere nulla, era tornato al suo primitivo progetto, e si preparava a nascondersi fra le pietre, mentre avrebbe mandato Aurilly a bussare alla porta, quando questi, dimentico della distanza che c'era tra lui e il principe, gli pose ad un tratto la mano sul braccio.
- Ebbene, signore, che cosa accade? - fece il duca, meravigliato.
- Venite via, monsignore. Presto! - disse Aurilly. - Non vedete brillare nulla alla nostra sinistra? Venite. Venite!  la miccia di un moschetto o di un archibugio, monsignore.
- E chi mai vuoi che si sia imboscato laggi?
- Qualche amico o qualche servo di Bussy. Allontaniamoci, facciamo un giro, e torniamo dall'altra parte. Il servo dar l'allarme, e vedremo Bussy scendere dalla finestra.
- Hai ragione, - ammise il duca. - Vieni.
Attraversarono la strada, e si diressero verso i loro cavalli.
- Se ne vanno, - disse il servo.
- S, - rispose Monsoreau. - Li hai riconosciuti?
- A me sembravano il duca e Aurilly.
- Appunto. Ma fra poco sar pi sicuro. Vieni.
Nel frattempo, il duca e Aurilly svoltavano per via Santa Caterina per tornare dalla parte della Bastiglia, e Monsoreau rientrava per far preparare la sua carrozza. Quello che il duca aveva previsto si avver.
Al rumore fatto dal conte, Bussy si allarm: la luce torn a spegnersi, e Bussy torn ad uscire dalla finestra. Nel momento in cui rimetteva piede a terra, il duca e Aurilly sbucavano dalla parte della Bastiglia, giungendo in tempo per vedere la sua ombra allontanarsi verso via San Paolo.
- Sveglieremo tutta la casa, signore, - faceva notare intanto il servo.
- E che importa? - rispose Monsoreau furioso. - Io sono il padrone, ed ho il diritto di fare quello che voglio.
La carrozza era pronta: Monsoreau vi prese posto, con due robusti servi agli sportelli, e la vettura si mosse al trotto di due robusti cavalli, alla volta del palazzo d'Anjou.
Il duca e Aurilly erano appena rientrati e Monsoreau sorprese il principe nello stesso istante in cui si faceva togliere le scarpe da un servo. Se un fulmine fosse caduto in quella stanza, il principe non sarebbe stato pi sorpreso di quanto lo fu per quella inattesa comparsa.
- Il signor di Monsoreau! - esclam impallidendo.
- S, monsignore. Sono io stesso, - rispose il conte cercando di mantenersi calmo.
Lo sforzo che fece per trattenersi fu tale che le gambe gli mancarono, e cadde a sedere su di una poltrona accanto all'uscio.
- Ma vi ucciderete, caro amico! - disse il duca. - Siete cos pallido che si direbbe che siate sul punto di svenire.
- Oh, no, monsignore! Per il momento ho cose troppo importanti da dire a Vostra Altezza. Forse svenir poi...
- Parlate; dunque, caro conte, - disse Francesco tutto sossopra.
- S, ma non alla presenza dei vostri servi.
Il duca conged tutti, compreso Aurilly ed i due uomini si trovarono soli.
- Vostra Altezza  appena rientrata? - chiese Monsoreau.
- Come vedete, conte.
-  molto imprudente per Vostra Altezza correre cos le strade di notte.
- Signor di Monsoreau, - disse il principe, - esercitereste dunque anche un altro mestiere, oltre a quello di Gran Cacciatore?
- Quello di spia? Ebbene, s, monsignore. Tutti lo fanno, pi o meno, oggi, ed io come gli altri.
- E ci guadagnate qualcosa, signore?
- S, vengo a sapere quello che accade.
- Allora ditemi ci che avete da dirmi.
- Sono venuto per questo. E vi prego, monsignore, di ascoltare questo umile e fedele amico che a quest'ora, e nello stato in cui si trova, vi viene a rendere un segnalato servizio.
- Un servizio? E che servizio?
- Vengo a Vostra Altezza da parte di un principe molto potente: il duca di Guisa.
- Ah, da parte del duca di Guisa? Allora avvicinatevi, e parlate a bassa voce. Che avete da dirmi?
- Molte cose, monsignore.
- Vi hanno dunque scritto?
- No. I signori di Guisa non scrivono pi, dopo la misteriosa scomparsa di mastro Nicolas David, ma sono venuti a Parigi.
- A Parigi? - esclam Francesco d'Anjou. - Ed io non li ho visti.
-  che sono troppo prudenti per esporsi, ed esporre nello stesso tempo Vostra Altezza.
- Ma che cosa sono venuti a fare, qui?
- Sono venuti all'appuntamento dato loro da voi.
- Io ho dato loro appuntamento?
- Senza dubbio: lo stesso giorno in cui Vostra Altezza  stata arrestata, aveva ricevuto una loro lettera, e mi aveva incaricato di rispondere verbalmente che non avevano che a trovarsi a Parigi fra il 31 maggio ed il 2 giugno. Siamo, oggi, al 31 maggio e, se voi avete dimenticato i signori di Guisa, essi, come vedete, non si sono scordati di voi, monsignore.
Francesco impallid. Da quel giorno erano accadute tante cose che s'era scordato l'appuntamento.
-  vero, - ammise, - ma le relazioni che allora esistevano fra i signori di Guisa e me, oggi non esistono pi.
- Se  cos, monsignore, fareste bene ad avvertirli, poich credo che la pensino ben diversamente, continuando a credervi legato a loro.
-  una trappola, questa, caro conte, a cui un uomo come me non si lascia prendere due volte.
- E quando monsignore  gi stato preso?
- Ma al Louvre, perbacco!
- Ed  stato, forse, per colpa dei signori di Guisa?
- Non dico questo, - mormor il duca, - soltanto, essi non mi hanno aiutato a fuggire.
- Sarebbe stato difficile, poich erano fuggiaschi essi stessi.
- Anche questo  vero.
- Ma, una volta che voi siete giunto nell'Anjou, non mi avete incaricato di dirvi, da parte loro, che voi potevate sempre contare su di essi, come essi su di voi, e che il giorno in cui avreste marciato su Parigi, essi sarebbero stati al vostro fianco?
- Anche questo  verissimo. Ma io non ho marciato su Parigi.
- S, monsignore, poich ci siete!
- Ma ci sono come alleato di mio fratello!
- Allora, monsignore mi permetter di fargli osservare che  pi che un alleato per i Guisa.
- E che cosa sono, dunque?
- Monsignore  loro complice.
Il duca si morse le labbra.
- E mi dite che siete stato incaricato, da essi stessi, di annunciarmi il loro arrivo?
- S, Altezza. Mi hanno fatto questo onore.
- Ma vi hanno anche detto il motivo del loro ritorno?
- Tutto, monsignore. Motivi e progetti.
- Hanno dunque dei progetti? E quali?
- Sempre gli stessi. E sono persuasi di vederli divenire realt. Voi sarete re di Francia. S, monsignore!
Il duca sent il rossore dell'esultanza salirgli al viso.
- Ma, - chiese, - il momento  favorevole?
- La vostra saggezza decider. Del resto, ecco i fatti, precisi e irrefutabili: la nomina del re a capo della Lega non  stata che una commedia tosto scoperta. Ora,  avvenuta una reazione, e tutto lo stato si solleva contro la tirannia del re e delle sue creature. Dai pulpiti si chiama il popolo alle armi. Nelle chiese, invece di pregare, si maledice il re. Il regime dei Valois sta per finire. In questa contingenza, i signori di Guisa hanno bisogno di un serio aspirante al trono, e la loro scelta, naturalmente,  caduta su di voi. Ora, rinunciate alle vostre idee di un tempo?
Il duca non rispose.
- Ebbene, - chiese Monsoreau, - che ne pensate, monsignore? Voi sapete di potervi spiegare con me, in tutta franchezza.
- Penso, - rispose il duca, - che mio fratello non ha figli e che, dopo la sua morte, il trono spetter a me. Egli  malaticcio. Perch, dunque, dovrei agitarmi con quelle persone, e compromettere il mio nome e la mia dignit in una rivolta inutile. Perch, alfine, dovrei cercare di prendere, con pericolo, ci che mi spetter naturalmente?
- Ecco il vostro errore, - ribatt Monsoreau. - Il trono non vi toccher se non lo prenderete. I signori di Guisa non potrebbero essere re essi stessi, ma non lascieranno regnare un re che non vada loro a genio. Essi avevano contato su Vostra Altezza ma, ve ne prevengo, se voi rifiutate, cercheranno un altro pretendente.
- E chi dunque oser sedere sul trono di Carlo Magno? - esclam il duca.
- Un Borbone invece di un Valois!
- Il re di Navarra?
- E perch no?  giovane e valoroso. Non ha figli, vero, ma pu ancora averne.
- L'ugonotto! E, se si  convertito a San Bartolomeo, e poi ha abiurato, quello che ha fatto per salvarsi la vita, lo far per conquistare un trono. E credono dunque che io rinuncer ai miei diritti senza difenderli? Sapr combattere, e duramente.
- Sono tutta gente di guerra.
- Mi metter a capo della Lega!
- Essi ne sono l'anima.
- Mi associer a mio fratello!
- Vostro fratello sar morto.
- Chiamer in mio aiuto tutti i re dell'Europa!
- Essi faranno volontieri la guerra a degli altri re, ma ci penseranno due volte prima di farla ad un popolo.
- Ad un popolo?
- Certamente. I Guisa sono disposti a tutto. Anche a costituire degli Stati, o una repubblica!
Francesco giunse le mani. Monsoreau lo spaventava con le sue risposte.
- Una repubblica? - mormor.
- Eh, mio Dio, s! Come a Genova e come a Venezia.
- Ma il mio partito non lo permetter mai!
- Il vostro partito? - chiese Monsoreau. - Ah, monsignore! Voi siete stato cos disinteressato, cos magnanimo, che il vostro partito non si compone pi, ormai, che di Bussy e di me.
Il duca non pot reprimere un sorriso sinistro.
- Allora, perch ricorrere a me, se sono privo di ogni forza?
- Un momento, monsignore: voi non potete nulla senza i Guisa, ma tutto con essi. Se direte una sola parola, sarete re.
Il duca si lev, prendendo a passeggiare concitatamente per la stanza. Poi si ferm davanti a Monsoreau.
- Hai detto il vero, conte, dicendo che non avevo pi che due amici: tu e Bussy.
E sorrise nascondendo il suo pallido furore.
- E cos, o mio fedele servitore, parla, - ingiunse poi.
- Ebbene, monsignore, ecco in due parole il piano. Fra otto giorni cadr la Pentecoste, ed il re compier la sua processione a quattro conventi di Parigi, dove entrer solo, mentre le sue guardie resteranno alla porta, per fare le sue devozioni. E andr pure a Santa Genoveffa. L, nella notte, una fogna sar franata ed egli entrer nel cortile, con solo quattro o cinque accompagnatori, dietro ai quali sar chiuso il portone. I monaci che faranno a Sua Maest gli onori dell'abbazia, saranno gli stessi che hanno assistito alla consacrazione di Vostra Altezza.
- Ed essi oseranno portare le mani sull'unto del Signore?
- S, per tonderlo, e non sar pi re. Avete sentito parlare del famoso frate Gorenflot?
- Quello che voleva predicare la Lega con l'archibugio sulle spalle?
- Egli stesso. Ebbene, si condurr il re nella sua cella, dove il frate si incaricher di fargli firmare l'abdicazione. Allora, madamigella di Montpensier entrer, con le forbici alla mano. Voi comprendete il resto monsignore. Si annuncer al pubblico che il re, pentito delle sue colpe, ha espresso il desiderio di non uscire pi dal convento, e se qualcuno dubitasse di quella deliberazione, si potr fare credere al popolo quello che si vorr, ricordando che l'esercito tiene per il duca di Guisa, la Chiesa per il cardinale, e la borghesia per il signor de Mayenne.
- Ma io sar considerato come un usurpatore! - osserv il duca. - E poi, il re rifiuter.
- A quanto pare, Gorenflot non  soltanto molto intelligente, ma anche molto forte.
- E non temete che io denunci il vostro piano?
- No, monsignore, perch ne  stato preparato un altro e non meno sicuro, appunto in previsione di un tradimento da parte vostra. Questo, per, non lo conosco, poich mi sapevano troppo vostro amico per confidarmelo.
- Quand' cos, approvo il vostro progetto.
- Ma bisogna approvarlo per iscritto, appunto in caso di un insuccesso.
- Allora si vogliono trincerare dietro di me.
- Precisamente.
- Ed io rifiuto, e mille volte piuttosto che una!
- Non potete pi: rifiutare sarebbe come tradire.
- E sia! Che quei signori la prendano come vogliono, ma, almeno, avr scelto io.
- Monsignore, state attento a non scegliere male!
- Arrischier tutto, - disse Francesco, un po' scosso, ma cercando di mostrarsi fermo.
- Non ve lo consiglio, monsignore, e nel vostro interesse. Rifiutando, vi assassinereste. I cospiratori sono gi andati troppo oltre ormai, e debbono riuscire a qualsiasi costo.
Il duca sent d'aver persa la partita.
- Quand' cos, firmer, - disse. - Ma bisogna che i signori di Guisa stendano il compromesso.
-  gi fatto, monsignore. L'ho con me.
Monsoreau trasse di tasca il documento. Il duca lo lesse impallidendo, e poi si lasci cadere in una poltrona.
- Prendete, monsignore, - disse il conte, tendendogli una penna.
Come facendo uno sforzo su se stesso, il duca firm, mentre Monsoreau lo sorvegliava con occhi ardenti d'odio e di speranza. Poi prese il foglio, lo pieg e se lo pose in petto.
Il duca lo guardava fare, meravigliato della gioia feroce che leggeva sul viso del conte.
- Ed ora, monsignore, siate prudente, - disse Monsoreau. - Non girate, di notte, assieme ad Aurilly, come avete fatto fino a poco fa.
- Che vorreste dire?
- Che questa notte, monsignore, voi avete tentato di perseguitare con le vostre profferte d'amore una donna adorata dal marito, il quale  tanto geloso da esser capace di uccidere chiunque tentasse di avvicinarla.
- Vorreste forse parlare di voi e di vostra moglie?
- S, monsignore. E poich avete indovinato, non tenter nemmeno di negare. Io ho sposato Diana di Mridor, ed ella  mia. Nessuno, finch vivr, l'avr, nemmeno se fosse un principe. E, per convincervi meglio, lo giuro sul mio nome e su questo pugnale.
E punt la lama del pugnale quasi sul petto del principe, che fece un passo indietro.
- Signore, voi mi minacciate? - disse Francesco pallido d'ira e di paura.
- No, Altezza, come poco fa, vi avverto soltanto che nessuno avr mia moglie!
- Ed io, sciocco che non siete altro, vi rispondo che mi avvertite troppo tardi, e che qualcuno l'ha di gi.
Monsoreau lanci un grido terribile, e si cacci le mani nei capelli.
- Non sarete voi, - balbett, - monsignore?
Ed il suo braccio, sempre armato, si tese ancor pi verso il principe.
- Siete pazzo, conte? - disse il duca, preparandosi a chiamare gente.
- No. Ma voi avete detto che qualcuno  l'amante di mia moglie! Ditemi chi , e provatemelo.
- Conte, questa sera, qualcuno era in agguato vicino a casa vostra, con un archibugio.
- Ero io!
- Ebbene, conte, nel frattempo, quell'uomo era da vostra moglie! L'ho visto io, uscire dalla finestra.
- E lo avete riconosciuto?
- S.
- Ditemi chi , monsignore, o non rispondo delle mie azioni.
Il duca, con un malvagio sorriso sulle labbra, si pass una mano sulla fronte.
- Signor conte, - disse poi. - in fede mia, sul nome di Dio e sulla salvezza della mia anima, vi far sapere chi  l'amante di vostra moglie prima che siano trascorsi otto giorni.
- Ebbene, monsignore, fra otto giorni! - esclam Monsoreau, battendosi il petto dove aveva nascosto il documento firmato dal duca. - Fra otto giorni. Altrimenti, voi mi comprendete! Allora avr ripreso tutte le mie forze, poich un uomo che si vuol vendicare non pu essere debole!
Ed usc, facendo al duca un cenno d'addio che avrebbe potuto anche essere scambiato per un gesto di minaccia.
Nel frattempo, essendo tornati tutti i gentiluomini del duca d'Anjou da Angers, ed avendo Bussy narrato loro della sfida da lui lanciata ai favoriti del re, essi accolsero entusiasticamente l'idea di quel duello. Incontratisi con i loro avversari al Mercato dei Cavalli, scelto per lo scontro, dopo di aver diviso il terreno in quattro zone, una per ciascuna coppia di combattenti, tirarono a sorte per vedere chi ognuno di essi dovesse avere per avversario.
La prima coppia risult composta di Schomberg, cui tocc per avversario Ribeirac. A Qulus tocc Antraguet, a Livarot, Maugiron. Quando fu estratto il nome di Qulus, Bussy, che sperava di averlo per avversario, aggrott la fronte. D'pernon, quando seppe che il conte doveva battersi con lui, impallid.
- Ed ora, signori, - disse Bussy quando quelle formalit ebbero termine, - fino al giorno del combattimento noi ci apparteniamo gli uni agli altri. Per la vita e per la morte, dobbiamo esser amici. Volete accettare un pranzo a casa mia?
Tutti acconsentirono, e tornarono assieme a palazzo Bussy, dove un sontuoso banchetto li riun fino al mattino seguente.

 CAPITOLO 21.
CHICOT PAGA I SUOI DEBITI.
Il re, dapprima, e poi anche Chicot, avevano notato che qualcosa stava per accadere: Enrico terzo tutto agitato, attendeva al Louvre il ritorno dei suoi amici, ma Chicot aveva seguito da lontano il gruppo e, quando si fu reso conto delle loro intenzioni, torn indietro, verso la casa di Monsoreau.
Monsoreau era un uomo astuto, ma non tanto da riuscire ad ingannare Chicot. Ora, come questi gli portava molti complimenti e molte condoglianze da parte del re, era bene fargli la pi festosa accoglienza.
Il conte era a letto: la visita fatta la sera prima al duca lo aveva sfinito e Remy stava aspettando l'arrivo della febbre che doveva riprenderlo.
Tuttavia, Monsoreau pot sostenere la conversazione e dissimulare la sua ira contro il duca. Chicot, per, se ne rese conto lo stesso.
- Nessuno, - si era detto, - pu riscaldarsi tanto per l'Anjou se gatta non ci cova.
E si mise in testa di scoprire se la febbre di Monsoreau non era finta come quella di mastro Nicolas David. Remy, tuttavia, non ingannava nessuno.
-  ammalato davvero, - pens Chicot. - Vediamo ora un po' che cosa medita Bussy.
E corse al palazzo del conte, tutto scintillante di luci.
- Che forse il signor di Bussy si sposa? - chiese ad un lacch.
- No, signore. Il signor conte si sta conciliando, a tavola, con alcuni signori della corte.
- A meno che non li avveleni, - pens Chicot. - Ma non ne  capace.
Torn al Louvre, e trov il re molto di cattivo umore; come Chicot comparve sulla soglia della stanza in cui si trovava, il re esclam:
- Oh, caro amico! Sai che cosa sia accaduto ai miei favoriti? Non saranno morti?
- Morti, s, forse adesso, ma ubriachi morti. Sono tutti a cena da Bussy.
- A cena da Bussy?
- Appunto. Senti, se hai delle buone gambe, fa soltanto una passeggiata a palazzo Bussy, e te ne renderai conto con i tuoi propri occhi.
- Mi accompagni?
- No, grazie. Ne vengo adesso. E poi, ho camminato fin troppo. E tu non devi farti della bile per quella gente. Agisci da filosofo. Se essi ridono, ridi anche tu, se cenano, ceniamo anche noi. Se fanno dell'opposizione, andiamocene a letto e dormiamoci su.
Il re si lasci sfuggire un sorriso.
- Ora s che puoi vantarti di essere un vero saggio! - disse Chicot. - Vedrai che ti chiameranno Enrico il Paziente.  una gran bella virt, quella... quando non se ne hanno delle altre!
- Mi hanno tradito! - mormor il re. - Non sanno nemmeno essere gentiluomini?
- Ma, dunque, sei inquieto per i tuoi amici? - esclam Chicot, sospingendo il re verso la tavola appena allora imbandita. - Li rimpiangi credendoli morti, e quando ti vengono a dire che sono ancora vivi, ti arrabbi. Enrico, tu gemi troppo!
- Voi mi farete perdere la pazienza, signor Chicot! Io vorrei poter dire di contare su di essi.
- E conta su di me, allora! Eccomi, figlio mio. Ma dammi da mangiare!
Enrico ed il suo unico amico si coricarono assai presto: il re sospirando per avere tanto vuoto attorno a s, Chicot col fiato corto per avere il ventre cos pieno.
I favoriti si presentarono al Louvre al mattino seguente, ed il re si scagli contro di loro.
- Ma, sire, - balbett Qulus, - volevamo dire a Vostra Maest...
- Che non siete pi ubriachi, non  vero? - url il re.
Chicot socchiuse un occhio.
- Perdonate, sire, - rispose Qulus con gravit. - Vostra Maest sbaglia...
- Pure non ho bevuto vino d'Anjou...
- Ah, benissimo! Benissimo! - disse Qulus sorridendo. - Ora comprendo. Se Vostra Maest vuol restare sola con noi qualche istante, potremo parlare.
- Io odio i traditori e gli ubriaconi.
- Sire! - esclamarono i gentiluomini.
- Calma, signori, - disse Qulus trattenendoli. - Forse Sua Maest ha dormito male ed ha fatto dei brutti sogni. Una sola parola lo convincer.
Enrico comprese che gente tanto audace da parlare cos non poteva aver fatto del male.
- Parlate, - disse. - Ma siate brevi.
Fece un gesto, ed i valletti uscirono. Chicot fece le viste di russare fragorosamente.
- Vostra Maest, - disse Qulus inchinandosi, - sa appena le cose a met. E ancora, ne conosce la parte meno interessante.  vero, nessuno di noi vuol negarlo, che abbiamo cenato dal signor di Bussy, e anche splendidamente. Ma, durante il pranzo, abbiamo chiacchierato di cose molto gravi, e interessantissime, soprattutto a proposito degli interessi di Vostra Maest.
- L'esordio  troppo lungo, - osserv il re. - Cattivo segno.
- Ma, sire, - disse d'pernon, - si tratta di cose molto gravi!
- Di cose molto gravi?
- Senza dubbio, se tuttavia la vita di otto buoni gentiluomini pu parere degna di qualche attenzione a Vostra Maest.
- Come sarebbe a dire? - esclam il re. - Spiegami quest'affare, Qulus, - aggiunse poi, appoggiando una mano sulla spalla del favorito.
- Ebbene, vi dicevo, sire, che abbiamo parlato molto seriamente, ed ecco quanto  risultato dal nostro colloquio: la sovranit  minacciata ed indebolita.
- Perch tutti le cospirano contro! - esclam Enrico.
-  come un vecchio dio decrepito che non possa morire, e continua nella sua immortalit, circondata da guai mortali, per non arrestarsi se non quando un sacrificio lo rigenerer con la trasfusione di un sangue nuovo. La vostra sovranit, sire,  come quel vecchio dio: non pu vivere se non in grazia di molti sacrifici.
Chicot dette grandi segni d'approvazione, ed il re rimase muto: segno evidente che un gran mutamento avveniva nel suo spirito:
- Continua, - disse poi. - Ti ascolto, Qulus.
- Sire - riprese a dire questi, - voi siete un grandissimo re, ma senza orizzonte. La nobilt vi ha circondato di barriere oltre le quali i vostri occhi non scorgono pi nulla e non quelle altre barriere, sempre crescenti, con cui vi sta circondando il popolo. Ebbene, che si fa, in guerra, quando un battaglione vi forma davanti una muraglia di petti? I vili fuggono. I coraggiosi si slanciano in avanti.
- Ebbene, slanciamoci in avanti! - esclam il re. - Non sono forse il primo gentiluomo del mio regno, e non ho condotto, nella mia giovent, le pi belle battaglie? Avanti, dunque, signori. Ed io sar in testa a voi!
- Ebbene, s, Sire, avanti! - esclamarono i favoriti entusiasmati. - Avanti!
Chicot si lev a sedere sul letto.
- Zitti voi laggi - disse. - Lasciate che l'oratore continui. Ha gi detto delle gran belle cose, e deve dirne ancora dalle altre.
-  vero, Chicot. Hai anche tu ragione, come ti accade spesso. E continuer, per dire a Sua Maest che  giunto per lui il tempo di accettare uno di quei sacrifici. Contro tutti i baluardi che circondano insensibilmente Vostra Maest, si lanceranno quattro uomini, certi del vostro incoraggiamento, Sire, e di essere ricordati dai posteri.
- Che cosa mi dici, Qulus? E chi saranno questi quattro uomini? - chiese il re.
- Io, e questi signori! - rispose il giovane con grande fierezza. - Ci siamo votati a voi, Sire.
- Contro chi?
- Contro i vostri nemici.
- Odii di giovanotti! - esclam Enrico.
- Ecco l'espressione di un pregiudizio volgare, Sire! Parlate da re, e non da borghese della via San Dionigi! Perch vorreste fingere di credere che Maugiron detesti Antraguet, che Schomberg sia annoiato da Livarot, che d'pernon porti gelosia a Bussy e che Qulus ce l'abbia con Ribeirac? Ah, no! Sono tutti giovani, belli e buoni, e potrebbero amarsi come fratelli. Ma non sono rivalit personali, quelle che ci mettono di fronte con le spade in mano,  la rivalit sorta tra Francia e Anjou, quella fra il diritto del popolo ed il diritto divino! Noi ci presentiamo in lizza come campioni della sovranit contro i campioni della Lega, e vi diciamo: "Benediteci, signore! Sorridete a quelli che stanno per morire per voi. Forse la vostra benedizione li porter alla vittoria, ed il vostro sorriso li aiuter a morire!".
Enrico, soffocato dalle lacrime, aperse loro le braccia.
- Ah, miei bravi amici! - esclam il re. - Ci che fate  bello e nobile, ed oggi sono fiero, non di regnare sulla Francia, ma di essere vostro amico. Tuttavia, non voglio accettare questo sacrificio. Per far la guerra ad Anjou, Francia basta, credete a me che conosco bene mio fratello, i Guisa e la Lega. Spesso ho domato cavalli assai pi focosi.
- Ma, Sire - esclam Maugiron, - questo non  parlar da soldato!
- Perdonatemi, Maugiron - rispose il re. - Un soldato pu andare alla cieca, ma il capitano deve riflettere.
- Riflettete, Sire, e lasciate fare a noi che siamo soldati - disse Schomberg.
- In tal caso vi proibisco di battervi! Avete capito?
- Di grazia, Sire - insistette Qulus, - ormai non possiamo pi tornare indietro. Vogliate dirci in che giorno dovremo batterci.
- Come re, potrei anche farvi tornare sulla vostra decisione. Basterebbe il mio veto. Se quei signori si avvicineranno a voi solamente ad un tiro d'archibugio, li far gettare alla Bastiglia, tutti e quattro.
- Sire - disse Qulus, - il giorno in cui Vostra Maest facesse ci, noi andremmo a piedi nudi e con la corda al collo dal governatore della Bastiglia, per farci incarcerare con quei gentiluomini.
- Li far decapitare, perdio! Sono il re, credo!
- Se accadesse loro una simile cosa, noi ci uccideremmo ai piedi del loro patibolo.
Enrico tacque per qualche poco, poi esclam:
- Alla buon'ora! Ecco della bella e valorosa nobilt. Dio benedir sempre una causa difesa da tali campioni.
-  vero! Sono dei nobili cuori - disse Chicot scendendo dal letto. - Su, fissa loro il giorno.
- Oh, mio Dio! Mio Dio! - mormor il re.
- Ve ne supplichiamo, Sire - insistettero i quattro giovani, piegando il ginocchio a terra.
- Ebbene, sia! Dio, che  giusto, ci dar la vittoria. Ora  tempo di penitenza, fino alla Pentecoste. Il giorno seguente, poi...
- Ah, grazie, Sire! Grazie - esclamarono i quattro. - Allora, fra otto giorni!
E si precipitarono a baciare le mani del re, che rientr piangendo nel suo oratorio.
- Il cartello di sfida  steso - disse Qulus. - Non c' che da mettere il giorno e l'ora. Scrivi tu, Maugiron.
- Ecco fatto - rispose Maugiron. - E chi sar l'araldo che si incaricher di portare questo cartello?
- Se non vi dispiace, andr io - disse Chicot. - Soltanto, ragazzi miei, permettetemi di darvi un consiglio: prima di andare a combattere, nutritevi bene, bevete del buon vino, e non dormite meno di otto ore al giorno.
- Bravo, Chicot! - esclamarono i quattro giovani.
- Addio, leoncini miei! - rispose il Guascone. - Vado a palazzo Bussy. Ma, a proposito, non abbandonate un momento il re, il giorno della Pentecoste. Non vi assentate, e restate al Louvre come un pugno di paladini. Siamo intesi? E allora vado a fare la vostra commissione.
Durante gli otto giorni che seguirono, gli avvenimenti maturarono, come si matura un temporale nelle lunghe e calde giornate d'estate.
Monsoreau, rialzatosi dopo quarantotto ore di febbre, si era rimesso all'agguato, ma, non scoprendo colui che lo tradiva, aveva ricominciato a dubitare del duca d'Anjou. Bussy, dal canto suo, non smise le sue visite quotidiane ma, avvertito da Remy, non si fece pi vedere di notte.
Chicot si divideva, concedendo parte del suo tempo a Enrico di Valois cui voleva un gran bene, e che sorvegliava come una madre sorveglia il suo bimbo, e l'altra a Gorenflot, che aveva deciso di tornare alla sua cella.
Dal canto suo, il priore era riuscito a convincere il re a passare un giorno e una notte di ritiro nel convento.
Chicot, che grazie a Gorenflot era riuscito a conquistare la stima dell'abate, pass la notte della vigilia della Pentecoste nella cella del suo amico.
Chi avesse, in quei giorni, passeggiato di notte nei dintorni del convento di Santa Genoveffa, avrebbe incontrato degli strani frati, pi dall'aspetto di soldatacci che di religiosi.
Il mattino della Pentecoste giunse con un tempo meraviglioso, e Chicot svegli Enrico molto presto, prima ancora che altri fosse entrato nella stanza del re.
- Facciamo due chiacchiere. Vuoi scambiare quattro parole col tuo amico? - gli disse. - Vedrai che non avrai da pentirtene.
- E va bene, chiacchieriamo! - disse Enrico. - Ma fa in fretta!
- Dimmi, allora, come intendi dividere a tua giornata. In tre parti, come al solito?
- S. Prima di tutto, la Messa a Saint-Germain-l'Auxerrois, poi la colazione al Louvre, quindi la processione dei penitenti, con devozioni nei conventi principali. Il primo sar quello dei Giacobiti, per passare a quello di Santa Genoveffa, al cui priore ho promesso di passare la notte nella cella di una specie di santo che mi aiuter nelle mie preghiere per il trionfo delle nostre armi. Tu mi accompagnerai, Chicot, e pregheremo insieme. Ora vestiti e andiamo!
- Un momento! Ho ancora qualche particolare da chiederti, e te lo chieder mentre siamo ancora soli. Che faranno la tua corte, tuo fratello, e le tue guardie?
- La mia corte mi seguir, mio fratello mi accompagner, le guardie francesi mi aspetteranno con Crillon al Louvre, e gli svizzeri alla porta del convento.
- Benissimo! Ora so quel che volevo sapere. Ma, un momento ancora. Sei proprio deciso e passare la notte a Santa Genoveffa?
- L'ho promesso.
- Ebbene, questo cerimoniale non mi va affatto! Dopo pranzo ti comunicher un'altra disposizione che ho ideato. Ma taci, ecco i tuoi servitori che entrano!
La toeletta di Sua Maest stava per finire, quando venne annunziata Sua Altezza il duca d'Anjou, ed Enrico si volse preparando, per riceverlo, il suo miglior sorriso. Il duca era accompagnato dal signor di Monsoreau, ed Enrico, vedendolo pi pallido che mai, e col viso sconvolto, non pot trattenere un moto di sorpresa che non sfugg n al duca n al conte.
- Sire - disse il duca, - il signor di Monsoreau viene a presentarvi i suoi omaggi.
- Grazie, signore - rispose il re, - sono anche pi commosso della vostra visita, in quanto so che siete stato ferito gravemente.  stato cacciando, non  vero?
- Cacciando, sire. Ma ora sono guarito.
- Sire - disse il duca, - permettereste, che una volta fatte le nostre divozioni, il signor conte ci preparasse una bella caccia nei boschi di Compigne?
- Ma - osserv il re, - non sapete che domani...
Stava per accennare al duello, ma si ricord che bisognava conservare il segreto, e tacque.
- Non so nulla, Sire - riprese il duca. - Se Vostra Maest mi vuole informare...
- Volevo dire che, passando la notte a pregare a Santa Genoveffa, forse non potrei essere in grado, domani. Ma il signor conte parta pure. Caso mai, la caccia avr luogo dopodomani.
In quella entrarono Schomberg e Qulus. Monsoreau ne approfitt per dire al duca:
- Mi fate mandare in esilio, a quanto pare, signore!
- Il dovere del Gran Maestro delle Cacce non  forse appunto quello di preparare le cacce del re? - chiese il duca ridendo.
- Ho capito - ribatt Monsoreau. - Questa sera spira il termine di otto giorni, e Vostra Altezza preferisce mandarmi a Compigne, piuttosto che mantenere la sua promessa. Ma che Vostra Altezza faccia bene attenzione! Di qui a questa sera, potrei ancora, con una sola parola...
- Tacete! - impose il duca, afferrando un polso del conte. - Sto invece per mantenerla, la mia promessa! Tutti, dal momento che l'ordine del re  ufficiale, vi crederanno partito. Invece, vi terrete nascosto nei dintorni della vostra casa. Allora l'uomo, credendovi assente, giunger. Il resto  cosa che vi riguarda, poich, se ben ricordo, non mi sono impegnato a null'altro.
- Ah, se le cose andranno cos!... - esclam Monsoreau.
- Vi ho data la mia parola.
- Pi ancora, monsignore, la vostra firma!
In quella Enrico, terminata la sua toeletta, pass nella galleria dove era atteso da tutta la sua corte.
La sera prima, in casa di Monsoreau, questi aveva voluto dare a Bussy, recatosi a fargli visita, una nuova prova della sua amicizia, invitandolo ad assentarsi, il giorno seguente, da Parigi, e giungendo persino a rivelargli come, in occasione della Pentecoste, i partiti del d'Anjou e del Guisa meditassero un colpo contro il re.
- Conte - aveva risposto Bussy, - voi sapete che io appartengo, vita e spada, al duca d'Anjou. Il re, contro il quale non ho mai tentato nulla palesemente, mi porta rancore ed ha sempre cercato di ferirmi nell'amor proprio, o di farmi ferire. E domani stesso - e qui Bussy abbass il tono della voce, - arrischier la mia vita per umiliare lui ed i suoi favoriti.
Il conte riflett un momento. Poi, posando la mano sulla spalla di Bussy, rispose:
- Caro amico, il duca d'Anjou  perfido, vile, traditore, e capace, per una gelosia o un timore, di sacrificare il suo pi devoto amico. Datemi retta: abbandonatelo, e non andate alla processione.
Bussy lo guard fisso.
- E allora, perch voi seguirete il duca? - chiese.
- Perch, per questioni che interessano il mio onore, ho bisogno di lui ancora per qualche tempo.
- Ebbene, lo stesso accade a me - rispose Bussy.
Il giorno seguente, tornato a casa dalla visita al Louvre, il conte annunci a Diana che ricevette la notizia con gran gioia, la sua prossima partenza per Compigne. Sapeva gi del futuro duello di Bussy contro d'pernon, ma essendo questi, fra i favoriti del re, quello di minor coraggio e di minor destrezza, non ne provava eccessivo timore.
Durante la mattinata, mentre Bussy prestava servizio presso di lui, il duca, vedendolo cos franco e leale e devoto, prov forse qualche po' di rimorso, ma in lui due cose lottavano contro le possibili buone disposizioni: l'ascendente che Bussy aveva preso su di lui, e del quale si risentiva, e l'amore di Bussy per Diana di Monsoreau, amore che risvegliava in fondo al cuore del duca tutte le torture della gelosia.
Tuttavia, come Monsoreau lo teneva forse ancor pi inquieto di Bussy, si era detto:
- O Bussy mi accompagner e far trionfare la mia causa, nel qual caso poco mi importer del Monsoreau, o mi abbandoner, ed allora, non dovendogli pi nulla, lo abbandoner alla mia volta.
La messa a Saint-Germain-l'Auxerrois era appena incominciata, quando Remy venne ad inginocchiarsi allato al suo padrone, facendo, con la sua comparsa, trasalire il duca, che lo sapeva confidente di Bussy.
Infatti, con grande cautela, di l a poco Remy pass un biglietto al conte, un biglietto che fece fremere il principe, con la calligrafia fine e delicata della sovrascritta.
-  di Diana - si disse. - Gli annuncia che suo marito lascia Parigi.
Bussy nascose il messaggio nel cappello, l'aperse, e lesse. Il duca non vedeva pi il foglio, ma osservava il viso di Bussy, raggiante di gioia e d'amore.
- Guai a te se non mi accompagnerai! - mormor, mentre Bussy, portatosi il biglietto alle labbra, se lo faceva scivolare in petto.
A messa finita, tutti ripresero la via del Louvre, dove la colazione attendeva il re nei suoi appartamenti ed i gentiluomini nella galleria. Gli svizzeri facevano ala alla porta, mentre Crillon, con le guardie francesi, era in rango nel cortile.
Chicot non perdeva di vista il re, come Bussy non perdeva di vista il conte.
Entrato al Louvre, Bussy si avvicin al duca per chiedergli il permesso di ritirarsi, quel giorno, nella sua villetta di Vincennes, a riposare.
-  cos - disse il duca a denti stretti, - che abbandoni il tuo signore e padrone, Bussy?
- Monsignore - rispose Bussy, - l'uomo che il giorno seguente deve giuocare la sua vita in un duello mortale come sar il nostro, non ha pi che un solo padrone. Ed  a quello che oggi voglio dedicare le mie devozioni.
- Va bene - rispose il duca con voce sorda. - Siete libero e potete andare, signor di Bussy.
Bussy, senza inquietarsi di quella subitanea freddezza, scese le scale del Louvre e si avvi verso la sua casa. Il duca chiam Aurilly.
- Si  condannato da se stesso - gli disse. - Sar per questa sera. Monsoreau, bench avvertito dell'appuntamento, non sa ancora di chi si tratti. Ma temo che Monsoreau si fidi troppo della sua forza e della sua destrezza, e che Bussy, quindi, riesca a sfuggirgli.
- Allora il signor di Bussy  definitivamente condannato?
- S, perdio! Un uomo che ha sempre voluto dominare la mia volont, che mi ha rapita la donna che amavo, una specie di leone di cui sono pi guardiano che padrone! S, Aurilly.  condannato senza misericordia!
Una folla enorme faceva ala alla processione, quando questa, formatasi al Louvre, si mise in marcia per recarsi ai conventi. Il re, a piedi nudi, coperto di un saio il cui cappuccio gli calava fin sugli occhi, era seguito dai suoi quattro favoriti, anche loro incappucciati. Per, giunto alle porte di Santa Genoveffa, col pretesto che essi avevano bisogno di tutte le loro forze per il duello del giorno seguente, li conged. Poscia, congedato anche l'arcivescovo ed il clero, che parevano cascare dalla fatica, varc solo la porta del convento.
- Eccomi, padre - disse con voce nasale all'abate Foulon, - vengo a voi, da quel peccatore che sono, a cercar riposo nella solitudine.
Le porte dell'abbazia si chiusero dietro a lui che, in apparenza profondamente assorto nelle sue meditazioni, non parve nemmeno accorgersene.
- Dapprima - disse il priore, - condurr Vostra Maest alla cripta.
E mosse, seguito dal re, mentre, sotto a venti cappucci, venti paia d'occhi brillavano di gioia e di trionfo, mentre un fraticello, che dall'aspetto esile si sarebbe potuto facilmente scambiare per una donna, agitava un paio di forbici, legate con una catena alla sua cintola.
- Questa volta il Valois  in nostra mano! - esclamava frattanto. - Ed a me sar riserbato l'onore di tosarlo.
In quella, un campanello suon.
- Il re scende nella cripta - disse il duca di Guisa. - Su, Mayenne, chiamate i vostri amici, e ridiventiamo frati!
E trenta o quaranta monaci si diressero verso l dove si era recato il re.
Dopo la visita, seguita dal re con grande compunzione, alla cripta, ad un gesto del duca di Guisa l'abate Foulon si inchin davanti ad Enrico terzo, e gli disse:
- Sire, non vorreste, ora, venire a deporre la vostra corona terrestre ai piedi del Signore eterno?
- Andiamo - rispose semplicemente il re.
E tosto tutta la comunit si diresse verso le celle.
Enrico terzo sembrava molto contrito, e non cessava dal battersi il petto. Cos giunse alla porta della cella dove era atteso. Sulla soglia, Gorenflot si ergeva, col viso lustro e gli occhi brillanti come carboni accesi.
-  qui? - chiese il re.
-  qui - rispose il grosso frate.
Il re poteva, infatti, esitare, poich al fondo del corridoio si vedeva una cancellata, dall'aspetto piuttosto misterioso, e che si apriva su di una ripida discesa, avvolta nella tenebra pi profonda. Enrico, tuttavia, entr, nella cella.
-  qui il porto della salvezza? - chiese.
- S - rispose Foulon. - Il porto  qui.
- Lasciateci soli - disse Gorenflot con un gesto maestoso.
Tosto, la porta si chiuse, e i passi degli astanti si persero lontano. Il re, scorto uno sgabello nel fondo della cella, vi sedette, con le mani sulle ginocchia.
- A noi, ora - disse Gorenflot, avvicinandosi a lui con le mani sulle anche.
-  e me, che parlate? - chiese il re sorpreso.
- S, a te, che fra poco sarai espulso dal trono.
- Io? - esclam il re, sempre nascosto nell'ombra del suo angolo.
- N pi, n meno. E qui non accadr come in Polonia, e non fuggirai. Cos, imparerai che un re non  che un uomo, e quando  uomo, ancora! Su, dunque, sei pronto, Valois, a deporre la tua corona? Sei disposto a rinunciare al trono di Francia?
- Piuttosto la morte!
- In tal caso morrai! Ecco il priore che ritorna. Su, deciditi, dunque!
- Lasciatemi almeno un po' di tempo per riflettere!
- Nemmeno un istante!
- Il vostro zelo vi trasporta troppo, fratello - disse il priore, facendo un cenno al re, come per dirgli che quanto chiedeva gli veniva accordato.
Poi, richiuse la porta, ed il re cadde in una profonda meditazione.
- Su, dunque - disse poi. - Accettiamo il sacrificio.
Erano trascorsi dieci minuti da quando il priore se ne era andato, e qualcuno torn a bussare alla porta.
-  fatto - disse Gorenflot. - Accetta.
Il re ud nel corridoio come un mormorio di gioia e di sorpresa.
- Leggetegli l'atto - disse una voce che fece trasalire Enrico, il quale volse gli occhi verso la parte da cui era venuta.
E una pergamena arrotolata pass, dalle mani di un monaco, in quelle di Gorenflot. Questi, non senza fatica, lesse il documento al re il cui dolore era cos grande da fargli reclinare la testa fra le mani.
- E se rifiutassi di firmare? - grid poi, con voce lacrimosa.
- Sareste doppiamente perduto - rispose la voce del duca di Guisa, attutita dal cappuccio. - Su, fratello - aggiunse poi, rivolgendosi al Mayenne, - fate armare tutti e teniamoci pronti a qualsiasi evenienza.
Tutto ad un tratto, fuori del convento rintronarono alcuni colpi sordi.
- Silenzio! - grid il duca di Guisa.
Tutti tacquero, e si ud distintamente che si picchiava all'uscio del convento. In quella, il duca di Mayenne accorse, quanto sveltamente glielo permetteva la sua obesit.
- Fratelli - disse, - C' della truppa armata alla porta.
- Vengono a salvarlo - disse madamigella di Montpensier.
- Ragione di pi per farlo firmare subito! - osserv il cardinale.
- Firma, dunque, Valois! - url Gorenflot che, prendendo la mano del re, pose fra le sue dita una penna.
II re la intinse nel calamaio.
- Gli svizzeri! - accorse a dire Foulon. - Occupano il cimitero. Il convento  circondato.
- Ci difenderemo - rispose Mayenne risoluto. - Abbiamo fra le mani un ostaggio di grande valore.
- Ha firmato! - url Gorenflot, strappando il documento dalle mani del re che, abbattuto, nascose la testa fra le braccia.
- Allora noi siamo re - disse il cardinale al duca. - Porta subito in sicurezza questa preziosa pergamena.
Il re, nel suo accesso di dolore, rovesci la lampada.
- Che dobbiamo fare? - venne a chiedere uno dei finti monaci. - Crillon  giunto con le guardie francesi, e minaccia di sfondare la porta. Ascoltate.
- In nome del re! - gridava, dal di fuori, la voce potente di Crillon.
- Non c' pi re! - rispose Gorenflot, affacciandosi alla finestra.
- Chi te lo ha detto, briccone? - rispose Crillon.
- Io te lo dico! Io! Io! - url Gorenflot provocatore.
- Piantategli una palla nella pancia! - ordin Crillon.
Gorenflot, a quell'ordine, si ritir cos precipitosamente da cascare, seduto, in mezzo alla cella.
- Sfondate la porta, signor Crillon - disse fra il silenzio generale una voce che fece drizzare i capelli a tutti i monaci che attendevano nel corridoio.
- Ecco, Sire - rispose Crillon, dando ordine di sfondare l'uscio con le accette.
- Che cosa si vuole da noi? - disse allora l'abate, comparendo tutto tremante alla finestra.
- Ah, siete voi, messer Foulon? - chiese la stessa voce altera e calma. - Su, rendetemi il mio giullare, che  venuto a passare una notte in convento. Ho bisogno di Chicot, perch al Louvre mi annoio.
- Ed io, invece, mi diverto un mondo, figlio mio! - rispose Chicot, togliendosi il cappuccio e fendendo la ressa dei frati che si ritirarono con un urlo di spavento.
In quel mentre, alla luce di una lampada che si era fatta portare, il duca di Guisa leggeva la firma al documento: "Chicot Primo".
- Dannazione! - url.
- Siamo persi! - disse il cardinale. - Fuggiamo.
Il momento era terribile.
Chicot, con braccia conserte al petto, stava fermo e sorridente davanti a quella gente in cui, al primo terrore, era succeduta un'ira spaventosa. Alcuni di quei gentiluomini, avanzarono verso di lui per vendicarsi, ma la sua calma li disarm, facendo loro riflettere che, se avessero ucciso il valoroso Guascone, il re avrebbe vendicato terribilmente la sua morte.
La porta, ormai, non poteva resistere pi a lungo all'attacco degli assalitori, ed il duca di Guisa diede il segnale della ritirata. Ma quell'ordine fece sorridere Chicot il quale, durante le notti trascorse con Gorenflot, aveva esaminato tutto il sotterraneo, individuandone la porta d'uscita, che aveva indicato al re che, a sua volta, vi aveva messo di guardia Tocquenot, luogotenente delle guardie svizzere, con i suoi uomini. I Leghisti, quindi, si sarebbero gettati in bocca al lupo.
Il cardinale si ecliss per primo. Gli altri lo seguirono; e Chicot rimase con le orecchie tese, per sentire ci che stava per accadere. Ma, trascorsi dieci minuti, non udendo dalla parte da cui se lo aspettava, nessun rumore, gli venne un'idea che gli fece digrignare i denti: quella che ci fosse un'altra uscita a lui sconosciuta.
E stava per slanciarsi fuori dal corridoio, quando si trov davanti Gorenflot che si strappava i capelli.
- Perdonatemi, mio buon signor Chicot! - gemeva. - Sono pentito! Oh, se sono pentito!
- Come mai non sei fuggito con gli altri? - chiese il Guascone.
- Perch non sono riuscito a passare l dove son passati loro! Perch non sono magro come voi?
- Ma dove son passati, gli altri? - url Chicot.
- Da un camminamento sotterraneo molto stretto che d nella cavea del cimitero, ed al quale si pu accedere anche dal giardino.
- Allora il signor de Mayenne, che  ancor pi grasso di te, non avr potuto passare nemmeno lui! Conducimi subito al camminamento!
L'entrata del sotterraneo si apriva tra un gruppo d'alberi e l Chicot scorse qualcosa che s'agitava a fior di terra, con accanto una spada ed un saio. Era un uomo che, evidentemente, si era spogliato pur di poter passare da quella stretta fessura, ma non riuscendovi nemmeno in quel modo, era rimasto con la testa e le spalle incastrate dentro, e bestemmiava con voce soffocata perch gli altri, tirandolo verso di loro, lo aiutassero a liberarsi da quella buffa e pericolosa situazione.
- Ah, che bellezza! - esclam Chicot in estasi. - Ma quello  il signor de Mayenne!
In quella, l'uomo fece uno sforzo tale che la pietra posta a sostenere l'entrata al sotterraneo ne trem.
- Aspetta - si disse Chicot. - Aspetta!
E si mise a correre pestando forte i piedi, come se una truppa di gente stesse giungendo.
- Eccoli che arrivano! - esclamarono - alcune voci nel sotterraneo.
- Ah! - esclam Chicot, fingendosi ansimante, - sei dunque tu, miserabile frate?
- Non dite nulla, monsignore - sussurrarono le stesse voci. - Vi prende per Gorenflot.
- Tieni, allora, montagna di grasso! - continu Chicot. - Tieni! Tieni!
E, a ciascuna apostrofe, lasciava cadere sulle parti pi carnose del disgraziato, colpi del suo cordone applicati a tutto braccio, mentre le voci continuavano a consigliare Mayenne di tacere. E questi si accontentava di gemere, tentando sempre di allargare la fessura, spostando la pietra che serviva da sostegno.
- Ah, cospiratore! Ah, frate indegno! T, t e t!
E, ad ogni esclamazione, gi un nuovo colpo di corda. Il Mayenne, per quanto forte e coraggioso, non poteva trattenersi dal gemere, finch, con un ultimo sforzo, con le reni sanguinanti, gli riusc di cascare fra le braccia dei suoi amici.
L'ultima botta di Chicot colp nel vuoto. Allora il Guascone si volse, tutto sudato. Accanto a lui, sull'erba, giaceva Gorenflot, svenuto per la paura.

 CAPITOLO 22.
L'ASSASSINIO.
Quella notte, Bussy si avvi, felice, per recarsi al suo appuntamento. La notte era buia, ed egli si fece accompagnare da Remy fino alla via Sant'Antonio, dove lo conged.
- Non sarebbe meglio se vi attendessi? - chiese il medico. - Cos sapendomi qui, non vi attardereste, e potreste ancora riposare per cinque o sei ore, prima del duello di domani...
- Ti prometto di esser di ritorno a casa fra due ore, Ti basta?
- Mi basta. Addio, monsignore.
- Addio, Remy.
I due giovani si separarono, ma Remy rimase qualche tempo in attesa. Poi, come vide Bussy al sicuro in casa di Diana, si avvi per tornare a casa quando, all'angolo di una piazza, si imbatt in cinque uomini, avvolti in ampi mantelli, ma perfettamente armati, a quanto pareva. A pochi passi da lui il gruppo si ferm; quattro di coloro che lo componevano salutarono il quinto, e si separarono da lui, che si avvi verso la parte dove stava Remy. E, come gli passava accanto, al debole chiarore di un raggio di luna riuscito a forare le nubi, il medico lo riconobbe.
- Il signor di Saint-Luc! - esclam.
- Remy! - rispose il giovane.
- Come mai a spasso in queste ore? - si permise di chiedere il medico.
- Cos. Il re mi ha incaricato di vedere che accadesse di notte nella sua buona citt di Parigi ed io, constatato come tutto sia tranquillo, e di non avere incontrato altra anima viva che il signor di Monsoreau, ho congedato i miei amici e sto tornando a casa.
- Il signor di Monsoreau, dite?
- S. Era a capo di una dozzina di uomini armati.
- Ma dovrebbe essere a Compigne! Il re glielo ha ordinato.
- E chi obbedisce dunque pi al re?
- E, ditemi, il signor di Monsoreau, vi ha riconosciuto?
- Lo credo, poich ho visto che faceva di tutto per evitarmi, cosa che mi ha stupito.
- E verso dove era diretto?
- Verso via della Tixeranderie.
- Ah, mio Dio! Vedrete che accadr qualche disgrazia al signor di Bussy! S' recato dalla contessa, ed il conte, sospettando qualcosa, avr finto di partire per tornare poi all'improvviso.
- Un momento! - esclam Saint-Luc battendosi la fronte. - Scommetto che l sotto c' lo zampino del duca d'Anjou!
- Ma  stato il duca a provocare, stamane, la partenza di Monsoreau!
- Ragione di pi. Corriamo, Remy! Corriamo! Fatemi voi strada, voi che sapete dov' la casa della contessa di Monsoreau!
Ed i due giovani si misero a correre come due cervi inseguiti.
- Purch arriviamo in tempo! - esclam Remy, snudando la spada per esser pronto a qualsiasi evento.
Bussy, frattanto, era stato ricevuto senza alcun sospetto da Diana, che si credeva sicura dell'assenza di suo marito. I primi istanti che trascorsero assieme, furono momenti d'estasi ma, come il giovane si chinava su di lei per abbracciarla, un vetro della finestra vol tutto ad un tratto in frantumi, poi la finestra venne sfondata, e tre uomini armati comparvero sul balcone, mentre un quarto ne scavalcava la balaustrata. Questi, che aveva il viso nascosto da una maschera, teneva nella sinistra una pistola e nella destra una spada nuda.
Bussy rimase un istante immobile, agghiacciato dal grido terribile sfuggito dalla labbra di Diana mentre ella si slanciava al suo collo.
L'uomo dalla maschera fece un cenno: i suoi tre compagni avanzarono d'un passo. Uno di essi era armato di archibugio. Nello stesso istante Bussy, scostando Diana con una mano, snudava coll'altra la sua spada, senza perdere di vista i suoi avversari.
- Su, su, miei bravi - disse con voce sepolcrale l'uomo della maschera, -  gi mezzo morto dalla paura!
- T'inganni - ribatt Bussy. - Non ho mai paura!
Diana fece un passo, come per mettersi al suo fianco.
- Non vi muovete - le impose egli. - State dove siete!
Ma ella, invece di obbedirgli, si attacc una seconda volta al suo collo.
- Mi farete uccidere, signora - le disse egli allora.
Diana si allontan, scoprendolo completamente.
- Ah - fece allora la voce cavernosa. -  proprio il signor di Bussy! Ed io, sciocco, che non lo volevo credere. Ma che buona, che eccellente amicizia!
Bussy taceva, guardandosi attorno per prepararsi alla difesa.
- Ah, siete voi, signor di Monsoreau! - disse alfine. - Potete dunque gettare la vostra maschera, poich so con chi ho da fare.
- Eccola tolta! - esclam Monsoreau, strappandosela dal viso, mentre Diana emetteva un flebile gemito.
- E allora finiamola! - disse Bussy. - Vi avverto che non ho paura. Attaccatemi o lasciate che me ne vada.
- Oh, oh! Andarvene? - fece il Monsoreau. - Con che tono lo dite, signore! Eravate venuto per giacere qui, e qui giacerete.
Frattanto, altri due uomini, scalato il balcone, erano venuti ad aggiungersi ai quattro che gi si trovavano nella stanza.
- Sei - cont Bussy. - Dove sono gli altri?
- Vi attendono alla porta di strada.
Diana cadde in ginocchio, e si lasci sfuggire un singhiozzo. Bussy tacque ancora un istante, e poi disse:
- Caro signore, voi sapete che io sono un uomo d'onore, no?
- S - ribatt Monsoreau. - Voi siete un uomo d'onore come la signora  una donna casta.
- Bene, signore - rispose Bussy rialzando leggermente il capo. -  un po' duro, ma  meritato, e tutto sar pagato assieme. Soltanto, volevo dirvi che, dovendomi battere domani con quattro gentiluomini, come probabilmente saprete, i quali hanno diritto a priorit su di voi, vi reclamo il favore di permettermi di ritirarmi, dandovi la mia parola d'onore di farmi ritrovare da voi quando e dove vorrete.
Monsoreau scosse le spalle, e poi si volse ai suoi uomini.
- Andiamo - disse, - miei bravi. Sotto!
- Ah! - osserv Bussy - mi ero ingannato. Questo non  pi un duello, ma un assassinio. Ma badate, signore, che il duca d'Anjou far le mie vendette.
-  lui che mi manda! - rispose freddamente Monsoreau.
- Allora, coraggio! Portatevi bene - esclam Bussy.
Con un colpo di mano rovesci l'inginocchiatoio, si trasse davanti un tavolo e vi gett sopra una seggiola, improvvisando una barricata. E, mentre stava ancora rovesciando una credenza, quello dell'archibugio fece fuoco. La palla si piant nel legno dell'inginocchiatoio.
- Badate - disse Bussy, quando vide Diana al riparo della credenza, - che la mia spada punge!
E si mise in guardia. Uno dei bravi allung il braccio per togliere l'inginocchiatoio, ma la spada di Bussy, pronta come il fulmine, glielo for tutto, dal polso alla spalla. L'uomo emise un grido ed indietreggi fino alla finestra.
Allora Bussy sent nel corridoio dei passi rapidi, e si credette preso fra due fuochi. Si lanci verso la porta per tirare il catenaccio, ma quella s'aperse prima che egli l'avesse raggiunta, e due uomini comparvero sulla soglia.
- Ah, caro padrone! - grid una voce conosciuta. - Siamo arrivati a tempo!
- Remy! - esclam il conte.
- Ci sono anch'io! - grid un'altra voce. - A quanto sembra, qui si assassina la gente!
Bussy riconobbe quella voce e lanci un ruggito di gioia.
- Saint-Luc!
- Io stesso!
- Ah - fece Bussy, - adesso credo, signor di Monsoreau, che vi convenga lasciarci passare!
- Tre uomini a me! - url Monsoreau.
- Ma  dunque un esercito? - chiese Sait-Luc.
- Mio Dio, proteggetelo! - invoc Diana.
- Infame! - esclam il Monsoreau, facendo un passo avanti per colpirla.
Ma Bussy, agile come una tigre, si lanci su di lui. La distanza era per troppo grande, e gli riusc soltanto di fargli una scalfittura alla gola. Cinque o sei uomini si lanciarono su di lui, ma uno di essi cadde sotto la spada di Saint-Luc.
- Avanti! - grid Remy.
- No, non avanti! - lo corresse Bussy. - Al contrario, metti in salvo Diana.
Il Monsoreau, con un ruggito, punt la pistola sul giovane medico che cadde a terra.
- Non  nulla - disse Remy. - La palla l'ho ricevuta io. Ella  salva.
Tre uomini si gettarono su Bussy, ma ancora uno cadde, colpito da Saint-Luc, mentre gli altri due indietreggiavano.
- Saint-Luc! - grid l'assalito. - Per colei che tu ami, porta in salvo Diana. A me ci penser da solo!
Saint-Luc si slanci sulla donna, la prese fra le braccia, e scomparve con lei.
La battaglia ricominci. Remy era riuscito a trascinarsi accanto a Bussy, e tentava di coprirlo col suo corpo. Sette uomini erano gi a terra; nove erano ancora in piedi. Bussy, con le gambe piegate, incollato alla parete con la spada tesa, si gett attorno una rapida occhiata.
- Nove! - disse. - Ne potr uccidere ancora cinque, ma gli altri quattro uccideranno me! Su, cerchiamo di fare, nei pochi minuti che mi resteranno, quanto nessun altro uomo  mai riuscito a fare!
Si avvolse il mantello attorno al braccio e si lanci a testa bassa contro i suoi aggressori, facendosi largo per giungere fino a Monsoreau. Ma questi, che aveva strappata una pistola di mano ad uno dei suoi uomini, prese la mira e lasci partire il colpo. La palla spezz in due la spada di Bussy. Ma Remy, radunando quante forze gli restavano, gli mise in mano la sua. Il conte di Monsoreau, con un grido di rabbia, fece saltare le cervella del giovane medico con un altro colpo di pistola.
I quattro uomini che restavano si gettarono su Bussy. Monsoreau fu ferito due volte, ma tre uomini, attaccandosi al braccio del valoroso, gli strapparono la spada di mano. Bussy raccolse un pesante sgabello di legno scolpito, e si mise a menar colpi all'impazzata. Con due di essi, abbatt due degli aggressori, ma lo sgabello si ruppe sulla spalla di un terzo che rimase in piedi. Costui gli piant la sua daga nel petto, ma Bussy, lo afferr al polso; si strapp la daga dalla ferita, e lo forz a piantarsela nel cuore. L'ultimo superstite si gett dalla finestra.
Bussy fece due passi per inseguirlo ma Monsoreau, steso fra i cadaveri, si rialz e, con un colpo di pugnale, lo fer al garretto. Il giovane, con un urlo di furore, raccolse la prima spada che vide, e la piant nel petto del Gran Cacciatore con tanta forza da inchiodarlo sul pavimento.
- Ah! - esclam poi. - Non so se morir. Ma, almeno, t'avr visto a morire!
Monsoreau fece per rispondere, ma dalle sue labbra socchiuse non usc che il suo ultimo respiro.
Bussy allora si trascin verso il corridoio, perdendo sangue in abbondanza da una ferita alla coscia e soprattutto da quella al garretto.
Ora poteva fuggire. Ora che, vincitore, fuggiva d'innanzi ai morti.
Per tutto non era finito per lui. Come giunse al pianerottolo, vide rilucere altre armi nell'ombra; ud uno sparo, ed una palla lo colp al petto.
Il cortile era guardato da altri uomini. Allora si ricord una piccola finestra, e si trascin da quella parte, per buttarsi verso la piazza del Mercato dei Cavalli, dove il giorno seguente avrebbe dovuto aver luogo l'altro duello.
La finestra era aperta, e lasciava scorgere un lembo di cielo, ora sgombro dalle nubi. Si chiuse la porta alle spalle, si arrampic sul davanzale, e misur la distanza per superare d'un salto la cancellata di ferro che da quel lato chiudeva il cortile.
- Non ne avr mai la forza - mormor.
Ma, in quella, nuovi passi risuonarono per le scale: altri nemici salivano.
Disarmato, ferito com'era, non avrebbe potuto difendersi. Aiutandosi quindi con le mani, si slanci col solo piede che gli fosse rimasto sano.
Ma aveva tanto sangue ai piedi che, nello slancio il suo stivale scivol sulla pietra del davanzale e, invece di cadere al di l della cancellata vi cadde sopra.
Alcune delle lance di ferro in cui terminavano le aste entrarono nel suo corpo. Altre nei suoi abiti, e rimase sospeso a poca distanza dal suolo.
E allora pens al solo amico che gli fosse rimasto, e lo chiam in suo soccorso
- Saint-Luc! - grid. - A me, Saint-Luc!
- Ah, siete voi, signor di Bussy? - disse allora una voce uscendo da un cespuglio l'alberi.
Bussy trasal: quella voce non era quella dell'amico che aveva invocato.
- Saint-Luc! - chiam di nuovo. - A me! Saint-Luc, a me! Non temere pi nulla per Diana. Ho ucciso il Monsoreau!
Sperava che Saint-Luc fosse nascosto nei dintorni, e accorresse a quella notizia.
- Ah, allora il Monsoreau  morto? - chiese la voce misteriosa.
- S.
- Bene!
E Bussy vide uscire dal cespuglio due uomini dal viso nascosto da maschere.
- Signori - disse allora, - signori, in nome del cielo, aiutate un povero gentiluomo che, soccorso da voi, potrebbe ancora sfuggire ai suoi nemici.
- Che ne pensate, monsignore? - chiese a mezza voce uno dei due sconosciuti.
- Imprudente! - si accontent di dire l'altro.
- Monsignore? - esclam Bussy che aveva sentito, tanto i suoi sensi erano resi acuti dalla difficile situazione in cui si trovava. - Monsignore! Liberatemi, ed io vi perdoner di avermi tradito!
- Senti? - disse quello che era stato chiamato monsignore.
- S. E che cosa mi ordinate di fare?
- Di liberarlo... - Poi, con un crudele riso soffocato dalla sua maschera, soggiunse: - Dalle sue sofferenze!
Bussy volse il capo verso colui che osava adoperare un tono cos irrisorio in un simile momento.
- Sono perduto! - mormor.
Infatti, la canna di un archibugio venne ad appoggiarsi al suo petto, ed il colpo part. La testa di Bussy ricadde, le sue mani si irrigidirono.
- Assassino! - esclam con l'ultimo fiato che gli restava in gola. - Che tu sia maledetto!
E spir, pronunciando per l'ultima volta il nome di Diana, mentre alcune gocce del suo sangue cadevano, dalla cancellata, su colui che era stato chiamato monsignore.
-  morto? - gridarono in quella alcuni uomini che, riusciti a sfondare la porta, si erano affacciati alla finestra.
- S - grid Aurilly. - Ma fuggite. Pensate che monsignore il duca d'Anjou era il protettore e l'amico del signor di Bussy.
Gli uomini non attesero altro, e si affrettarono a scomparire.
Il duca sent il rumore dei loro passi perdersi nella lontananza.
- Ed ora, Aurilly - disse, - sali in quella stanza e gettami gi il corpo del Monsoreau.
Aurilly sal, riconobbe il corpo del Gran Cacciatore, se lo caric sulle spalle e lo lanci, come gli aveva ordinato il suo compagno, dalla finestra. Cadendo, anche quel cadavere spruzz del suo sangue gli abiti del duca d'Anjou.
Francesco frug nel petto del morto, e ne trasse il documento da lui firmato.
- Ecco quello che cercavo - disse. - Qui non abbiamo pi nulla da fare.
- E Diana? - chiese Aurilly dalla finestra.
- Davvero che non me ne importa pi nulla. E, come nessuno ci ha riconosciuti, non ti occupare pi n di lei, n di Saint-Luc. Vadano pure dove vogliono!
Aurilly scomparve.
- Non sar ancora re di Francia, questa volta - disse il duca strappando a pezzettini quella carta, - ma nemmeno sar decapitato per alto tradimento!
Chicot, quella notte stessa, fece comprendere al re come, senza il prezioso aiuto del suo amico Gorenflot, non sarebbe stato possibile di riuscire a vincere, in modo cos semplice e quasi ridicolo, i congiurati della Lega.
Dal canto suo, Enrico terzo ordin al colonnello delle guardie francesi di condurgli al pi presto il duca d' Anjou al Louvre.
Crillon, che non aveva troppa tenerezza per il principe, non si fece ripetere l'ordine due volte.
Quando sorse l'alba, il re, che aveva trascorsa la notte senza dormire, ordin che si chiudessero tutte le imposte delle sue stanze e che nessuno parlasse. Poi disse a Crillon:
- Se saremo vincitori, Crillon, me lo dirai. Ma se saremo vinti, accontentati di bussare tre colpi alla mia porta.
- S, Sire - rispose Crillon, scuotendo il capo.


 CONCLUSIONE.
All'alba, mentre si recavano all'appuntamento per il duello, gli amici di Bussy, passarono dalla casa di Monsoreau, poterono rendersi conto delle scempio che vi era stato fatto. Il cadavere livido e rigido di Bussy pendeva ancora dalla cancellata.
- Bussy  stato assassinato! - esclamarono in coro.
E Livarot scoperse anche il cadavere di Monsoreau.
- Anche lui! - esclam. - Dunque hanno ucciso tutti i nostri amici, questa notte?
Allora Antraguet parl:
- Amici - disse, - dobbiamo compiere noi stessi la nostra vendetta. Guardate qui il cadavere del pi nobile e coraggioso degli uomini. Vedete le gocce ancora fresche del suo sangue. Bussy! Bussy! Non temere. Ti sapremo vendicare
Detto ci, baci sulla fronte il cadavere e, snudata la spada la immerse nel sangue dell'amico.
Giungendo sul terreno, trovarono che i loro avversari li avevano preceduti, e fecero gli ultimi passi di corsa, vergognandosi di essere in ritardo.
- Il signor di Bussy non verr - spieg Antraguet. - E per un solo motivo. Questa notte  morto assassinato. Non lo sapevate?
- No - disse Qulus. - Perch avremmo dovuto saperlo?
- Mah! - osserv Antraguet. - Il legale dice di cercare colui al quale il delitto commesso poteva essere utile.
- Ah, signori! - esclam Maugiron con voce tonante, - Volete spiegarvi?
-  quello che faremo ora, con la spada alla mano - esclam d'pernon.
- No! - disse Qulus. - Voi non vi batterete, perch il vostro avversario  morto. Signori, volete combattere a torso nudo, o con la camicia?
- A torso nudo! - fu la risposa unanime.
Si spogliarono tutti dei giustacuori e delle camicie, e si misero in guardia.
Era molto presto, e non v'erano spettatori. Tuttavia, Chicot, per quanto poco fosse di cuore tenero, era l tutto palpitante con i paggi ed i lacch dei gentiluomini che stavano per battersi: Non amava gli angioini, e detestava i favoriti del re, ma tanto gli uni quanto gli altri erano gente di coraggio, e nelle loro vene correva un sangue generoso che presto avrebbe visto la luce del sole.
Il duello incominci che le cinque suonavano a San Paolo, e termin quando tutti i favoriti, meno d'pernon che non aveva avuto con chi battersi, furono a terra.
Chicot accorse a sollevare Qulus. L'unico degli angioini che fosse ancora in piedi era Antraguet. Ribeirac era morente, Livarot sfinito. Il movimento fatto per sollevarlo fece aprire gli occhi a Qulus.
- Antraguet - disse. - Sul mio onore vi giuro che sono innocente della morte di Bussy.
- Vi credo - rispose Antraguet, con gli occhi pieni di lacrime.
- Fuggite - mormor ancona Qulus, - fuggite! Il re non vi perdoner mai!
- Ma io, signore, non posso abbandonarvi cos - rispose Antraguet. - Nemmeno se dovessi morire sul patibolo!
- Mettetevi in salvo, giovanotto - disse Chicot, - e non tentate Dio. Siete salvo per un miracolo. Non chiedetene due in un giorno.
Antraguet si avvicin a Ribeirac che respirava ancora. - Ebbene? - gli chiese questi.
- Abbiamo vinto - rispose Antraguet a bassa voce, per non offendere Qulus.
- Grazie - disse Ribeirac. - Vattene. - E ricadde svenuto.
Antraguet raccolse le spade di Qulus, di Schomberg e di Maugiron.
- Finitemi pure, signore - disse Qulus, - o lasciatemi la mia spada!
- Eccola, signor conte! - rispose Antraguet, offrendogliela con un rispettoso saluto.
Una lacrima brill negli occhi del ferito.
- Avremmo potuto essere amici - mormor.
Antraguet gli tese la mano.
- Bene - fece Chicot. - Non si pu essere pi cavallereschi di cos. Ma mettiti in salvo, Antraguet. Tu sei davvero degno di vivere.
- E i miei compagni? - chiese il giovane.
- Ne prender cura io, come degli amici del re.
Antraguet s'avvolse nel mantello che gli tendeva il suo scudiero per nascondere il sangue che lo copriva, e scomparve dalla parte della porta di Sant'Antonio.
Il re, pallido per l'inquietudine, e fremente ad ogni minimo rumore, passeggiava concitatamente su e gi per la sua sala d'armi calcolando, con l'esperienza dell'uomo pratico delle cose, il tempo che sarebbe bastato ai suoi amici per combattere i loro avversari, e tutte le probabilit che a ciascuno di essi venivano dal suo carattere, dalla sua forza e dalla sua destrezza.
- Adesso - si era detto in principio, - percorrono via Sant'Antonio. Ora arrivano sul terreno... Ecco che sguainano le armi... Il duello incomincia!
A quest'ultimo pensiero era caduto in ginocchio pregando.
Ma, in fondo al cuore, era preso da altri presentimenti, e quella devozione non era che superficiale. Dopo qualche secondo, infatti, si rialz.
- Purch Qulus - si disse, - non dimentichi quel colpo di risposta che gli ho insegnato, parando con la spada e colpendo con la daga. In quanto a Schomberg, che ha tanto sangue freddo, sono quasi sicuro che riuscir ad uccidere quel Ribeirac. Maugiron, per poco che sia fortunato, far presto a sbarazzarsi di Livarot. Ma d'pernon? Ah, quello  morto! Fortunatamente, dei quattro  quello che amo di meno. La disgrazia per,  che, morto lui, Bussy, il terribile Bussy piomber sugli altri. Ah, mio povero Qulus! Mio povero Schomberg! Mio povero Maugiron!
- Sire! - disse in quella la voce di Crillon, dietro all'uscio.
- Come? Gi? - esclam il re.
- No, Sire, non vengo a portarvi nessuna notizia, ma a dirvi che il duca d'Anjou desidera parlare con Vostra Maest.
- E che cosa vuole? - chiese Enrico terzo, sempre parlando attraverso all'uscio.
- Dice che gli sembra giunto il momento opportuno per rivelare a Vostra Maest il servizio che vi ha reso e che ci che ha da dirvi servir a calmare, almeno in parte, i timori che agitano in questo momento il vostro cuore.
- Quand' cos, conducetemelo pure! - rispose il re.
In quel medesimo istante, come Crillon si voltava per obbedire, si ud per le scale un passo rapido, ed una voce disse a Crillon:
- Voglio parlare immediatamente col re.
Enrico terzo, riconoscendo quella voce, aperse l'uscio egli stesso.
- Vieni, Saint-Luc! - disse - Vieni! Ma che  accaduto? Come mai sei qui? Mio Dio, che cosa  successo? Sono morti?
Saint-Luc, pallido e stravolto, senza cappello, senza spada, con gli abiti tutti macchiati di sangue, si precipit nella stanza.
- Sire! - esclam, lasciandosi cadere in ginocchio ai piedi del re. - Vendetta! Sono venuto a chiedervi vendetta!
- Povero Saint-Luc! - esclam il re. - Dimmi dunque che cosa  avvenuto! Perch sei in simile stato di disperazione?
- Sire, uno dei vostri sudditi, il pi nobile di tutti, uno dei vostri soldati, ed il pi valoroso...
Non pot proseguire perch la voce gli manc.
- Come? - chiese Crillon facendo un passo avanti, poich credeva di aver lui diritto a quel titolo.
-  stato scannato questa notte. Scannato a tradimento! Ignominiosamente assassinato! - termin Saint-Luc.
Il re, preoccupato da un solo pensiero, si sent rassicurato: non si trattava di alcuno dei suoi quattro amici, poich li aveva visti tutti al mattino.
- Scannato? Assassinato questa notte? - chiese. - Di chi parli, dunque, Saint-Luc?
- Sire, so che voi non lo amavate - continu Saint-Luc. - Ma vi era fedele e vi giuro che, all'occasione, avrebbe dato tutto il suo sangue per Vostra Maest. Altrimenti non sarebbe stato mio amico.
- Ah! - esclam il re, incominciando a comprendere.
E un rapidissimo lampo, se non di gioia almeno di speranza, gli illumin il viso fugacemente.
- Vendetta, Sire, per il signor di Bussy! - termin Saint-Luc. - Vendetta!
- Per il signor di Bussy? - chiese il re, scandendo ogni sillaba.
- S, per il signor di Bussy, pugnalato questa notte da venti assassini, ma non senza che, prima, ne uccidesse quattordici!
- Morto? Il signor di Bussy?
- S, Sire.
- Allora, questa mattina non  l a battersi! - esclam Enrico terzo, trascinato a pronunciare quelle parole da una forza irresistibile.
Saint-Luc lanci al re uno sguardo che questi non pot sostenere: volgendo gli occhi vide Crillon che, in piedi presso l'uscio, sembrava attendere nuovi ordini, e gli fece cenno d'introdurre il duca d'Anjou.
- No, Sire - riprese a dire Saint-Luc con voce severa, - infatti, il signor di Bussy non si batte questa mattina, ed ecco perch sono venuto a chiedere a Vostra Maest non gi vendetta; come ho avuto il torto di dire, ma giustizia, perch io amo il mio re, e soprattutto il suo onore e reputo che, assassinando il signor di Bussy hanno reso a Vostra Maest un deplorevolissimo servizio.
Intanto il duca d'Anjou era giunto sulla soglia, e vi si teneva ritto e immobile come una statua di bronzo.
Le parole di Saint-Luc avevano illuminato il re, ricordandogli il servizio che suo fratello pretendeva di avergli reso. Il suo sguardo si incroci con quello del duca, ed ogni dubbio si dissip dalla sua mente, perch, rispondendo col suo sguardo a quello del re, il duca aveva fatto un cenno impercettibile del capo, muovendolo dall'alto in basso.
- E sapete che cosa si dir adesso? - esclam Saint-Luc. - Si dir che, se i vostri amici riusciranno vincitori, ci sar dovuto al fatto che voi avete fatto sgozzare il signor di Bussy!
- E chi dir questo, signore? - chiese il re.
- Tutti, perdio! Tutti! - esclam Crillon mescolandosi, secondo la sua abitudine, alla conversazione.
- No, signore! - ribatt il re, inquieto e soggiogato dall'opinione di colui che ora, morto Bussy, era da considerare il pi valoroso soldato del suo regno. - No, signore! Non lo si dir, perch voi mi denuncerete l'assassino!
Con la coda dell'occhio, Saint-Luc scorse un'ombra. Si volse, e riconobbe il duca d'Anjou che aveva fatto due passi nella stanza.
- S, Sire, ve lo denuncer - disse, rialzandosi, con voce ferma, - perch voglio scolpare ad ogni costo Vostra Maest dell'accusa d'aver favorito un atto cos abominevole!
- Dite dunque chi ?
Il duca si ferm, ed attese impassibile. Crillon, che lo aveva seguito, si ferm egli pure, guardandolo di traverso e scuotendo il capo.
- Sire - riprese Saint-Luc, - Bussy  stato, questa notte, attirato in un tranello: mentre egli si recava a visitare una donna da cui era amato, il marito, prevenuto da un traditore,  rientrato seguito dagli assassini che aveva assoldati. Ce n'era dappertutto: nella strada, nel cortile e nel giardino.
Se le imposte non fossero state chiuse, come aveva ordinato il re, si sarebbe veduto il duca, per quanto fosse sempre capace di dominarsi, impallidire a queste ultime parole.
- Bussy s' difeso come un leone, sire. Ma il numero ha avuto il sopravvento e...
- Ed egli  morto - interruppe il re. - Ed  giusto che lo sia! Io non vendicher certamente un adulterio!
- Non ho ancora terminato il mio racconto, Sire! - ribatt Saint-Luc. - Lo sventurato, dopo di essersi difeso per pi di mezz'ora nella stanza, dopo di aver vinto i suoi nemici, riusciva a mettersi in salvo ferito, sanguinante, mutilato. Non c'era che da tendergli una mano soccorritrice, ed io gliela avrei tesa se non fossi stato fermato dai suoi assassini. Se non fossi stato legato, imbavagliato! Disgraziatamente, pur togliendomi la facolt di gridare, non mi avevano tolta quella di vedere. Ed ho veduto, Sire! Ho veduto due uomini avvicinarsi allo sventurato Bussy, sospeso per una coscia alle lance di una cancellata. Ho sentito il ferito chiedere loro soccorso, poich, in quei due uomini, poteva avere il diritto di aspettarsi due amici. Ebbene, l'uno di essi, Sire, ed  orribile a dire, per quanto sia stato ancor pi orribile a sentire ed a vedere, ha ordinato all'altro di far fuoco. E l'altro l'ha fatto!
Crillon chiuse i pugni e aggrott le ciglia.
- E sapete chi sia l'assassino? - chiese il re, commosso per quanto si sforzasse a non esserlo.
- S - rispose Saint-Luc.
Si volse verso il duca, mettendo nelle sue parole e nel suo gesto tutto il suo odio cos a lungo contenuto.
- L'assassino - disse, -  monsignore. Il principe! L'amico!
Il re si aspettava quel colpo che il duca sopport senza batter ciglio.
- S - disse con la massima tranquillit, - s. Il signor di Saint-Luc ha visto e udito bene! Sono io che ho fatto uccidere il signor di Bussy, e Vostra Maest apprezzer questo gesto perch, per quanto egli appartenesse alla mia corte, questa mattina avrebbe portato le armi contro Vostra Maest, per quanto io avessi tentato di dissuaderlo.
- Tu menti, assassino! Tu menti! - grid Saint-Luc. - Bussy, trafitto come era, Bussy con la mano addirittura tritata dalle ferite, con la spalla rotta da un colpo d'arma da fuoco, appeso per la coscia alla cancellata, non era pi in istato che di ispirare piet al pi crudele dei suoi nemici, il quale l'avrebbe soccorso. Ma tu, tu, l'assassino di La Mole e di Coconnas, tu hai ucciso Bussy come gi avevi ucciso, l'uno dopo l'altro, tutti i tuoi amici! Tu hai ucciso Bussy non, come dici tu, perch era nemico di tuo fratello, ma perch era il confidente dei tuoi segreti! Ah, Monsoreau sapeva bene, lui, perch tu commettesti questo delitto!
- Per l'amor di Dio! - mormor Crillon. - Perch non sono io il re?
- Mi si insulta nella vostra casa, fratello - disse il duca pallido di terrore perch tra la mano convulsa di Crillon e gli sguardi pieni d'odio di Saint-Luc non si sentiva pi sicuro.
- Uscite, Crillon! - ordin il re.
Crillon usc.
- Giustizia, Sire! Giustizia! - continuava a gridare Saint-Luc. - Giustizia!
- Sire - disse il duca, - punitemi, dunque, perch ho salvato, questa mattina, gli amici di Vostra Maest, e di aver fatta trionfare la giustizia della vostra causa, che  anche la mia!
- Ed io - riprese Saint-Luc, - ti dico che la causa che tu difendi  una causa maledetta, e che dappertutto dove tu sei deve abbattersi la collera di Dio! Sire, Sire! Vostro fratello ha protetto i nostri amici, e la sciagura cadr su di essi!
In quell'istante si ud, fuori, un vago bruso, poi echeggiarono dei passi precipitosi accompagnati da concitate domande.
Un grande silenzio dilag per le sale, ed in mezzo ad esso, come se una voce venuta dal cielo avesse voluto dar ragione a Saint-Luc, tre colpi battuti con lentezza e solennit dal pugno vigoroso di Crillon, scossero la porta.
Un sudore freddo bagn le tempia del re, ed il terrore sconvolse i suoi tratti.
- Vinti! - esclam. - I miei poveri amici sono stati vinti!
- Che cosa vi avevo detto, Sire? - esclam Saint-Luc con voce piena d'angoscia.
Il duca, pieno anche lui di terrore, congiunse le mani.
- Vedi, vigliacco? - grid il giovane con uno slancio superbo. - Vedi come i delitti salvano l'onore dei principi? Vieni dunque a scannare anche me, poich sono disarmato!
E lanci il suo guanto di seta in faccia al duca d'Anjou.
Questi lanci un ruggito di rabbia e si fece addirittura livido, ma il re non vide nulla, non sent nulla. Aveva lasciato ricadere il capo fra le mani.
- Oh, - mormor, - i miei poveri amici sono vinti, feriti! Oh, chi verr a portarmi notizie pi sicure sul conto loro?
- Io, Sire, - disse allora la voce di Chicot.
Il re riconobbe la voce dell'amico, e tese le braccia al guascone.
- Ebbene? - chiese con un soffio di voce.
- Due sono gi morti ed il terzo sta per rendere l'anima a Dio.
- E chi  questo terzo che non  ancora morto?
- Qulus, sire.
- Dov'?
- A palazzo Boissy, dove l'ho fatto trasportare.
Il re non volle pi sentire altro e si slanci fuori della stanza emettendo alti gemiti.
Saint-Luc aveva condotta Diana presso Giovanna di Brissac. Per questo aveva tardato a presentarsi al Louvre. Giovanna dovette vegliare, per tre giorni e tre notti, la sventurata, in preda ad un atroce delirio. Il quarto giorno, affranta dalla fatica, and a prendere un po' di riposo ma, rientrando due ore dopo nella stanza in cui l'aveva lasciata, non la trov pi.
Si sa che Qulus, il solo dei tre combattenti difensori della causa del re che avesse potuto sopravvivere alle sue diciannove ferite, mor in quello stesso palazzo Boissy dove Chicot lo aveva fatto trasportare, dopo un'agonia di trenta giorni e fra le braccia del re.
Enrico terzo fu inconsolabile: fece costruire ai suoi amici delle tombe magnifiche, sui coperchi delle quale erano raffigurati in marmo in grandezza naturale, fond delle messe a loro intenzione, li raccomand alle preghiere del clero, e scrisse un'orazione speciale che recit poi per tutta la vita dopo le sue divozioni del mattino e della sera.
Per pi di tre mesi Crillon guard a vista il duca di Anjou, per il quale il re si era preso d'un odio profondo, ed al quale non perdon mai pi.
Giunse cos il mese di settembre, epoca nella quale Chicot che non lasciava un momento il re e che sarebbe stato l'unico che avesse potuto consolarlo se Enrico avesse potuto tesserlo, ricevette la lettera seguente, data dal priorato di Beaume, e scritta di mano d'un chierico.
"Caro signor Chicot, nel nostro paese, l'aria  dolce e le vendemmie promettono di riuscir bene in Borgogna, quest'anno. Si dice che il re, nostro sire, al quale, a quanto sembra, ho salvata la vita, sia sempre molto malinconico. Conducetelo qui, caro signor Chicot, e gli faremo bere un certo vino del 1550 che ho scoperto nelle mie cantine e che  capace di far scordare persino i pi grandi dolori. Questo vino avr la forza di rallegrarlo, non ne dubito, perch ho letto nei libri santi questa ammirevole frase: "Il buon vino rallegra il cuore dell'uomo". In latino suona benissimo: ve la far leggere. Venite, dunque, caro signor Chicot, venite col re, col signor d'pernon e col signor di Saint-Luc. Vedrete che ingrasseremo tutti,
il reverendo priore don Gorenflot,
che si rassegna vostro umile servitore ed amico.
"P. S. - Direte al re che non ho ancora avuto il tempo di pregare per le anime dei suoi amici, come mi aveva raccomandato, a causa del lavoro causatomi dalla mia installazione qui. Per, non appena avr terminata la vendemmia, mi occuper certamente di loro".
- Amen, - disse Chicot. - Ecco dei poveracci davvero ben raccomandati a Dio!
...
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...
FINE.